giovedì, 21 giugno 2018
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Opinioni e commenti
 

Volontaria: entro il 30 settembre il versamento all’Inps
Pubblicato il 15-09-2014


Scade martedì prossimo trenta settembre il termine ultimo utile per corrispondere all’Inps i contributi volontari relativi al secondo trimestre di quest’anno (aprile – Giugno 2014). Al riguardo è appena il caso di precisare che nel 2014 per coprire un anno di contribuzione volontaria occorre una spesa minima di 2.903 euro. E se si è stati autorizzati dopo il 31 dicembre del 1995 si dovrà addirittura spendere 522 euro in più. Il 30 settembre – come già indicato in apertura – scade appunto il termine per il pagamento riferito al trimestre aprile – giugno, il secondo dei quattro appuntamenti previsti per il corrente anno (gli altri due sono rispettivamente fissati al 31 dicembre e 31 marzo 2015). L’aumento, in confronto al 2013, è dovuto alla consueta lievitazione delle retribuzioni di riferimento, aggiornate all’1,1% per via dell’inflazione. La «volontaria» – si ricorda – coinvolge numerosi ex lavoratori (soprattutto donne) che hanno scelto di continuare l’assicurazione provvedendo in proprio, con lo scopo di maturare comunque il diritto alla pensione. Da un’occhiata sommaria alle tabelle, i cui nuovi parametri sono indicati in un’apposita, specifica circolare Inps, si nota facilmente come costa sempre di più «farsi» una prestazione pensionistica da soli, per chi si è ritirato prima del tempo dall’attività lavorativa. Non solo, ma in passato – si sottolinea – la sola autorizzazione al versamento ha costituito un ottimo scudo per difendersi dalle novità progressivamente introdotte in materia di requisiti pensionistici. Anche se, dopo la riforma Monti-Fornero, ora non è più così.

Valori 2014. Le somme da corrispondere differiscono a seconda della decorrenza dell’autorizzazione: prima o dopo dicembre 1995. L’ammontare del contributo volontario si ottiene, infatti, applicando alla retribuzione di riferimento (quella dell’ultimo anno di lavoro) l’aliquota contributiva vigente che per gli ex dipendenti è pari al 27,87%, se autorizzati sino al 31 dicembre 1995, e al 32,37% (33% per le quote eccedenti i 46.031 euro annui) per le autorizzazioni successive.

Esiste anche una retribuzione base (minimale), pari al 40% del minimo di pensione mensile. In altri termini, per il 2014, con un minimale di retribuzione settimanale pari a 200,35 euro, il contributo non può essere inferiore a 64,85 euro per i soggetti autorizzati sino al 31 dicembre 1995 e a 55,84 euro per le autorizzazioni successive.

Il pagamento dei contributi volontari può avvenire in tre modi diversi:

1) utilizzando il bollettino Mav (pagamento mediante avviso);

2) online, sul sito internet www.inps.it;

3) telefonando al numero verde gratuito 803.164, utilizzando la carta di credito;

Una protezione vulnerabile. La possibilità di versare volontariamente in occasione delle precedenti riforme ha sempre costituito una vera e propria polizza assicurativa. A cominciare dall’elevazione del minimo di contributi richiesto per la vecchiaia, innalzato da 15 a 20 anni dalla riforma Amato del 1993, dove è prefigurata la conservazione dei «vecchi» 15 anni in favore dei soggetti autorizzati alla volontaria entro il 31 dicembre 1992. Per non parlare dei famosi «blocchi» temporanei delle pensioni di anzianità, avvenuti più volte tra il 1994 e il 1998, che in questi casi non hanno trovato applicazione,

Adesso la musica è cambiata. Soltanto un ristretto numero di contribuenti volontari è infatti rientrato nella schiera dei cosiddetti “salvaguardati” dall’inasprimento dei requisiti pensionistici della riforma Fornero. Ciò non toglie che la richiesta di autorizzazione alla prosecuzione volontaria, inoltrata alla cessazione o sospensione del servizio lavorativo, sia inutile. Non costa nulla e non è soprattutto impegnativa (nel senso che non si è affatto obbligati a continuare a versare fino alla quiescenza).

