giovedì, 16 agosto 2018
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Opinioni e commenti
 

‘Why not’, De Magistris condannato. Lascia Napoli?
Pubblicato il 25-09-2014


EVIDENZA-Luigi-de-MagistrisIl commento di Marco Di Lello, capogruppo del Psi alla Camera,è stato tanto lapidario quanto efficace: “Chi di Why not ferisce di Why not perisce. Ma è triste un paese in cui sono i giudici e non il popolo a scegliere i suoi rappresentanti”.

È successo che ieri la X sezione penale del Tribunale di Roma ha condannato l’attuale sindaco di Napoli Luigi De Magistris, divenuto primo cittadino della città partenopea anche grazie alla grande visibilità che ottenne con l’inchiesta Why not, ad un anno e tre mesi di reclusione per abuso d’ufficio a conclusione del processo sull’acquisizione di utenze telefoniche di alcuni parlamentari relative al periodo in cui era pm a Catanzaro.

Neanche a dirlo, ovviamente il PM Roberto Felici aveva chiesto l’assoluzione dell’ex collega (tutta colpa di Genchi, il consulente coimputato e pure lui condannato).

Tra i parlamentari intercettati per ordine di De Magistris c’era anche l’allora Presidente del consiglio Romano Prodi. Giova ricordare che il coinvolgimento dell’allora premier innescò una campagna di stampa contro il governo provocandone la caduta.

Ma l’inchiesta Why not, avviata nel 2007, dopo proscioglimenti, archiviazioni, assoluzioni e prescrizioni, della quasi totalità degli indagati è risultato essere un clamoroso flop giudiziario, di cui il principale regista e sceneggiatore De Magistris, che oggi piagnucola ( “La mia vita è sconvolta” La sua? e quelle degli altri che ha sconvolto lui? Vogliamo parlarne?), porta per intero la responsabilità. Da ieri, visto che fortunatamente c’è “un giudice a Berlino” anche quella penale.

In soccorso a “Giggino” (curioso come codesti maldestri inquisitori vengano vezzeggiati dai media con affettuosi soprannomi) è giunto subito quell’altro bel soggetto di “Tonino” Di Pietro che gli ha offerto la sua solidarietà.

Tra gli indagati con l’accusa di estorsione, abuso d’ufficio, truffa e peculato (!) nell’inchiesta di Giggino c’era anche Enza Bruno Bossio, all’epoca manager dell’azienda CM sistemi sud, uscita assolta in primo e secondo grado da tutte le imputazioni, oggi deputata del Pd che, in un’intervista rilasciata ad un settimanale sostenne che: “Il tema rimane quello di una distorsione del ruolo dei pm e di una responsabilità politica, anche di influenti settori della sinistra, verso la deriva giustizialista”.

E già. Non ci sarebbe altro da aggiungere, salvo sottolineare che esiste una legge (detta Severino) che in queste ore vedremo se è uguale per tutti e che comunque forse sarebbe il caso che l’attuale inquilino di Palazzo San Giacomo, che peraltro negli anni del suo mandato non è che abbia dato neppure in questo ruolo grande prova di sé, come si usa dire con un consolidato lessico ipocrita, dopo la sentenza “traesse le necessarie decisioni”. In lingua italiana che “levasse il disturbo a Napoli e ai napoletani”. C’è sempre un posto, lasciato vacante dal suo amico “Nino” Ingroia, alla procura di Aosta.

Emanuele Pecheux 

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Commenti all'articolo
  1. caro Emanuele, benché provi anch’io un sottile e perfido (ammettiamolo) senso di soddisfazione, non posso credere che la legge Severino possa prevedere la decadenza di chicchessia per una sentenza non ancora passata in “cosa giudicata”. Sarebbe del tutto incostituzionale. Forse prevede la sospensione ma credo solo per reati di particolari allarme sociale. E questo obiettivamente non lo è.
    Piuttosto anzichè fossilizzarci sul destino personale di De Magistris (a proposito fai bene a scriverlo con la maiuscola, a differenza dei piaggiatori che lo vogliono far passare per nobile) prendiamo lo spunto da questa sentenza per affermare un principio (purtroppo in italia non più scontato) “erga omnes” : in uno stato democratico e di diritto perseguire la legalità attraverso metodi illegali è un paradosso inaccettabile e da rigettare in qualunque situazione. Persino nella lotta alla mafia o alla pedofilia.

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