giovedì, 18 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Ripartire dal PSE
Pubblicato il 12-09-2014


DAlema-Psi-SM“Alla fine degli anni ’80 sono scomparsi i motivi che hanno tenute divise le due sinistre” (Covatta), ma ci sono ancora due sinistre? Quali sono le forze di sinistra, i socialisti e poi? E cosa significa oggi essere di ‘sinistra’ e cosa è rimasto della lunga battaglia per la supremazia tra socialisti e comunisti?

A presentare il dibattito il giornalista del Corriere della Sera, Andrea Garibaldi, che ha esordito scherzando sul suo cognome e sulla figura di Garibaldi nel Fronte Popolare del’48, senza dimenticare la passione di Bettino Craxi per che il generale. Quindi, conclude: “Sono la persona adatta per moderare”.

Luigi Covatta
Il primo a intervenire è Luigi Covatta, direttore Mondoperaio che esordisce: “La storia delle due sinistre non mi è nuova”. E ricollegandosi alla battuta del giornalista del Corsera afferma: “Anche fra Mazzini e Garibaldi non c’era molta sintonia. Le due sinistre iniziano con la frattura tra riformisti e rivoluzionari” E precisa: “Ci sono state quattro sinistre in Italia:

La sinistra comunista che voleva la rivoluzione secondo gli schemi sovietici, quella sinistra che voleva la rivoluzione, la sinistra socialdemocratica e la sinistra cattolica. Queste ultime due proposero un approccio, a cominciare da Amendola che tentò, senza successo, di creare un’unione”.  Il direttore di Mondoperaio ha spiegato il diverbio di come la sinistra sia sempre stata divisa tra riformisti e rivoluzionari e questa divisione di fondo è andata avanti fino agli anni 80, cioè “fino alla fine del cosiddetto trentennio glorioso quello in cui le riforme che alimentavano lo Stato del benessere creavano consenso di per sé”. Così si capisce il perché ogni riforma a quei tempi incrementava il consenso a chi lo proponeva,”ma negli anni’80 si creò questo binomio: riforme uguale consenso e riforme uguale innovazione.
Entrambi sono andati in crisi nella società dei due terzi, cioè di quella parte della popolazione che stava bene ed è sempre stato difficile, sin da allora farne e qualcuna per il terzo”. Oggi al contrario di ieri è andato in crisi il binomio riforme uguale innovazione e si finisce ovviamente con il citare il filosofo Bobbio: “Se i riformisti sono quelli che cambiano, riformisti sono gli altri”.
Continuando Covatta dice che le “innovazioni sul piano sociale vennero da destra e si pose così il problema di riformare la sinistra”.
Covatta ha poi ricordato Riccardo Lombardi che “trent’anni fa moriva e negli anni 60 passava per un pericoloso visionario perché invece di concepire le riforme come case, scuole e ospedali, parlava di riforme di struttura – proprio quelle che ci chiede in questi giorni Draghi, Merkel e il finlandese Kattainen che la Merkell ha messo sopra Moscovici”.
“Bobbio diceva che non basta essere il partito del cambiamento per essere partito di sinsitra”.
“Ci sono motivi di convinzioni e convenienze che dividono ancora le due sinistre”.

Massimo D’Alema
“Lasciamo stare le due sinistre, a me ne basterebbe una”. Una battuta efficace per dipingere una situazione che è sotto gli occhi di tutti. Massimo D’Alema perferisce uscire dal giudizio sul passato e concentrarsi sul futuro e soprattutto su quello che la sinistra oggi può fare in Europa, il vero teatro dell’azione politica che può cambiare le cose.

“Non credo che in italia oggi vi siano due sinistre. C’è una sinistra che si riconosce nel Partito socialista europeo”. Le sinistre italiane, spiega D’Alema, quella di matrice comunista, quella socialista e quella cattolica, si sono ritrovate oggi “attraverso un percorso complesso tortuoso nel socialismo europeo. C’è un punto di approdo comune”. C’è ancora una sinistra più radicale che sta fuori, “mi riferisco a SEL – dice – che non è ostile al socialismo europeo. È alla ricerca della possibilità di una confluenza o di una collaborazione”.

Dunque la sinistra italiana è oggi nel PSE e da qui tocca ripartire. D’Alema preferisce, partendo dalla riflessione di Covatta sul riformismo, concentrarsi su un’analisi di quanto sta avvenendo, sul fatto che oggi assistiamo al progressivo smantellamento di un secolo di battaglie delle sinistre.

“La globalizzazione si è sviluppata sotto il segno del dominio culturale neoliberista che ha teorizzato che bisognava liberarsi della zavorra delle conquiste sociali”. Ha teorizzato “una riduzione del peso dello Stato, delle Istituzioni, dei Partiti – come suggerisce Andrea Garibaldi – per ottenere il dominio dell’economia sulla politica”. È questo per D’Alema il messaggio più forte di questo ultimo ventennio. “Il riformismo di ispirazione socialista è stato fondamentalmente politico, quello neoliberista fondamentalmente antipolitico”.

