giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

SUL PIEDE DI GUERRA
Pubblicato il 09-09-2014


Giustizia-riforma

“Inefficace e frutto di compromesso”. L’Anm ci va giù dura sulla riforma in cantiere perché, a suo dire, conterrebbe “norme punitive ispirate a logiche del passato”.

Come sempre, quando un governo accenna a mettere mano al tema della giustizia, i magistrati, una delle corporazioni più forti in Italia, scatta in difesa come un sol uomo per bocciare, frenare, rallentare, modificare qualunque norma che ne metta in discussione non tanto l’autonomia garantita dalla Costituzione, quanto il potere reale e i vantaggi cumulati nei decenni. Secondo l’Associazione nazionale dei magistrati è “nel settore penale che i disegni di riforma rivelano i caratteri del compromesso e del cedimento a pressioni e a veti” perché la modifica ipotizzata “della disciplina della prescrizione, oggi patologica e patogena, non tocca la riforma del 2005 (con la c.d. legge ex Cirielli) prodotto di una delle varie leggi ad personam” bensì “nella debole scelta di introdurre due nuove ipotesi di sospensione temporanea ed eventuale del suo decorso”.

L’Anm critica anche le ipotesi di modifica della disciplina di acquisizione delle intercettazioni telefoniche mentre per i nuovi reati di falsità in bilancio e di autoriciclaggio, “destano preoccupazione le pressioni di cui danno conto i mezzi di informazione, per realizzare una riforma di facciata, a fronte di un’emergenza del Paese costituita dalla corruzione e dalla criminalità organizzata ed economica”.

Ma quello che davvero gli piace poco è la nuova disciplina sulla responsabilità civile dei magistrati e l’ipotesi di un taglio delle ferie, da 45 giorni a 30 (lavorativi, ndr) di cui godono come nessun’altra categoria del Paese. “L’eliminazione del filtro di ammissibilità delle azioni di responsabilità civile” sottolineano – “trascura una casistica che abbonda di atti di citazione carenti dei minimi requisiti formali, dando così il via libera ad azioni strumentali” e “la sospensione feriale dei termini, che si vuole ridurre non determina affatto la chiusura dei tribunali e garantisce anzitutto all’avvocatura una pausa ragionevole dell’attività ordinaria. Le ferie dei magistrati sono – quanto a durata – in linea con quelle della categoria dei dirigenti”. “Se fosse confermata, l’annunciata riduzione delle ferie – osserva il ‘sindacato’ delle toghe – decisa senza alcun previo confronto con la magistratura, sarebbe un grave insulto non per l’intervento in se stesso, ma per il metodo usato e per il significato che esso esprime”. Non manca neppure una stoccata alla ‘annuncite’ di cui sembra malato l’esecutivo Renzi che in materia di riforma della giustizia “in attesa che siano resi noti i testi ufficiali definitivi, deve guardare oltre le entusiastiche dichiarazioni pubbliche e gli slogan promozionali che l’accompagnano: dichiarazioni e slogan che vogliono dissimulare, con esibita enfasi, diversi cedimenti e timidezze”.

“La presa di posizione dell’Anm ha dell’incredibile. È bastato – notano i senatori del Pd, Claudio Moscardelli e Francesco Scalia, l’intervento annunciato dal premier Renzi di ridurre i giorni di ferie ai magistrati, a scatenare una rivolta della categoria. I privilegi devono finire per tutti, 46 giorni di riposo, nell’attuale stato della giustizia, sono francamente troppi”.

Dello stesso parere il senatore Enrico Buemi, capogruppo del Psi nella Commissione giustizia. “Il governo ha fatto bene – commenta – a stabilire un principio: certi uffici devono restare aperti sempre. Così come si pone il problema per l’Industria che deve mantenere gli impianti aperti se vuole avere degli standard di efficienza competitivi, così il problema deve porsi nella macchina dell’amministrazione pubblica. E il problema c’è davvero se sommiamo ai 45 giorni di ferie anche malattie, permessi, convegni e altro. Non ci possono più essere ‘aree intoccabili’. Non ce lo possiamo permettere”.

Insomma non c’è solo una questione di regole, di modifica delle leggi per accelerare il corso di una giustizia civile e penale che in Italia ha tempi ormai intollerabili per un Paese civile. C’è un’evidente questione organizzativa come quella della “sottovalutazione dei ruoli, delle competenze e delle capacità. Ci sono tribunali che sono avanti con l’informatizzazione e altri che invece arrancano”. Si può accelerare il processo immaginando “figure polivalenti che possono assommare molteplici funzioni e avere, ad esempio, una figura di Cancelliere che è presente in Aula e immediatamente dopo può far partire le notifiche. Senza trascurare le garanzie e i diritti del cittadino, dobbiamo assumere una mentalità ‘industriale’”.

Ma un giudizio sulle modifiche proposte per accelerare le cause civili?

“Ho dubbi sulla parziale ‘privatizzazione’ del processo civile. Temo che possa funzionare bene per chi ha soldi da spendere. Per una serie di contenziosi ci vogliono poi avvocati esperti, ‘costosi’. Oggi il magistrato alla fine è una garanzia per il cittadino che non ha mezzi. Poi bisogna tenere conto del fatto che la gran parte del contenzioso è relativo ai ‘pagamenti’ e molto spesso chi non paga è un mascalzone che passa la vita a truffare e certo non gli conviene accettare una sentenza extragiudiziale. Temo che funzionerà pochissimo. Meglio una giustizia pubblica più veloce che affidarla in parte al ‘privato’”.

“Più che appaltare, io interverrei sui tempi e sulle modalità del processo civile. Bisogna agire sulle notifiche, sul deposito delle perizie, sulla fissazione delle udienze, sul ‘gioco’ tra avvocati e magistrati. E non si possono ‘scaricare’ i costi della riforma sul cittadino così come sta avvenendo con la chiusura delle sedi locali. Lo Stato risparmia, ma spostarsi per 100 chilometri anziché per trenta, ha un costo che grava solo sulle spalle del cittadino perché l’avvocato sposterà il suo nella parcella al cliente”.

C’è aria di guerra tra toghe e governo?

“C’è un mal di pancia generale e molta strumentalizzazione come quella sulla responsabilità civile. Ripeto che l’azione di responsabilità diretta non c’è nel mio testo, né negli emendamenti e neppure negli intendimenti del governo. Si vuole introdurre una modalità equa di sanzionamento per il dolo e la colpa grave. E verificata da altri magistrati. Dunque nessun condizionamento di un potere sull’altro”.

“A proposito di riforme e di risparmi nella pubblica amministrazione – conclude Buemi commentando le parole del commissario alla Spending Review, Carlo Cottarelli – giusta la strada di promuovere maggiore integrazione e qualche accorpamento tra le cinque forze di polizia nazionali sapendo, però, che si deve subito procedere all’accorpamento tra le polizie comunali e quelle provinciali. Non si dimentichi, inoltre, che in Italia esistono una pletora di magistrature civile, penale, onoraria, amministrativa, contabile e tributaria, autonome e con organi di autogoverno specifici, ordinamenti disciplinari e trattamenti economici diversi tra di loro che producono sovrapposizioni, conflitti, ritardi e sprechi di ogni genere”.

C. Co.

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