martedì, 21 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

Scozia. Gli indipendentisti
comunque hanno già vinto
Pubblicato il 16-09-2014


ScoziaLondra mette sulla tavola tutte le carte possibili pur di non giocarsi la Scozia. Dopo il richiamo del premier Cameron che ha fatto appello alla famiglia del Regno Unito “per favore non fate a pezzi questa famiglia di nazioni”, la vera novità è la scesa in campo della Regina. Domenica dopo la messa, Elisabetta II ha parlato ad alcuni cittadini che la attendevano all’esterno della chiesa di Crathie, che si trova appunto in Scozia: “Gli elettori riflettano con grande attenzione”, nonostante Buckingham Palace abbia sempre ricordato che «la Corona è al di sopra della politica». È la prima volta che Elisabetta rompe il silenzio sulla questione del referendum, nonostante gli appelli lanciati dai principali partiti politici britannici affiché si pronunciasse a favore del mantenimento dell’Unione.
Ma la questione dell’indipendenza, inizialmente sottovalutata, sta facendo palpitare non solo gli inglesi. Diversi i punti oscuri in caso di vittoria del sì. I primi a tremare sono quegli Stati, la maggioranza, che hanno al loro interni, regioni con rivendicazioni autonomiste, ma non solo.

È il caso delle Banche e degli Istituti di credito che hanno intravisto dei veri e propri scenari apocalittici in caso di una vittoria del sì. Per la Goldman Sachs ci sarebbero “conseguenze disastrose per l’Economia”, la Scozia indipendente si troverebbe a
dover affrontare “significativi aggiustamenti di bilancio”, in modo da rendere “sostenibili” le proprie finanze, e più alti costi di finanziamento. La spesa pubblica pro capite in Scozia è sostanzialmente più alta in Scozia rispetto al resto del Regno Unito, e tale divario è destinato ad aumentare nei prossimi anni a causa dell’aumento della popolazione più anziana. Ma è solo uno degli esempi, per la Deutsche Bank una vittoria dei sì sarebbe “un errore storico paragonabile a quelli che hanno portato alla Grande Depressione tra le due guerre mondiali”. Non poteva mancare poi il colosso petrolifero British Petroleum, suscitando la rabbia di Jim Sillars, ex leader dello Scottish National Party che ha tuonato contro la multinazionale: “BP imparerà il significato della parola nazionalizzazione”.
A mettersi di traverso ci hanno pensato non solo artisti e star di fama, come i Beatles e i Rolling Stones, ma anche storici di fama. In The invention of tradition, raccolta di saggi curata da Eric Hobsbawn e pubblicata dalla Cambridge University press nel 1983, si trova una fondamentale analisi della tradizione scozzese, a firma di Hugh Trevor-Roper. L’autore spiega come gli elementi oggi riconosciuti quali simboli dell’identità scozzese siano una invenzione retrospettiva.

Ma a correre per la causa inglese ci hanno pensato un po’ tutti: dalla Casa Bianca preoccupata per la Nato, fino all’Ue che con Barroso ha tenuto alti i paletti di quelle nazioni che temono il risorgere di vecchi irredentismi.
Ma la questione è anche e soprattutto interna e non dimentichiamolo politica. L’appello di Cameron è per la sua leadership: se Londra perdesse Edimburgo e Glasgow, lui si dovrebbe dimettere. Ma anche per Miliband non andrebbe meglio: nel parlamento di Westminster gli eletti del Labour crollerebbero di numero visto che molti di loro vengono scelti dagli elettori scozzesi.

Il ripetuto messaggio “se ve ne andate consegnate per sempre l’Inghilterra ai conservatori” non ha fatto breccia negli ambienti progressisti scozzesi tutti schierati a favore dell’indipendenza. Lo SNP di Salmond, non è il partito nazionalista scozzese, ma il partito nazionale scozzese, per Salmond che ha sempre criticato l’UKIP guidato da Nigel Farage, essere a favore dell’indipendenza scozzese non significa essere nazionalisti.

Secondo molti analisti, alla fine la Scozia non otterrà l’indipendenza per il rotto della cuffia, ma darà una bella lezione agli inglesi; a vincere sarà comunque la Scozia perché anche se gli scozzesi voteranno no hanno comunque ottenuto più autonomia.

Cameron infatti ce la sta mettendo tutta per battere Salmond. ‘La promessa’, questa volta è in prima pagina sul quotidiano scozzese Daily Record e mette nero su bianco l’impegno dei tre principali partiti britannici a riconoscere maggiori poteri alla Scozia nel caso di vittoria del ‘No’. A firmarlo sono  David Cameron, Ed Miliband e Nick Clegg. L’impegno, che giunge a due giorni dal voto per il referendum sull’indipendenza di giovedì, è suddiviso in tre punti principali: il primo promette ”vasti poteri” per il parlamento scozzese ”secondo la tabella di Marcia stabilita” dai tre principali partiti. Il secondo è a garanzia di ”condivisione delle risorse in maniera equa”, quindi l’impegno ”categorico” nel riconoscere al governo scozzese la decisione sul finanziamento dell’Nhs, il servizio sanitaria nazionale che costituisce una delle maggiori incognite in caso di indipendenza secondo parte dell’elettorato.

Maria Teresa Olivieri

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