martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Le migliori università nel mondo e l’Italia è in coda
Pubblicato il 29-10-2014


Universita-Italia-Usa500 università sparse in 49 Paesi e una lunga classifica. A pubblicarla, per la prima volta nella sua storia è stata la società americana U.S. News & World Report, specializzata in analisi di mercato per i consumatori. Utilizzando dati forniti dal gruppo Thomson Reuters, sono stati considerati e valutati diversi fattori, come la reputazione di ciascuna università in base ai sondaggi, le pubblicazioni scientifiche, le citazioni nelle riviste scientifiche, le collaborazioni internazionali e la qualità dei dottorati. Tra i 500 atenei 134 sono negli Usa, 42 in Germania, 38 nel Regno e 27 in Cina. Le università sul podio, sono tutte statunitensi: l’Università di Harvard, il Massachusetts Institute of Technology – MIT e l’Università della California-Berkeley, mentre le università italiane, compaiono piuttosto in fondo alla classifica: al 139.simo si è classificata “La Sapienza” di Roma, al 146.esimo l’Università di Bologna e Università di Padova e al 155.esimo quella di Milano. Avanti! ne ha parlato con Rosaria Cuocolo, responsabile Università del Psi.

Cuocolo, quale il tuo giudizio in merito alla classifica statunitense.
In valore assoluto il nostro standard qualitativo è mediamente elevato. In Italia, rispetto agli altri Paesi, c’è parecchia confusione nel concetto di ricerca. Il problema sono le metodologie, non sempre attente alla qualità, ma figlie di altri ragionamenti.

Cosa intendi?
Faccio riferimento alle cordate politiche e familistiche. Questo ha contribuito alla degenerazione del prodotto qualitativo della preparazione della docenza. C’è un diffuso lassismo qualitativo.

Quale la situazione dell’università oggi?
Con l’introduzione del turnover dei giovani ricercatori si è creata una stranezza dovuta alla mancanza di collocazione nella scala gerarchica. I programmi approvati dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur, ndr) non tengono conto dei docenti che hanno adeguamenti nella ricerca rispetto ad altri la cui storia è ferma a 20 anni fa. Essere al passo con il momento è fondamentale per avere un livello di spessore. L’attuale ministro dovrebbe parlare meno e fare di più, o meglio, avere coraggio di fare proposte.

Qual è il problema?
Secondo me si sta procedendo verso una burocratizzazione della funzione di un dicastero che dovrebbe stare tre passi avanti, e invece è politicizzato a basso profilo, troppo impegnato a non perdere di vista la governance dei rettori. Ma chi l’ha deciso che a gestire un ateneo debba essere un docente? A mio avviso in Italia manca una visione scientifico-manageriale, si dovrebbe istituire una task force che abbia a cura la formazione dei giovani, e porti avanti programmi a spasso coi tempi. Bisogna svecchiare, e rompere l’inutile legame con il pregresso.

Silvia Sequi

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