venerdì, 21 settembre 2018
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Opinioni e commenti
 

Finisce la schiavitù
del software Microsoft
Pubblicato il 30-09-2014


Windows-9Dopo XP, alla Microsoft non ne hanno azzeccata più nessuna. Sistemi operativi sempre più pesanti e complessi, pieni di bug e falle nella sicurezza, e così hanno continuato a sfornare in media un nuovo OS ogni due anni. Siamo arrivati alla quindicesima versione di Windows in trent’anni e l’ultimo che sta per nascere si chiamerà Windows 10 (chissà perché visto che il precedente era Windows 8). La “technical preview” verrà rilasciata entro metà ottobre a produttori, aziende e sviluppatori mentre lo sbarco ufficiale sul mercato è previsto entro la primavera prossima. Il problema vero però sarà convincere gli utilizzatori finali perché i più smaliziati già si sono abituati a usare Ubuntu, o qualche altro sistema operativo open source di minor fortuna, ma sempre gratuito. Tutti più leggeri, più semplici, che non richiedono continui upgrade dell’hardware e quindi nuove spese. Il problema ormai è noto e in costante diffusione: chi compra un pc, se non è Apple, qualche volta comincia a chiederlo senza il sistema operativo, soprattutto senza l’ultimo arrivato della famiglia Windows.

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Liberi di non comprare l’OS di Microsoft
di Alessandro Mancini

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 19161/2014, pubblicata l’11 settembre, ha stabilito che chi compra un computer con preinstallato un sistema operativo, ma non ne sottoscrive la licenza d’uso, può rifiutarsi di utilizzarlo e chiedere di restituirlo, facendosi contestualmente rimborsare dal venditore la parte del software e tenendo con sé l’hardware.

Quest’eclatante sentenza arriva alla fine di un lungo iter che ha avuto inizio quando un consumatore fiorentino (consulente informatico dell’ Associazione per i diritti degli utenti e consumatori) ha convenuto in giudizio l’ HP (Hewlett-Packard, nota azienda produttrice di Pc) chiedendo il rimborso di 140 euro del sistema operativo Windows Xp Home Edition, nonché Microsoft Works 8, installato su un computer da lui acquistato. La difesa di HP sosteneva che l’hardware (la parte fisica del PC) e il sistema operativo fossero inscindibili.

La causa poneva l’attenzione su quanto scritto all’interno della licenza d’uso del sistema operativo Microsfot (Eula): “Qualora l’utente non accetti le condizioni del presente contratto, non potrà utilizzare o duplicare il software e dovrà contattare prontamente il produttore per ottenere informazioni sulla restituzione del prodotto o dei prodotti e sulle condizioni di rimborso in conformità alle disposizioni stabilite dal produttore stesso”. Per l’accusa, dunque, HP non voleva riconoscere il valore della clausola sottolineando che tale licenza veniva predisposta unilateralmente da Microsoft. La stessa Microsoft fece poi ricorso in Appello perdendo. Nel 2010 addirittura l’Antitrust diede ragione alla sentenza originale.

Oggi si è arrivati alla conclusione della vicenda con la sentenza finale della Cassazione, che dà ragione al consumatore: non sussistono né ostacoli tecnologici né ostacoli negoziali nel ritenere i due contratti separati. L’impacchettamento alla fonte di hardware e sistema operativo Windows-Microsoft risponderebbe, infatti, nella sostanza, a una politica commerciale finalizzata alla diffusione forzosa di quest’ultimo nella grande distribuzione dell’hardware.

In questo modo, si verificherebbero riflessi a cascata in ordine all’imposizione sul mercato di ulteriore software applicativo la cui diffusione presso i clienti finali troverebbe forte incentivo e condizionamento, se non vera e propria necessità, in più o meno intensivi vincoli di compatibilità ed interoperabilità con quel sistema operativo tendenzialmente monopolista.

Un’evenienza concreta, conclude la Cassazione, tanto da essere stata fatta oggetto sotto vari profili di interventi restrittivi e sanzionatori da parte degli organismi antitrust Usa e della stessa Commissione Ue.

Tra utente finale e casa di produzione del software non incorre, in pratica, nessun obbligato rapporto contrattuale (a meno che, ovviamente, non sia l’utente a manifestare una volontà positiva), poiché, se un consumatore vuole comprare un prodotto, non significa che egli, di conseguenza, voglia anche l’altro, non sussistendo collegamento negoziale vincolante.

Con questa sentenza, quindi, si apre per l’Italia uno scenario completamente nuovo, che spalanca le porte ad una grande quantità di potenziali ricorsi che potrebbero essere accolti immediatamente dai produttori di computer. E anche se è stata la HP a uscirne sconfitta, potrebbe essere la Microsoft a subirne le conseguenze più gravi, visto il suo modello di business derivato, in gran parte, dalla distribuzione su larga scala del proprio prodotto a cui gli utenti si sono spesso pigramente uniformati.

Alessandro Mancini

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