martedì, 16 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

Scuola. Anche qui il modello tedesco?
Pubblicato il 08-09-2014


Scuola-riaperturaI primi a tornare a scuola sono stati, oggi, gli alunni di Bolzano, quelli siciliani e pugliesi saranno gli ultimi, il prossimo 17 settembre. In ogni caso è stato un inizio di anno scolastico segnato dai due mesi di discussione chiesti dal governo per il piano sull’Istruzione, contenuto delle 126 pagine di programma governativo. Ma anche un avvio caratterizzato dalle polemiche e dalla recente “bocciatura” da parte dell’Ocse del nostro Paese che risulta “tra gli ultimi della classe” per efficienza nella spesa scolastica. Se si rapportano i risultati ottenuti dagli studenti nei test Pisa con la spesa per l’Istruzione, l’Italia si colloca appena al 23esimo posto della classifica di 30 paesi Ocse.

di Gianfranco Sabattini

In Italia, stando all’analisi di Gabriele Ballarino e Danile Checchi, nn. I-III/2013 della “Rivista di Politica Economica, non esiste nulla che possa essere confrontato con il sistema duale tedesco; non esiste un sistema di formazione professionale unitariamente strutturato ed organizzato. Ne esistono tre: il sistema degli istituti tecnici, quello degli istituti professionali e quello della formazione professionale. I tre sistemi sono cresciuti in modo disorganizzato; all’inizio dello scorso decennio è stato messo a punto un progetto di riforma, ma le resistenze del mondo della scuola e le contrapposizioni di origine ideologico-politiche e anche quelle tra governo e regioni hanno impedito che la riforma fosse portata a compimento, col risultato che gran parte della formazione professionale risulta ora affidata alle regioni, che hanno organizzato i corsi secondo criteri diversi; in tal modo, secondo Ballarino e Checchi, con riferimento alla formazione professionale “sembra esserci più variazione tra regioni in Italia, dove la repubblica è ‘una e indivisibile’, che in Germania, dove la repubblica è federale”.

Questa situazione e il suo perdurare sono destinati a creare non pochi ostacoli sulla via dell’acquisizione ai titoli professionali di un valore occupazionale del tipo di quello garantito dal sistema duale istituzionalizzato in Germania. In Italia, le riforme del mercato del lavoro (riforme Treu e Biagi) hanno incentivato le imprese a privilegiare la “flessibilizzazione esterna”, col ricorso a rapporti di lavoro di nuova istituzione, che ha disincentivato l’investimento delle imprese nella forza lavoro giovane, senza alcun risultato di rilievo sul piano della produttività, in quanto le stesse imprese hanno trovato conveniente percorrere la “scorciatoia” del contenimento al ribasso del costo del lavoro.

Ciò è accaduto perché in Italia il rapporto tra sistema dell’istruzione e professionale e mondo del lavoro, e in particolare il completamento dell’apprendistato dei giovani all’interno delle imprese, sono sempre stati affidati all’iniziativa individuale, o tutt’al più a quella locale, mai all’iniziativa statale concertata con le organizzazioni datoriali e sindacali. Anche a livello di istruzione terziaria, il rapporto tra Università e mondo del lavoro è stato del tutto trascurato ed assegnato all’iniziativa periferica delle singole Università. Sono note a tutti le modalità con cui, nel corso del decennio scorso, è stata affrontata la riforma universitaria; è accaduto che lo Stato abbia preferito assegnare ai “riformandi” il ruolo di rifornatori, nel senso che, dietro il velo della presunta autonomia universitaria, le riforme dei curricula universitari sono stati decisi dai singoli Consigli di Facoltà, col risultato che le innovazioni adottate sono risultate solo funzionali alla prospettiva di carriera dei docenti delle Facoltà, senza alcuna considerazione per le mutate esigenze del sistema sociale originate dalla dinamica del sistema economico, del mercato del lavoro e delle aspirazioni dei giovani laureati; alle conseguenze negative seguite alle riforme adottate non sono serviti i tentavi di portarvi rimedio effettuati in modo scoordinato e casuale negli anni successivi.

Nel complesso, in Italia, le riforme del sistema educativo e formativo sono state bloccate dall’eccesso di conflittualità ideologica del sistema politico; è stata persa così l’opportunità che il possibile Processo-Bologna avviato anche in Italia servisse a razionalizzare il mercato del lavoro e ad approfondire i rapporti tra scuola e sistema economico. In Italia, perciò, qualsiasi tentativo di riforma complessiva del sistema dell’istruzione e della formazione, che avrebbe potuto realmente contribuire a porre rimedio a molte delle insufficienze emerse a seguito dello “scoppio” della crisi, non è stato possibile avviarlo, perché è mancato l’approccio complessivo e coordinato alle riforme che si sarebbero dovute adottare. L’approccio parcellizzato e scoordinato ha perciò fatto sì che le riforme potessero sempre essere impedite dal pericolo che la loro attuazione concorresse a peggiorare i livelli della disoccupazione di coloro che il posto di lavoro già l’avevano, senza la contemporanea soluzione, se non in termini di precariato, del problema della disoccupazione della forza lavoro giovanile.