Dal 1 gennaio 2013

L’ASSEGNO SOCIALE ARRIVA PIU’ TARDI

Dal 1° gennaio 2013 il requisito di età, 65 anni, per l’accesso all’assegno sociale è soggetto all’incremento delle speranze di vita. Lo ha a suo tempo precisato l’Inps con il messaggio 16587/2012, illustrando gli effetti della riforma delle pensioni, Legge 214/2011, sulle prestazioni assistenziali. Dal primo gennaio del 2013 il requisito anagrafico minimo per l’accesso all’assegno sociale, all’assegno sociale sostitutivo della pensione d’inabilità civile, all’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali e alla pensione non reversibile ai sordi, è stato adeguato all’incremento della speranza di vita. Di conseguenza, le predette prestazioni (ove richieste) saranno corrisposte quando i soggetti interessati abbiano compiuto almeno 65 anni e 3 mesi. Tenendo conto dell’innalzamento del requisito anagrafico per l’assegno sociale a partire dall’inizio dell’anno scorso (2013), la pensione d’inabilità civile, l’assegno mensile di assistenza agli invalidi parziali e la pensione non reversibile ai sordi, sono riconosciute in base ai requisiti sanitari e con le altre condizioni socio economiche, a persone di età non inferiore a 18 anni e fino al compimento dei 65 anni e tre mesi. I soggetti che avevano presentato la domanda di assegno sociale e avevano compiuto 65 anni entro il 31 dicembre 2012, in presenza anche dei requisiti socio economici necessari, hanno avuto diritto al trattamento assistenziale in questione secondo la normativa previgente e quindi a 65 anni di età; stesso discorso, è stato fatto per gli invalidi civili titolari di inabilità, assegno mensile e pensione non reversibile ai sordi, che avevano compiuto 65 anni entro il 31 dicembre 2012, i quali hanno avuto titolo all’assegno sociale sostitutivo, in base alla normativa previgente. Dal 1° gennaio 2018 il requisito anagrafico per il conseguimento dell’assegno sociale, degli assegni sociali sostitutivi dell’assegno mensile di assistenza a favore dei sordomuti e della pensione di inabilità civile e dell’assegno mensile a favore dei mutilati e invalidi civili, sarà aumentato di un anno oltre all’incremento della speranza di vita.

Pensioni

I VIGENTI COEFFICIENTI PENALIZZANO L’ASSEGNO

Dall’anno scorso (2013) chi va in quiescenzaprima dei 65 anni riceve una prestazione più bassa. E’ l’effetto dei rinnovati coefficienti di trasformazione da applicare nel calcolo col metodo contributivo, pubblicati a ottobre del 2012 sulla Gazzetta ufficiale. Mentre viene invece “premiato” con una pensione più alta dell’attuale chi decide di smettere di lavorare in un’età compresa tra i 65 anni e i 70 anni. Si tratta, in soldoni, di un’applicazione ferrea del principio contributivo secondo cui “più versi, più prendi”. I coefficienti di trasformazione – si precisa – sono le percentuali di rivalutazione da applicare al cosiddetto “montante contributivo”, ovvero l’ammontare dei contributi corrisposti nel corso della vita lavorativa, per determinare la rendita previdenziale. I correnti coefficienti, che hanno validità per un triennio, dal 2013 al 2015, “allungano” l’età lavorativa di 5 anni rispetto a quelli in precedenza operativi approvati  nel 2010. Al posto di un’unica finestra d’uscita, tra i 66 e i 70 anni sono prefigurati coefficienti crescenti che significano un trattamento pensionistico migliore per chi va a riposo più tardi.

Vecchi e nuovi Coefficienti

Coefficienti 2010-12        Coefficienti 2013-15       Differenza

4,42%                                        4,304%                        -0,116%

4,54%                                        4,416%                        -0,124%

4,66%                                        4,535%                        -0,125%

4,80%                                       4,661%                         -0,139%

4,94%                                       4,796%                         -0,144%

5,09%                                      4,940%                          -0,150%

5,26%                                      5,094%                          -0,166%

5,43%                                     5,259%                           -0,171%

5,62%                                    5,435%                            -0,185%

5,62%                                    5,624%                           +0,004%

5,62%                                   5,826%                            +0,206%

5,62%                                   6,046%                           +0,426%

5,62%                                  6,283%                            +0,663%

5,62%                                  6,541%                            +0,921%

Come si nota la differenza è negativa per chi va in quiescenza prima dei 65 anni. Cioè dall’anno 2013 l’assegno liquidato col metodo contributivo è più basso rispetto all’anno precedente (e la perdita è addirittura maggiore a 65 anni che a 57). La differenza diventa invece positiva a partire dal 66° anno: questo perché i coefficienti precedenti si fermavano a 65 anni e i nuovi viceversa crescono progressivamente fino a 70 anni. Secondo diversi conteggi elaborati in proposito dalla stampa specializzata, su un montante di 300mila euro, la differenza in termini assoluti è notevole: chi sempre nel corso del 2013 è andato a riposo a 65 anni ha preso 555 euro annui in meno in confronto all’anno prima. Chi invece ha deciso di aspettare i 70 ha percepito 2.760 euro in più.

I rischi dell’attesa

Per contro, l’attesa può essere tuttavia penalizzata dall’andamento della crisi economica. Prima di applicare i coefficienti di trasformazione, infatti, il montante viene rivalutato in base all’andamento del Pil degli anni precedenti. Il ministero ha confermato per il prossimo triennio un tasso di sconto dell’1,5% corrispondente alla variazione media del Pil dal 1990 al 2007. Sono stati volutamente tralasciati gli anni successivi al 2007 considerati “anomali” per via della crisi. Ma se la ripresa non arriverà i tassi di crescita vicini allo zero incideranno negativamente anche sul calcolo dei trattamenti pensionistici.

Carlo Pareto

 

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