lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

INGIUSTIZIA
Pubblicato il 31-10-2014


Ingiustizia

Volevano destabilizzare lo Stato. È questo il senso della deposizione del presidente della Repubblica nelle parole trascritte dalla Corte d’Assise di Palermo dal verbale dell’udienza del processo sulla cosiddetta ‘trattativa Stato-mafia’ in cui ha deposto il capo dello Stato il 28 ottobre scorso. Le trascrizioni sono disponibili, per accusa e difese e tutti le possono leggere perché sono state pubblicate anche sul sito della presidenza della Repubblica.

Una trascrizione lunga 86 pagine che se non servirà a rispondere alla domanda principale del processo, ovvero se ci fu o meno una trattativa e se questa fu opera di personale ‘deviato’ dei servizi e di esponenti politici collusi con la criminalità organizzata, si spera che almeno serva a chiudere questa brutta parentesi che ha visto il coinvolgimento di Giorgio Napolitano in qualità di testimone. Una vicenda spiacevole perché è sembrato che l’intento finale di una testimonianza che tutti sapevano non avrebbe potuto portare elementi di novità, ma al massimo conferme (anche i bambini capirono allora che le bombe a ripetizione servivano a fermare la guerra contro la mafia), era quella di screditare la figura dell’inquilino del Quirinale e di squalificare così indirettamente anche il suo operato istituzionale, soprattutto in quest’ultima travagliata fase che ha visto formarsi anche l’ultimo governo attraverso una complicata alchimia politica di larghe maggioranze o quasi. Insomma un modo come un altro per indebolire il Colle e il Governo in carica.

Dunque una vicenda che in qualche modo è tornata ad accendere i riflettori sul comportamento di alcune Procure, pronte a mettere in piedi processi lunghi e complessi destinati sovente a concludersi, come si intuisce fin dai primi passi, con un bel buco nell’acqua, ma ciò nondimeno utili a essere strumentalizzati politicamente.

Ma riassumiamo per sommi capi un nodo cruciale nella testimonianza del Capo dello Stato.
P.M. DI MATTEO: – E quindi lei ha detto si ipotizzò subito che
la matrice unitaria e la riconducibilità ad una sorta di
aut – aut, di ricatto della mafia, ho capito bene?
DICH. NAPOLITANO: – Ricatto o addirittura pressione a scopo
destabilizzante di tutto il sistema.
P.M. DI MATTEO: – Grazie.
NAPOLITANO: – Probabilmente presumendo che ci fossero
reazioni di sbandamento delle Autorità dello Stato, delle forze dello Stato.

Per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano le stragi mafiose del ’93 “si susseguirono secondo una logica unica e incalzante per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut, perché potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure di custodia in carcere dei mafiosi”.

“Sono convinto che la tragedia di via D’Amelio rappresentò un colpo di acceleratore decisivo per la conversione del decreto legge 8 giugno ’92 sul carcere duro”, ha detto Napolitano. E, al pubblico ministero Nino Di Matteo che gli chiedeva se ci fosse stato un dibattito politico sulla conversione del dl che introduceva il 41bis per i mafiosi, il capo dello Stato ha risposto:
“Non credo che nessuno, allora, pensò che in una situazione così drammatica si potesse lasciare decadere il decreto alla scadenza dei 60 giorni, per poi rinnovarlo”. “Ci fu la convinzione che si dovesse assolutamente dare questo segno all’avversario, al nemico mafioso”.

Napolitano ha ricordato anche il blackout dei telefoni di Palazzo Chigi, tra il 27 e il 28 luglio, definendolo “un classico ingrediente di colpo di Stato”.

Insomma per Napolitano non solo lo Stato non si arrese, ma anzi confermò la linea dura contro la mafia.

