mercoledì, 20 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Un’Italia di Paperoni
Pubblicato il 19-09-2014


Ricchi-Italia-sm“La differenza fra ricchi e poveri è che i ricchi si fanno pagare per tutto, mentre i poveri devono pagare per tutto” (Jean Anouilh, 1910-1987), così anche a pagare per la crisi che stiamo vivendo, ci pensano i poveri. Ma non è la sola novità.
Secondo le ultime stime i Paperoni sono in continuo aumento. L’ultimo rapporto di Wealth-X e Ubs sui grandi patrimoni fotografa un segmento in continua crescita. Nel periodo dal luglio 2013 al giugno di quest’anno il loro numero a livello globale è aumentato del 7%, passando da 2.170 a 2.325.

L’Italia che arranca in tutte le classifiche, in questa è riuscita a salire di due posizioni, arrivando al quindicesimo posto: da noi i cittadini con un patrimonio netto superiore a un miliardo di dollari sono passati in dodici mesi da 29 a 33 (il rapporto non pubblica i nomi) e la loro ricchezza da 97 a 115 miliardi di dollari, pari a un incremento del 18,6% ed equivalente al 5,7% del Pil italiano. E chissà se sono gli stessi che chiedono più flessibilità sul lavoro, di risparmiare sulle pensioni e sulla sanità …
Non è un caso infatti che il lusso resti il solo settore che la crisi neppure la vede. La marca di auto che ha visto crescere di più le immatricolazioni? Con un incremento record del 631% è la Maserati, passata dalle 79 vetture immatricolate nei primi cinque mesi del 2013 alle 578 del 2014.

Ma cosa consente la conservazione e la crescita di questa nicchia di Paperoni? Sono in primo luogo che chi ha più soldi può permettersi di gestire meglio la sua ricchezza. Una volta si calcolava, che un Fondo di investimenti per poter far bene il proprio lavoro debba amministrare almeno 300-400 milioni di euro: solo così può permettersi analisti competenti e strutture di ricerca (dei profitti) interessanti. Al di sotto di quel valore si va un po’ a caso e ci si affida molto alla fortuna. Il fattore rischio poi incide marginalmente sulle grandi fortune, che possono sopportare e assorbire le perdite, compensate dal buon esito degli investimenti azzeccati. Se invece non ho soldi in partenza e apro un ristorante nel posto sbagliato, rischio di perdere tutto e subito il capitale. E il traguardo del milione di dollari non lo raggiungerò mai.

Ma c’è di più, all’aumento dei poveri corrisponde sempre un aumento dei super ricchi. Se dovessimo spiegarlo a un bambino alle elementari potremmo usare la metafora della torta, sottolineando che se la fetta si snellisce per una parte automaticamente va ad ingrandirne un’altra. Dati alla mano mentre si registra l’aumento dei super ricchi, automaticamente aumentano super poveri. Secondo un’indagine della Banca d’Italia infatti, la distribuzione dei redditi resta sempre asimmetrica e la forbice si allarga sempre più.

La ricchezza, inoltre, è sempre più concentrata. Secondo l’indagine, il 10% delle famiglie più ricche possiede il 46,6% della ricchezza netta totale (45,7% nel 2010). La quota di famiglie con ricchezza negativa è invece aumentata al 4,1% dal 2,8% del 2010. La concentrazione della ricchezza è pari al 64%.
Sempre all’inizio di quest’anno la Banca d’Italia ha reso disponibili i microdati relativi al 2012 dell’indagine biennale sui bilanci delle famiglie italiane, da cui risulta che, in materia di povertà, tra il 2006 e il 2012 vi sarebbe stato un incremento di ben 3,9 milioni di persone, portando il numero di poveri a circa 13,5 milioni.

I dati mostrano che la crisi ha colpito tutti i redditi, ma in misura maggiore quelli più bassi, e che la curva di crescita della disuguaglianza aumento a partire dal 2008. Una data che la dice lunga sugli effetti reali della crisi finanziaria ed economica nata negli Stati Uniti e sbarcata subito dopo in Europa.
Le elaborazioni mostrano che la crisi ha colpito in maniera molto pesante soprattutto i redditi bassi, aumentando così la diffusione della povertà, se viene calcolata tenendo fissa la soglia in termini reali.

Secondo i dati diffusi dall’Istat il 14 luglio, nel 2013 il 7,9 per cento delle famiglie italiane si trovava in povertà assoluta, una percentuale quasi doppia rispetto al 4,1 per cento del 2007. In quell’anno erano povere assolute 975mila famiglie, un numero salito a 2,03 milioni nel 2013. In termini di individui, l’incidenza della povertà assoluta è passata nello stesso periodo dal 4,1 per cento (2,4 milioni) al 9,9 per cento (6 milioni, un italiano su dieci). E la politica? Come sta reagendo? Gli sforzi comuni e “comunitari” hanno portato a qualche effetto?

Sì certo, a un peggioramento della situazione. Prendiamo in esame, riprendendo uno studio della Voce.info gli ultimi due governi in Italia: l’Esecutivo Letta e quello Renzi.

Nel primo governo a direzione Pd, di Letta, sono state varate tre misure per incidere e allontanare lo spettro della povertà. La prima riguarda l’incremento della detrazione da lavoro dipendente che ha inciso poco sui poveri assoluti, a causa della scarsa frequenza dei redditi da lavoro nei bilanci di queste famiglie. Invece l’aumento dell’aliquota ordinaria dell’Iva, da ottobre 2013 passata dal 21 al 22 per cento, ha danneggiato proporzionalmente di più proprio le condizioni dei più poveri. Infine l’odiata tassa sulla prima casa che, senza detrazioni,  penalizza sicuramente in primo luogo il ceto medio, ma anche le famiglie povere, a causa della forte diffusione della proprietà immobiliare.

Le misure di Renzi sono ancora da valutare, ma in ogni caso hanno fatto ben poco per allentare la morsa della crisi per le famiglie povere. I famosi 80 euro al mese aiutano infatti solo e soltanto i lavoratori a reddito fisso basso, non le famiglie povere, perché solo una parte dei lavoratori a reddito fisso e basso vive in famiglie povere, e solo una piccola parte delle famiglie povere è soggetta a Irpef.

Anzi lo studio degli economisti mette in evidenza come queste misure portino al peggioramento della situazione delle famiglie  più povere.
La politica dovrebbe ricominciare ad occuparsi dell’economia senza delegarla a slogan, cui purtroppo invece ci hanno abituato negli ultimi anni.
Resta comunque una curiosità: se questi super ricchi sono noti, e pagano anche le tasse, quanti sono quelli che il Fisco non vede?

Maria Teresa Olivieri

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Commenti all'articolo
  1. Spero che l’articolo venga letto dai deputati PSI e dai dirigenti sul territorio. I dati non ammettono replica, specie dalle oche e dai bambocci con brillantina, del PD. Mandatelo anche al responsabile economico del PD, Taddei, che quando apre la bocca mi conferma che la Bocconi fabbrica ignoranti.

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