Nella pratica abbiamo oggi il tasso di diseguaglianza sociale è tornato ad essere quello vigente.

“Trent’anni fa la distanza tra il manager e l’operaio poteva essere da 1 a 10, oggi se il manager di Luxottica se ne va prende 45 volte quello dell’operaio”.

Tocca dunque alla sinistra che “non può riproporre determinate modalità che appartengono alla storia del ‘900, ma deve recuperare alcuni dei suoi valori fondamentali a cominciare da quello distintivo, come diceva Bobbio, la riduzione delle diseguaglianze”.

“Una questione cruciale, non solo per ragioni di giustizia sociale, ma perché una diseguaglianza così estrema, non solo punisce il lavoro, ma punisce la produzione stessa”. “Un eccesso di diseguaglianza produce il blocco dei consumi. Siamo in una grande crisi provocata dalla caduta della domanda”. Di positivo c’è però che c’è una riscoperta di certi valori come testimonia, a detta di D’Alema, l’interesse nelle librerie per certi autori. “C’è il ritorno di un pensiero economico alternativo a quello neoliberista. Negli scaffali delle librerie c’è Piketty, Krugmann, Stiglitz, Mazzuccato”.

Oggi però se si analizza quanto avvenuto con le elezioni, vediamo che anche al fianco dell’emergere delle destre xenofobe e antieuropee, è venuto “alla luce il malessere dell’Europa” e anche se i conservatori hanno perso voti, “la Merkel ha vinto il dopo elezioni”; “tutti i vertici europei sono stati occupati dal partito popolare e questo perché “lei ha una visione europea”. “Io vedo invece con dispiacere che il socialismo ha una somma di ‘visioni nazionali’. La Merkel non si è preoccupata di piazzare delle personalità tedesche, ma europpe perché lei è consapevole di avere oggi una leadership europea”.

È di questo insomma che bisogna essere consapevoli, che la battaglia è europea che “se l’Europa non torna a investire nell’educazione, nella ricerca, se non colpisce la rendita finanziaria, noi non usciremo dalla crisi. Questa è la sfida della sinistra europea oggi”.

Carlo Vizzini
“E’ importante che lo Stato riparta” esordisce il senatore Carlo Vizzini “ siamo in un modello colosseo dove c’è gente che sta male e si fa scorrere il sangue per mostrare qualcuno che sta peggio di loro”.

Ci vuole uno sforzo per abbattere il debito pubblico, abbiamo perso 20 anni di tempo ma Renzi ha fatto un primo passo, è riuscito a portare il Pd nel Pes, Partito del Socialismo europeo”.

Il senatore ha ricordato però che “20 anni fa questa mossa era già stata fatta, io Craxi e Occhetto partimmo tutti e tre per l’internazionale socialista, nell’autunno del 92 c’era già un partito dei socialisti europei” E ha continuato: “Fu un errore dei socialdemocratici non creare un governo con tutte le forze di sinistra unita. Concordammo per la carica di presidente a Gino Giugni, poi ci fu l’attentato a Falcone e così facemmo tutti un passo indietro”.

Ripartendo dalle sinistre ha detto: “Ci sono voluti vent’anni per riuscire a stare insieme, c’è stato un fiorire di partiti che si chiamavano con nomi di fiori piante e animale, un caso unico in tutta Europa”.

“Si chiama sinistra riformista e democratica  ed è questa la sinistra che vogliamo che deve portare fuori il paese dalle secche” e riprendendo Saragat afferma “non c’è giustizia sociale senza libertà e viceversa” poi riprende Covatta sostenendo che sbaglia a non contestualizzare le riforme sociali che si volevano negli anni 60. E tornando ai nostri giorni afferma:“Non solo l’economia ha governato al posto della politica, ma la finanza ha governato al posto dell’economia”. E conclude: “Ci vogliono scelte coraggiose”.

Ugo Intini
C’è un punto sui cui Intini si trova facilmente d’accordo con D’Alerma. “La finanza spazia libera nel mondo. Ha ragione D’Alema bisogna partire dall’Europa”.

Comunque, per quanto riguarda il passato, Intini ricorda che “ci sono sempre state due sinistre e il Psi storicamente è stato ambiguo. Craxi in un congresso agli inizi degli anni ’80, disse ‘io sono un nenniano, il mio mito è stato Nenni, ma oggi devo dire che Nenni aveva torto e Saragat invece ragione”.

“Non voglio però più parlare del passato, ma del futuro. Il passato va ricordato solo a chi ha meno di 40 anni perché sappia che cosa è stata la politica con la P maiuscola”.

“Parlando del futuro e del presente, non dobbiamno parlare di due sinistre, ma domandarci se ci sia una sinistra. Anzi, se ci sia una politica, una politica vera”.

