sabato, 22 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scrive Paolo Bolognesi:
Crisi, la modernità non ci aiuta
Pubblicato il 17-09-2014


Le notizie di stampa non entusiasmanti per il nostro Paese si rincorrono ormai senza sosta, visto che i dati economici ci danno quantomeno in stagnazione, col rischio di cadere in recessione se il terzo trimestre 2014 confermerà l’andamento del primo semestre, mentre la ripresa è rinviata al 2015, diventa cioè “futuribile” posto che nessuno ha la sfera di cristallo, e visti altresì gli esiti delle previsioni fin qui fatte in materia.

E può essere motivo di ulteriore amarezza il fatto che ciò avvenga quando altri Stati dell’eurozona sembrano ormai “fuori dalla palude”, dopo anni di grosse difficoltà, e mentre i valori dello spread sembrano mantenersi favorevoli, quello spread che per le sue impennate di allora fece cadere un Governo sul finire del 2011 (sono quei misteri inspiegabili per noi profani della materia).

Intanto la nostra pressione fiscale pare essere di cinque punti al di sopra della media europea, e circolano voci, anche se smentite in “alto loco”, di un possibile aumento dell’IVA agevolata, per compensare i tagli Irap, e il bonus degli 80 euro, anche se l’innalzamento dell’aliquota IVA al 22% nello scorso anno non sembra aver dato il gettito sperato (verosimilmente perché ogni aumento di tasse deprime i consumi).

Se poi aggiungiamo che l’indice entrate-uscite segna ancora il “rosso”, e che continua l’acquisizione di nostre importanti aziende da parte di azionisti stranieri, che possono poi trasferire all’estero la produzione, con tutte le relative conseguenze sul fronte occupazionale, viene da dire che non navighiamo affatto in buone acque, anche se non scopriamo niente di nuovo..

Nondimeno, e qui sta il punto, in questa situazione abbastanza “disastrata”, assistiamo ad una immissione o “invasione” di mano d’opera immigrata che, nei centri urbani ma non solo, rileva molte nostre attività (espressione di quella micro imprenditorialità che doveva essere la nostra forza e il nostro fiore all’occhiello) e riesce a mandarle avanti e semmai a svilupparle, cioè a farle funzionare quando noi vi abbiamo apparentemente rinunciato.

L’interpretazione di questi fenomeni è sempre difficile e complessa, e tralascio pure di avventurarmi in un altro versante altrettanto delicato e che ci porterebbe lontano, ossia gli effetti di tutto ciò sul nostro tessuto sociale, ma purtuttavia una domanda sorge spontanea, nel senso che viene naturale chiedersi, da un lato, se questi operatori “forestieri”, non certo per loro demerito, stiano definitivamente sottraendo agli “autoctoni” quello storico “substrato”, o impianto sociale, che avrebbe forse permesso loro, ovviamente se intenzionati in qualche modo a recuperarlo, di risalire la china delle crisi in atto.

Per altro verso ci si potrebbe anche domandare se, protesi verso nuove professioni e nuovi orizzonti, vale a dire essenzialmente proiettati sulla “modernità”, non abbiamo troppo presto ripudiato, ritenendolo vecchio ed obsoleto, il nostro tradizionale modello socio-economico (che pur coi suoi difetti poteva restare una solida base di partenza, e un prezioso patrimonio, su cui impiantare più saldamente il nostro futuro) lasciando così lo spazio a quanti altri hanno saputo inserirvisi.

Certo è che in questo momento, stando all’insieme di dati ed evidenze (e pur non dovendoci abbandonare al pessimismo perché in altre occasioni abbiamo dato prova di saper ritrovare il giusto orgoglio e slancio) si ha comunque l’impressione che la comunità nazionale sia nel complesso incapace di risollevarsi, e di reagire a questa sorta di “involuzione” o “arretramento”, pur con provvidenziali eccezioni che speriamo facciano da stimolo e catalizzatore per una rapida ripresa.

Paolo Bolognesi

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Commenti all'articolo
  1. Non conosco e non me ne voglia per questo, Paolo Bolognesi.
    Non avevo ancora avuto modo di venire a conoscenza di una analisi così realòistica, da me totalmente condivisibile.
    Qualcuno, potrbbe nel modo più totale sbagliato, annoverare Paolo Bolognesi, a quella schiera di tuttori dell’italianità alla Salvini.
    Io pregherei, se qualcuno la pensasse in questo modo, di riflettere e osservare nel concretto cosa veramente accade nelle nostre città.
    Voglio esternare un mio stato d’animo che mi porto dietro dal Dicembre 2013. Ho partecipato al Congresso del Partito Socialista a Venezia e con altri compagni delegati alla chiusura serale del Congresso, come è sempre capitato, siamo andati in cerca di un ristorante tipico per cenare. Non siamo riusciti ha trovarne uno, gestito da un veneziano. Abbiamo cenato in un locale gestito da domenicani e pensando a quello che ho mangiato, (per fortuna poco) mi sento ancora male adesso; ma mi sento ancora più male, pensando a quello che stiamo perdendo della nostra tradizione, della nostra cultura e perchè no, della nostra capillare micro economia.
    Grazie a Paolo Bolognesi, per la sua lucida e realistica analisi.

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