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Opinioni e commenti
 

Lettera-appello: “Noi le sorelle di Reyhaneh Jabbari”  
Pubblicato il 31-10-2014


Reyhaneh-JabbariGiovedi sera a Roma un gruppo di parlamentari ha fatto una fiaccolata davanti all’ambasciata iraniana a Roma per protestare contro l’impiccagione, avvenuta sabato 25, di una giovane donna, Reyhaneh Jabbari, “colpevole” di aver ucciso il suo stupratore. L’esecuzione è avvenuta nonostante le proteste giunte ai governanti iraniani da tutto il mondo sia per la ferocia della sentenza, sia per i consistenti dubbi sulla regolarità del processo e la qualità delle indagini. Reyhaneh Jabbari si era sempre difesa sostenendo che un altro uomo aveva ucciso il suo assalitore dopo la violenza.

La delegazione di parlamentari, di cui faceva parte Pia Locatelli, ha espresso ‘sofferenza e sdegno’ in una lettera inviata all’ambasciatore iraniano.
“Abbiamo anche deciso – ha fatto sapere Locatelli- che chiederemo alla Farnesina di convocare l’ambasciatore della Repubblica islamica dell’Iran. La nostra azione deve allargarsi e vi chiediamo di mandare voi stessi una mail all’ambasciatore dell’Iran in Italia, all’indirizzo: ambasciata.iran@gmail.com con il testo qui di seguito. Vi suggerisco di inviarlo non come allegato ma come testo della vostra mail”.

“Signor Ambasciatore – scrivono nella lettera i parlamentari italiani – risuonano nel mondo, risuonano “di fronte al tribunale di Dio” le ultime parole di Reyhaneh Jabbari, la giovane donna impiccata all’alba di sabato 25 ottobre nel suo Paese per ordine della Corte Suprema.
Risuonano nel nostro cuore, risuonano nel cuore delle donne di tutto il mondo, le sue parole così cariche di forza e di dignità, come un appello perché mai più il corpo di una donna sia violato, mai più il potere se ne impadronisca, mai più la legge sia usata contro la sua libertà, contro la sua vita.
Il popolo italiano che noi rappresentiamo, le donne italiane di cui sentiamo tutto il dolore e l’indignazione per il supplizio a cui è stata sottoposta Reyhaneh Jabbari, alzano la voce davanti al suo Paese. Sappiano, le autorità dell’Iran, che i diritti umani fondamentali, i diritti delle donne, sono inalienabili sotto tutti i cieli: il diritto alla vita, il diritto alla libertà. Sappiano, le donne dell’Iran, che noi le sosteniamo contro ogni violazione della loro dignità.
Sappia, signor Ambasciatore, che l’Italia considera l’uccisione di Reyhaneh Jabbari un colpo inferto al sentimento profondo di umanità che tutti ci unisce su questa terra. Noi ci aspettiamo ora un segno di cambiamento di quelle leggi e di quella cultura del suo Paese che hanno consentito l’uccisione di Reyhaneh Jabbari di fronte alla coscienza del mondo.
Dica al suo popolo, signor Ambasciatore, che noi siamo le sorelle di Reyhaneh Jabbari, decise a difendere con ogni mezzo la libertà e la dignità delle donne, nella vita sociale, nelle leggi, nelle scelte della politica.
Reyhaneh Jabbari vive. La sua testimonianza alimenta il nostro impegno e l’impegno delle donne di tutto il mondo per una umanità libera dalla paura e dalla schiavitù della violenza”.

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I diritti umani appesi ad una corda di Corrado Oppedisano

Rayhaneh Jabbari è stata giustiziata sabato scorso perché aveva ucciso l’uomo che tentò di stuprarla scrive alla madre: “mamma, non voglio morire”.
La lettera alla madre (giornale 27.10.2014) “Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata, il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le mie ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che il destinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori oppure pregate per me”. Sono intervenuti per cercare di fermare l’esecuzione anche Papa Francesco, Amnesty International,la comunità internazionale ma i lori appelli sono caduti nel vuoto.
L’elezione di Hassan Rouhani avrebbe dovuto fermare l’ondata di condanne  capitali ma purtroppo dobbiamo ricrederci.  Continuano infatti in Iran le esecuzioni capitali: dall’inizio del 2014 ad oggi sono state giustiziate circa 250 persone  dopo che il 2013 aveva fatto registrare il più alto incremento di esecuzioni a livello mondiale.