Il Senatore Enrico Buemi, come Salvo Andò (intervista all’Avanti!), a suo tempo nel mirino della mafia insieme a Calogero Mannino, ritiene che quando “si attaccano le alte cariche dello Stato è solo per creare una operazione deflagrante. Ora il punto – dice Buemi – è essere capaci di preservare le Istituzioni e metterle al riparo dai temporali. La giustizia deve essere equilibrata nei confronti di tutti. In passato vi sono stati degli eccessi, ma oggi la questione sembra essere generalizzata. L’errore è stato quello di aver rotto gli equilibri che i nostri padri costituenti avevano previsto nell’architettura Costituzionale, mettendo così nel dimenticatoio il principio della supremazia della politica su gli altri poteri dello Stato”.

Oggi è stata pubblicata la deposizione del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che senso ha, secondo te, tornare su argomenti accaduti tanti anni fa?
Sono cose che si sapevano già. Una questione che è arrivata dopo i tentativi di intimidire lo Stato per ottenere un atteggiamento più morbido. Francamente non ho ravvisato l’utilità della deposizione. Il problema è un altro. Ossia se era necessario che Napolitano dovesse deporre o meno. Bisognava porsi la domanda di quale possa essere il danno che può derivare dal chiamare a testimonianza la più alta carica dello Stato. Dobbiamo imparare da altri Stati, dalla Francia, dell’Inghilterra o dagli Stati Uniti in cui le alte cariche sono protette dalle esposizioni mediatiche improprie che potrebbero ledere l’immagine, non del singolo, ma del Paese intero.

Ma si può parlare di giustizia malata? Tutti assolti nel caso Cucchi, il Tar che reintegra De Magistris scavalcando la legge Sevrerino che evidentemente non funziona. Insomma qual è il quadro?
Indubbiamente un Paese malato sotto l’aspetto giustizia, con norme fatte male e spesso realizzate sotto la spinta demagogica. Basta vedere la Legge Severino. La politica non risponde e spesso non agisce per tempo rispetto ai nodi che si presentano a cui invece vanno date risposte con senso di responsabilità.

Ma la giustizia è una battaglia così importante?  Come il job act per esempio? Sono argomenti che viaggiano con la stessa priorità oppure ci sono priorità diverse?
La questione giustizia è fondamentale per costruire un corretto rapporto globale del Paese. Se le leggi non sono ben fatte, se la giustizia non funziona il Paese si ferma. È necessario sciogliere i nodi del contenzioso altrimenti l’Italia rimarrà in perpetuo in uno stato confusionale. E quando uno stato non funziona correttamente in tutte le sue manifestazioni, non è appetibile per chi vuole investire. Chi ha capitali preferisce investirli altrove dove non rischia di rimanere  invischiato in mille beghe procedurali. Insomma una magistratura ondivaga e poco coerente non aiuta nessuno. Anzi.

Quindi in qualche modo Berlusconi aveva ragione quando si lamentava della magistratura.
In parte aveva ragione. Ma  Berlusconi non ha mai fatto le battaglie giuste, come ad esempio quella sulla separazione delle carriere. La sua visione di riforma della giustizia, è stata improntata solamente sotto l’ottica della convenienza che lo ha portato a realizzare leggi da cui poter trarre vantaggio.

E proprio sulla giustizia, e in  particolare sulla responsabilità civile dei magistrati, il senatore socialista Enrico Buemi ha inviato scorsi una lettera aperta ai parlamentari. Qui di seguito  la lettera:
“In tre note al parere espresso il 29 ottobre 2014, il C.S.M. mi gratifica di ben tre citazioni, sebbene nessuna di esse lusinghiera: sarei l’artefice del tentativo di introdurre la responsabilità diretta dei giudici nell’ordinamento italiano.
Il parere fa riferimento al testo del disegno di legge da me depositato il Senato un anno fa, quando già da due anni navigava per le aule parlamentari l’emendamento Pini alle varie leggi comunitarie che si succedevano nel tempo: un emendamento che, col voto favorevole della Commissione referente, prendeva spunto dalle condanne italiane a Lussemburgo per proporre la responsabilità diretta del giudice, secondo il meccanismo previsto per tutti i pubblici funzionari dall’articolo 28 della Costituzione. Si trattava di un orientamento tutt’altro che minoritario, se a voto segreto in Aula alla Camera ha addirittura registrato un’approvazione di un ramo del Parlamento –

