domenica, 21 ottobre 2018
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Opinioni e commenti
 

“Un libro che parla
di vite private”
Pubblicato il 29-09-2014


Giorgio Fontana Premio Campiello Giorgio Fontana (Saronno, 1981) vive e lavora a Milano. Con “Morte di un uomo felice” ha vinto a sorpresa e strameritatamente il Campiello 2014, inserendosi fra i più giovani vincitori del Premio. È autore di quattro romanzi, tra cui “Per legge superiore” (Sellerio, 2011), che inaugura il dittico sulla giustizia, e “Buoni propositi per l’anno nuovo” (Mondadori, 2007); inoltre ha scritto una raccolta di racconti: “Babele 56” (Terredimezzo, 2008) e un reportage sul berlusconismo e l’identità italiana: “La velocità del buio” (Zona, 2011). Collabora a quotidiani e a riviste italiane e straniere.

Per cominciare, una domanda che tutti ti faranno: come ci si sente da fresco vincitore del Campiello?

Direi bene. Sono ancora un po’ frastornato, ma a due settimane di distanza l’effetto “mediatico” è praticamente finito (grazie a dio, visto che voglio che la mia vita resti normale e tranquilla). Per il resto, mi giostro fra i molti impegni.

“Morte di un uomo felice”, come ormai conclamato, rappresenta un dittico sulla giustizia, ma ancor più è un romanzo sulle relazioni umane, sul rapporto difficile tra padri e figli. Che ne pensa?

Sono assolutamente d’accordo. Mi piace definirlo proprio la storia di un padre e di un figlio, di un’eredità possibile e della sua gestione, e in generale un libro che parla di vite private complicate quando anche la Storia si complica a sua volta. Volevo scrivere semplicemente un romanzo esistenziale, una storia di singoli; tutto il resto – anche i temi per così dire filosofici attorno alla giustizia – sono una conseguenza, o per meglio dire una parte del vissuto dei personaggi.

Chi la legge, sente viva la lezione di Kafka sia per l’analisi dei personaggi sia per il senso di colpa immanente, ma rispetto alla conclusione del Processo (la vergogna che sopravvive all’uomo), sembra che lei sia andato oltre.

No, no, la sola idea di essere andato “oltre” a qualcosa fatto da Kafka mi fa inorridire!

Milano, nei suoi libri, non fa semplicemente da sfondo ai personaggi, ma diventa spesso la protagonista, atta a sottolineare il tuo impegno civile. Sbaglio?

Sì, è una protagonista a tutti gli effetti – ma non direi per sottolineare il mio “impegno civile”; tale impegno – che sento fortissimo – non si realizza attraverso la narrativa, ma attraverso tutto il resto. I romanzi sono lo spazio dove mi sento assolutamente libero di fare ciò che voglio, e in nessun caso per me hanno un fine civile o didattico o di qualsiasi altro genere se non la storia stessa. Ciò detto, Milano per me è uno spazio narrativo e poetico molto importante, che credo continuerò a indagare anche in qualche prossimo lavoro. Ha questa bellezza nascosta, da scoprire – questo tono burbero e malinconico, certi scenari strazianti…

Qual è il personaggio, tra tutti i suoi libri, che sente più vicino o prossimo alla sua sensibilità?

Difficile dirlo. Forse proprio Giacomo Colnaghi, anche se siamo molto diversi: lui è cattolico e io no, lui fa il magistrato e io no, lui è sposato con figli e io no, lui è democristiano e io no (per carità). Ma credo condividiamo alcune caratteristiche: la curiosità, il senso solido dell’amicizia, la passione per il calcio e le mangiate in trattoria, e l’inquietudine di cercare sempre di fare la cosa giusta.

All’interno del panorama contemporaneo italiano, quali autori considera rilevanti?

Ho un debito letterario con Marco Mancassola, la cui lettura per me è sempre stata fonte di grande ispirazione: ha un talento linguistico eccezionale. Poi faccio qualche nome della mia generazione: Marco Missiroli, Claudia Durastanti, Andrea Tarabbia, Pietro Grossi, Federica Manzon…

Progetti futuri?

Alcune idee, ma fino al 2015 difficilmente mi metterò a scrivere qualcosa. Me la prendo con calma.

Andrea Breda Minello

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