L’ultima è stata Reyhaneh Jabbari, una giovane,  condannata a morte nel 2009 per avere ucciso l’uomo che tentava di stuprarla.  Inutile la mobilitazione internazionale per salvarla e quello della povera madre, che  aveva lanciato un ultimo appello disperato:  «Sholeh Pakravan:  fate qualcosa per salvare la vita di mia figlia».

Reyhaneh, 26 anni, era stata arrestata nel 2007 ( 19 anni) per l’omicidio di Morteza Abdolali Sarbandi, un ex dipendente dell’intelligence di Teheran, che avrebbe tentato di abusare di lei. Nel 2009 la condanna a morte. L’Alto commissariato per i diritti umani dell’Onu aveva denunciato che il processo non avere tenuto conto della legittima difesa.

Il 30 settembre scorso all’appello della madre della ragazza aveva  risposto il ministro Italiano degli Esteri Federica Mogherini.  Una forte campagna di Amnesty per salvarla era stata lanciata su Facebook e Twitter con appelli e firme da tutto il mondo.

L’ unica salvezza poteva arrivare dal perdono della famiglia della vittima. Il figlio dell’uomo ha chiesto che la ragazza negasse di aver subito un tentativo di stupro e lei si è sempre rifiutata di farlo.  Secondo quanto riferito da fonti della famiglia della giovane lo stesso figlio che  avrebbe tolto lo sgabello da sotto i piedi della ragazza.

Nella legge  iraniana l’omicidio è condannato  con la Qisas, una sorta di legge del taglione secondo cui sono i familiari delle vittime a decidere se condannare a morte o perdonare l’accusato.

Infatti a Teheran Reyhaneh Jabbari  penzola ad una corda dopo un processo che è stato una farsa.  Ci saranno proteste,  comunicati misurati, prudenti prese di posizione. O forse niente. Con l’Iran, nel turbolento scacchiere medio orientale, bisognerà pur tenere la porta aperta e dimenticare  quei corpi sulle piazze di Teheran per una attenzione diplomatica ?

I diritti umani appesi ad una corda.
Questo atteggiamento impaurisce l’opinione pubblica internazionale,  guardando i 200 mila morti in Siria e i massacri compiuti con gli sgozzatori che praticano la decapitazione via web,  degli infedeli

Una paura senza reazione come il silenzio verso l’ Egitto dei militari che riempiono  le prigioni della tortura  nel segno del vecchio Mubarak,  con accelerate condanne a morte. Una paura che evita di guardare il Pakistan dove una giovane Asia Bibi, viene condannata a morte con l’accusa di «blasfemia».  Dove in Iran la guerra santa si scatena contro le donne che guardano una partita di volley, arrestate chissà perché.

Combattiamo l’Isis con paesi dove basta un simbolo religioso, un crocefisso, per avviare un blasfemo a morte e tutto nel peggiore silenzio e con l’appoggio ai regimi che violano i diritti umani; diritti umani violati anche quando Hamas ammazza palestinesi con esecuzioni sommarie esponendo per strada i corpi dilaniati dei «collaborazionisti»
Ma le relazioni internazionali evidentemente consigliano  di non esagerare con le parole di condanna, al limite prendetevela con Israele…

Questo lo si comprende meglio, non appena usciti dal mondo del fondamentalismo religioso, quando la ribellione a difesa dei diritti umani è fortissima.

Forti con i deboli, sino ad evitare di ricevere il Dalai Lama nelle visite ufficiali e da Putin ci si andava a fare le vacanze. Nessuna prova di forza con la Russia,  non conviene, visto come si comportò a Grozny con i gay, con gli oppositori e con  i giornalisti scomparsi, meglio non disturbare l’orso di Mosca.

Ma alla fine mi va di dire che rifiuto una società che non guarda ai crimini pensando di dover rispettare “tradizioni popolari” e convenienti diplomazie.

In attesa  che le nazioni si sveglino e combattano la pena di morte,  speriamo che la povera Reyhaneh Jabbari, possa, almeno Lei , riposare  in pace.

Corrado Oppedisano
responsabile Cooperazione Internazionale

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