sabato, 24 giugno 2017
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Opinioni e commenti
 

La verità degli spiriti
tra le tombe parigine
Pubblicato il 20-10-2014


pere-lachaise-Père Lachaise – Racconti dalle tombe di Parigi, a cura di Laura Liberale, si presenta come una sorta di Spoon River in prosa, ambientato nel celeberrimo cimitero parigino. Nella prefazione, la poetessa e scrittrice cita volutamente “l’urna dei forti” di foscoliana memoria per suggerire e rievocare la funzione eternatrice del ricordo. Ci troviamo di fronte a una serie di novelle in linea con lo stile ottocentesco degli scrittori del fantastico; una raccolta permeata di vis comica, che sfocia talvolta in divertissement talvolta nel sarcasmo più nero, in cui anche la pietas diventa altro: chiave di lettura spietata di questo nostro mondo.

Leggendo i ventiquattro racconti, è venuto alla mente Cocteau e il suo ricordo della contessa de Noailles: il poeta immagina di incontrare post-mortem l’amica, che gli ricorda come in vita gli avesse profetizzato il nulla. Ecco anche i personaggi di questo libro sostano, non sono altrove, restano per sempre. Dopo la prefazione di Liberale, segue il ritratto di François d’Aix, Père de La Chaise per l’appunto, ad opera di Stefano Guglielmin, mentre il corpus principale si dipana tra i boulevards e le avenues del cimitero. In questo modo, come i narratori, ci troveremo anche noi a visitare i sepolcri degli Illustri ed essere astanti o attori della storia.

Il primo spirito è quello di Meliès che leopardianamente dialoga con Madame (la morte), a cui sottopone per l’eternità i suoi trucchi ed esperimenti; via via assistiamo alla fuga di un uomo in un mondo dominato dagli zombie e che chiede al non morto Balzac di dargli riparo nella cerchia eletta degli intellettuali, ai ritratti della Contessa di Castiglione e di Isadora Duncan, al ricordo di Perec redatto da Giovanna Zulian: “Mi stai ricordando come si legge: con gli occhi della mente e quelli della vita”. Vi sono i dialoghi e i monologhi di esistenze struggenti, soliloqui amorosi, come quello di Colette de Jouvenal, che mette in scena la sua infanzia rubata dalla celebre madre o il tentativo di Montand di farsi perdonare dalla Signoret, o ancora l’incontro e la reincarnazione di due amanti come Abelardo ed Eloisa.

Ci imbatteremo nei fidanzatini di Chagall, i coniugi Goll, che si lamentano di essere troppo vicini, dirimpettai, di Chopin che ruba loro la scena. Leggeremo di come Nadar riesca a fermare l’essenza della verità nel trapasso tra vita e morte o del tormento del giovane Victor Noir, morto troppo presto senza aver assaporato la vita. Angoscia e tormento presenti anche nel racconto con protagonista il pittore David, perseguitato dallo spettro di Marat. L’indignazione, invece, è presente nella dissertazione sulla tirannide da parte del padre di Victor Hugo. Della morte si sorride nel racconto L’anniversario, in cui un vecchio in pensione ruba degli strumenti musicali per festeggiare l’anniversario di nozze e permettere alle anime di Piaf, Petrucciani e Becaud di esibirsi. Assistiamo alla magia di un sogno, come quello di un ragazzo, che smette di parlare e diventa un mimo alla Marceau: “Per ridere da adulti bisogna saper scovare la fonte del dolore”.

Delicati, struggenti, disarmanti e spietati sono i ritratti di Jeanne Hébuterne, a opera di Janis Joyce, e di Delphine Palatsi in Sex Toy di Francesco Abate. Andrea Ponso in Nascita, che rappresenta con i due testi appena citati l’apice della raccolta, racchiude l’essenza stessa della realtà: “Non riesco, non riesco a finire: la vita è troppo poca, almeno la mia, se è vita, se davvero sono qui e sono stato vivo in qualche minuto nel passato […] So di essere stato amato e temuto. Io non ho più un nome, non l’ho mai avuto, ora lo so. E non sono qui, non sono mai stato qui o altrove”. La lezione di Pirandello è più viva che mai.

Andrea Breda Minello

 

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