lunedì, 18 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Scozia, gli interrogativi
del dopo-voto
Pubblicato il 22-09-2014


Ha votato l’85% degli aventi diritto. Una cosa che non accadeva dal 1951. Anche allora una votazione decisiva. Si trattava di stabilire se la Gran Bretagna dovesse proseguire, oppure no, la grande esperienza di “socialdemocrazia reale” avviata nel 1945. Per inciso, vinsero i laburisti: con un numero di voti e una percentuale di consensi (vicina al 49%) che nei decenni successivi il partito si sarebbe sognato anche solo di avvicinare. Ma, sempre per inciso, le bizzarrie del sistema uninominale fecero prevalere i conservatori.

Anche questo referendum è apparso decisivo. Ma su cosa? Cercare di capirci un po’ di più è molto importante; anche per illuminare, di riflesso, le vicende di casa nostra.

Diciamo, allora, che al centro del dibattito c’era la “diversità scozzese”; e le forme istituzionali in cui questa diversità doveva essere garantita. Con l’indipendenza, come proponevano i nazionalisti (anzi il “partito nazionale scozzese”; una differenza di forma, ma anche un tantino di sostanza). Oppure con quell’ulteriore ampliamento della già assai consistente area di autogoverno offerta concordemente da conservatori, liberali e laburisti.

Abbiamo, dunque un diritto alla diversità generalmente accettato, anzi scontato. Il che vale a distinguerla in partenza rispetto ai modelli divisivi propri dell’Europa continentale.

Così, niente nazionalismo etnico o, comunque, di tipo leghista. Per dirne una, potevano esercitare il diritto di voto i residenti: il che escludeva gli scozzesi sparsi per il mondo, ma non i cittadini del mondo arrivati in Scozia (alcuni dei quali in prima fila nel sostegno al sì).

E, ancora, forse è inutile ricordarlo, nessun nazionalismo politico, di tipo diciamo così neoborbonico. O, per converso, catalano o basco. Gli scozzesi non devono avere complessi in materia, anche perché hanno saputo sempre battersi a difesa della propria identità. E sanno del resto perfettamente che l’Unione del 1707 è stata sì punitiva per la civiltà delle Highlands, ma non certo per la borghesia protestante e illuminista di Glasgow e di Edimburgo. Niente a che fare, insomma, con la vittoria, oppressiva, dei piemontesi e dei castigliani.

E, infine, niente nazionalismo del portafoglio, modello leghista e, ancora, catalano e fiammingo. Un approccio di cui mancano, insieme, le basi oggettive e, soprattutto, quelle ideologiche. Nel primo caso, perché sembra difficile sostenere, almeno di recente, che vi sia trasferimento di risorse a danno di Edimburgo e a vantaggio di altre aree del Paese; nel secondo perché manca del tutto, a partire dall’immaginario collettivo, la figura negativa del destinatario fraudolento di tale trasferimento, insomma l’equivalente britannico del burocrate romano, brussellese o madrileno e del meridionale parassita.

Rimane, allora, il nazionalismo economico-culturale. Quello che, in sintesi, si identifica nella difesa di un modello. Per dirla sommariamente, il nazionalismo scozzese, prima dormiente, nasce e cresce come reazione collettiva alla rivoluzione thatcheriana. Insomma, se la Scozia si è consolidata nel tempo come luogo deputato della già ricordata socialdemocrazia reale (ruolo dello stato e della spesa pubblica, solidarietà sociale,peso politico del mondo del lavoro); e se questo mondo è sotto diretto attacco prima da parte della “lady di ferro” e poi da un processo di globalizzazione non sufficientemente contrastato a livello nazionale, allora l’unica ancora di salvezza consiste nel poterlo difendere da soli.

Una reazione collettiva culminata, appunto, nella richiesta di referendum. Una richiesta che, a testimonianza della grandezza imperitura dei principi della democrazia liberale britannica non è stata respinta con toni isterici come in Spagna, ma al contrario prontamente accolta. A testimonianza del fatto (“all’attenzione di Renzi” ndr) che le grandi questioni collettive possono e debbono essere risolte con il voto e, ancora, del fatto (vedi parentesi precedente ) che l’eredità della sinistra può anche non essere automaticamente affidata allo sfasciacarrozze.

Ciò posto, i fautori del no hanno superato brillantemente la prova del referendum mostrando di condividere le esigenze degli scozzesi; ma sostenendo contestualmente che queste potessero essere effettivamente difese solo nel quadro e con il sostegno del Regno unito, con l’assegnazione alla Scozia di maggiori poteri d’intervento in una serie di settori a partire da quello economico-finanziario.

Si profilerà, a questo punto, per il partito conservatore (tra l’altro quasi totalmente assente in Scozia) un passaggio di difficoltà estrema. Come conciliare, il primo luogo, un sistema similfederale che non sia esteso alla stessa Inghilterra, tra l’altro base politica ed elettorale della destra? E, ancora, come conciliare il sostegno al progetto scozzese di stato sociale con la sua progressiva rimessa in discussione a livello complessivo? Comunque vadano le cose, si aprirà una partita in cui tutte le carte sono in mano a Edimburgo mentre Londra farà fatica a trovare le sue.

Alberto Benzoni

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