In conclusione, secondo Ballarino e Checchi, nella situazione critica nella quale versa, all’Italia non resterebbe che il riferimento alla Germania, “non solo per quanto riguarda le cose da fare, ma anche, o forse soprattutto, per quanto riguarda il modo in cui farle“, definendo priorità condivise ed attuando politiche volte a conservare il modello sociale europeo e la coesione sociale con esso possibile, senza però che tali politiche vadano a discapito dell’efficienza economica e dell’equità sociale. Qui casca l’asino!

Con quali risorse tutto ciò dovrebbe essere fatto? Siamo in una situazione dove la principale preoccupazione della politica italiana è quella di trovare la copertura finanziaria per soddisfare le promesse fatte agli elettori dei partiti su cui si reggono i governi delle larghe intese; queste, anziché essere utilizzate per l’approvazione di riforme strutturali di medio-lungo periodo, sono unicamente strumentalizzate per l’attuazione di politiche di “piccolo cabotaggio”; tra l’altro, con il primeggiare di opinion-maker che sanno solo proporre al governo in carica di affrontare la riforma del mercato del lavoro e il rilancio della ripresa con incentivi alle imprese da finanziare attraverso il taglio della spesa pubblica o la spending-review e senza alcuna considerazione riguardo alla necessità di stimolare la domanda interna.

Come potrebbero essere attuate in Italia le politiche pubbliche per una riforma del sistema scolastico sul tipo di quelle realizzate in Germania, utili al rilancio della crescita economica per il superamento degli esiti della crisi? A tal fine, occorrerebbero riforme strutturali ed istituzionali profonde mirate ad erogare un reddito minimo sociale garantito a tutti (quantomeno ai disoccupati), attraverso l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza, la cui introduzione in Italia non è mai stata seriamente discussa, almeno non con la stessa frequenza ed intensità con cui sono state oggetto di dibattito le iniziative di riforma di breve periodo del welfare State. L’elemento che accomuna tra loro le proposte di introdurre all’interno di un sistema sociale industrializzato come quello italiano un reddito di cittadinanza è l’idea che l’intero sistema debba garantire a tutti la possibilità di acquisire un reddito.

L’idea non è nuova; esistono, a giustificazione dell’erogazione di un reddito di cittadinanza, due ragioni principali. La prima è di natura etica. L’ideologia del libero mercato se può giustificare la possibilità che il sistema economico possa trovarsi nella condizione di non poter offrire lavoro a tutti, non può però giustificare che una parte della forza lavoro, per cause a lei estranee, possa essere privata di un reddito. La seconda ragione è di natura economica. Tradizionalmente, ciò che veniva chiamata “rimunerazione dei fattori produttivi” e, nel caso dei servizi della forza lavoro, rimunerazione dei servizi della forza lavoro occupata nella forma di salario, garantiva la circolarità della produzione e del suo sbocco, resa possibile dall’erogazione dei salari. Oggi, però, l’occupazione delle forza lavoro e la sua rimunerazione hanno cessato di essere fattori certi di equilibrio del sistema sociale, a causa del fatto che l’organizzazione produttiva è diventata sempre più indipendente dal lavoro direttamente mobilitato per l’attivazione dei processi produttivi.

Da ciò consegue che la rimunerazione del lavoro non può più assicurare lo sbocco completo della produzione e, in conseguenza di ciò, diventa necessario creare un reddito di cittadinanza indipendente dalla rimunerazione dei fattori produttivi, pena l’”incaglio” della circolarità del processo produttivo e l’instabilità del sistema sociale.
Molti critici rinvengono nel sistema di sicurezza sociale fondato sull’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza un handicap insuperabile, che dovrebbe fare dubitare che esso possa costituire uno strumento efficace per la rimozione delle cause del venir meno dell’equilibrio del sistema sociale. Alle critiche si può però contrapporre l’osservazione che, con l’istituzionalizzazione del reddito di cittadinanza, a differenza degli altri sistemi di sicurezza sociale, sarebbe possibile affrontare, nello stesso tempo, il problema della povertà e della disoccupazione, nonché il problema della riforma del mercato del lavoro in funzione dell’aumento della produttività delle imprese.

L’erogazione di un reddito di cittadinanza potrebbe essere, infatti, considerata come un’alternativa al pieno impiego, per cui il reinserimento nel mercato della forza lavoro che abbia perso la stabilità occupazionale a causa di riforme strutturali finalizzate ad aumentare la produttività del sistema delle imprese, nonché l’inserimento nel mercato della nuova forza lavoro espressa dalle classi di età giovanili, cesserebbero di costituire delle priorità sociali e causa di un ingiustificabile immobilismo sul piano delle riforme. Inoltre, la sicurezza e la stabilità sociali garantite dal reddito di cittadinanza non costituirebbero un’alternativa al diritto al lavoro, ma piuttosto un contributo essenziale alla ricerca di nuove forme di impegno produttivo, attraverso il potenziale impiego del reddito sociale percepito, fruibile incondizionatamente al pari delle altre forme di reddito percepite ad altro titolo.
(prima parte/segue)

Gianfranco Sabattini

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