“E se ne può dubitare ed esser pessimisti vedendo cosa è siccesso. Le destre i conservatori, per decenni, hanno teorizzato lo Stato minimo. Meno ce n’è, dicevano, meglio è. Reagan diceva ‘biosogna affamare la bestia’.

Dopo l’89 i grandi gruppi economici, la grande finanza, hanno teorizzato la ‘politica minima’.’Meno ce n’è – pensano – meglio è’. Hanno puntato ad affamare e ridurre al minimo la politica, non solo lo Stato”.

“La destra ha vinto nella sostanza. Oggi abbiamao la politica minima. La privatizzazione della politica. Il potere finanziario ha sostituito la politica”.

“Il liberismo sfrenato ha portato a una catastrofe globale, quella del 2007, peggio di una guerra mondiale”.

“L’economista Piketty ha dimostrato come oggi ci si avvii a un livello di diseguaglianza sociale come quello del ’900. Anzi peggio, perché i padroni di una volta almeno erano patrioti e rischiavano i loro soldi. E si sparavano un colpo in testa quando fallivano. Oggi hanno inventato la publicizzazione delle perdite e la privatizzione dei profitti”. Quella che ci propongono è l’etica del gatto e della volpe”.

Dunque, conclude Intini, “solo un’Europa unita può contare. L’Europa ha un’anima, ha una politica da proporre. Noi abbiamo inventato il welfare state. O i valori che stanno dietro allo stato sociale si estendono a tutto il mondo, penso alla Cina e all’India, e così questi Paesi diventeranno meno competitivi oppure saremo noi ad adeguarci a condizioni più arretrate, combattendo la nostra partita su salari più bassi e meno garanzie”. Però “abbiamo bisogno di leader che guidino, non che seguano i sondaggi. Lo diceva già Turati nel 1896 che ci volevano gli Stati Uniti d’Europa e poi del mondo”.

Massimo D’Alema
Riprende la parola Massimo D’Alema chiamato a rispondere dal giornalista Garibaldi sulle contraddizioni nella sinistra di Renzi.

“Se noi facciamo surgelare la sinistra, la sinistra che c’è, difficilmente ne risorgerà un’altra”. E su Renzi afferma: “Renzi non rappresenta un’altra sinistra o un’altra cosa. Io penso che ci sia l’impronta di un tipo di politica di tipo personale, a cui il pd aveva sempre resistito”.

E l’ex esponente del Pci-Pds-Ds, si augura: “Agli annunci ora seguano i fatti”. E ha aggiunto: “Il governo gode di una particolare posizione di privilegio perché non esiste un’opposizione vera se non fuori dal sistema come il m5s”. E sulle riforme spiega: “I cambiamenti devono essere discussi, sono attesi da lungo tempo” e spiega: “Gli 80 euro sono un piccolo passo, ma sono nella direzione giusta”. L’ex presidente del Consiglio ha poi augurato una riforma della giustizia e ha precisato: “Ora il cantiere che si è aperto è quello dei cambiamenti necessari”. E sulle divergenze nel suo partito dice, mi piacerebbe “un Partito Democratico non solo di nome, ma anche di fatto”

Carlo Vizzini
“Siamo di fronte a una sfida mortale. Non vedo un Renzi bis o altro. Anche Berlusconi si guarda bene dal provocare la caduta del governo”. “Ho visto – ricorda Vizzini che nella precedente legislatura è stato presidente della Commissione delle Affari Costituzionali – tutti quelli che remavano contro le riforme nella passata legislatura e oggi sono alacremente a lavoro per risolvere i problemi. Per una ragione: il governo di allora, quello di Monti, si teneva fuori mentre Renzi ha detto, ‘ o si fa questo o si va a votare’”.

“Non è giusto dire che ‘con le riforme non si cava la pasta’. Tutti una serie di rimedi non attuati hanno mandato in tilt la democrazia”. Ma quali riforme vanno fatte? “È inutile abolire le province finché non si riformano le Regioni” il vero buco nero delle finanze pubbliche. “Siccome però il sistema attuale dei partiti è poggiato sulle Regioni, bisogna allora vedere se poi questa lavoro di riforma davvero si farà”.

Ugo Intini
Intini ha concluso ripartendo dal Psi e dall’adesione del Pd al Pse sostenendo che “è stata importante, ma è mancato il dibattito ed è per questo che il mio piccolo partito non indulge alle mode. E’ un partito che ha radici, storie, una lunga storia e ha un ruolo  e un valore, non siamo mai passati dalla lotta di classe a quella delle classi di età”.

E sull’attuale governo ha affermato: “Manca l’opposizione, noi abbiamo delle grandi coalizioni, ma per ipocrisia non lo si dice, su questo bisogna ragionarci, in Europa esistono delle grandi coalizioni”.  “Esiste la rappresentatività della democrazia, contano le persone e i numeri  e i voti contano” e porta come esempio ciò che accade con il referendum della Scozia.

Redazione Avanti!

 

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