Per circoscrivere la portata di questo orientamento, il mio disegno di legge n. 1070 – confermato l’impianto della legge Vassalli, fondato sulla responsabilità indiretta – limitava la responsabilità diretta a due casi di assoluto ed evidente sviamento dal corretto uso del potere giurisdizionale: disattendere la consolidata giurisprudenza della Cassazione nell’interpretazione del diritto (salvo il caso di ignoranza inescusabile, p. es. per improvvidi cambi di giurisprudenza) e negare in Cassazione il diritto al rinvio pregiudiziale su un punto qualificante del diritto dell’Unione.

Ricordo, a chi l’avesse dimenticato, che il primo caso di condanna italiana avvenne perché i giudici di Cassazione disattesero quello che, per loro, è obbligo e non facoltà, cioè investire Lussemburgo sull’interpretazione del diritto europeo, quando lo chieda una parte; anche qui, per non essere dirompente, limitai la responsabilità diretta al solo caso in cui gli “ermellini” ignorino una richiesta che trovi d’accordo sia le parti private che il pm.

La Commissione giustizia, con un voto che mise insieme PD e Movimento 5 stelle mentre ero in missione per conto della Commissione antimafia, respinse l’articolo 1, che limitatissima questa responsabilità diretta introduceva. Mi adeguai, nella veste di Relatore, alle decisioni della maggioranza, e proseguii nella parte successiva delle proposte del disegno di legge assunto a testo base, cioè quelle di snellimento e maggiore efficacia della responsabilità indiretta. Mi adeguai fino al punto di proporre il parere che invitava a stralciare dalla legge comunitaria l’emendamento Pini; in Aula su questo il Governo ci chiamò addirittura ad un voto di fiducia.

Non credo, quindi, di essermi dimostrato insensibile alle esigenze della mediazione e del compromesso, che sono proprie della vita politica e della procedura parlamentare. Quando il Governo presentò il suo disegno di legge, a votazioni già iniziate in Commissione, fui proprio io ad invitare tutti a tener conto della sostanza delle proposte del ministro Orlando, anche se formalmente non era più possibile congiungerle all’iter già in corso.

Ma la vita parlamentare implica mediazioni con altri modi di vedere l’interesse generale, legittimati dal voto popolare; non con le istanze corporative, di chi fa della sua professione non un’occasione per contribuire al benessere del Paese, bensì un fortilizio dentro il quale difendere rendite di potere consolidate. Ad esempio, proponiamo l’obbligo di motivare la sentenza, quando ci si discosta dalle Sezioni Unite della Cassazione; per l’ANM, invece, il precedente non vincola, anche contro la relazione dei Saggi nominati dal Capo dello Stato nella primavera del 2013.

Secondo il parere approvato, “l’istituto della responsabilità civile non può essere utilizzato per mettere pressione ai magistrati al fine di aumentare la diligenza del singolo e la qualità della giurisdizione”. Mentre la sfida della modernità mette pressione al Paese, la corporazione non vuole che si incrementi la qualità del servizio giustizia con la minaccia di pagare i danni: peccato che questa minaccia funzioni da sempre per i medici e gli ingegneri, che dispongono soltanto di organi di governo autonomo del loro ordine professionale. La magistratura vanta invece un organo di autogoverno e, mi pare, oggi si può apprezzare come la differenza non sia di poco conto.

Nel giorno in cui il deposito di un ricorso al TAR si mette in dubbio la stessa regolarità della composizione dell’organo CSM – che in autodichia ha escluso un componente, evidentemente non omologata alla lottizzazione partitica e probabilmente espressiva, su questi delicatissimi temi, di una posizione indipendente – si pone con urgenza non solo la questione della riforma della responsabilità civile, ma quella della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura”.

Redazione Avanti!

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