martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Opera di Roma:
tutti fuori!
Pubblicato il 31-10-2014


Opera RomaSembra finire nel peggiore dei modi la vicenda che ha interessato i dipendenti dell’Opera di Roma. Pare evidente che nella capitale si stia giocando una partita importante, nodale anzi, per la futura vita musicale di tutto il paese. Lo spettro della esternalizzazione sembra dunque materializzarsi anche per gli Enti lirici, dopo aver infranto velleità e speranze dei teatri di tradizione. Difatti si vocifera che con quei 192 licenziamenti si sta collaudando un modello da applicare in tutta Italia.

Lo specifico lo scenario che si presenterebbe per gli organici artistici, una volta ‘esternalizzati’ non è dei migliori. La messa a punto del sistema è già avvenuta, negli anni addietro, in molti teatri di tradizione, che si sono appoggiati a estemporanee cooperative, appositamente create e spesso gestite da avventurieri, la cui preoccupazione è giocare al ribasso con i musicisti e incassare presto e bene dai teatri.
Inoltre la giornata tipo di un corista da cooperativa prevede che per questi è tassativo conoscere l’opera, in quanto il ruolino di marcia non prevede che quattro ore di di prove musicali col direttore (ridotto qui piuttosto al ruolo di mandriano), un pianista e i cantanti con spartito alla mano: va da sé che, in conseguenza di ciò, i cartelloni offrono solo opere di ‘grande repertorio’ e che il livello artistico venga drasticamente mutilato.

Eccoci dunque alle prove di regia, dove, per contratto nazionale, il cantante dovrebbe solo accennare: la consolidata regola nasce allo scopo di non affaticare la voce, in quanto i movimenti di scena si ripetono decine di volte e pertanto una tale frequenza sarebbe insostenibile. Ricordiamo che il canto lirico è considerato attività usurante, dalla vigente normativa previdenziale.

Sei giornate come questa, dove il corista o il musicista arriva alle 14.00 in teatro a spese proprie e senza buoni pasto e lo lascia mai prima delle 22.00 – 23.00 se si escludono le recite, ed ecco montata un’opera in tre atti. E questo non al dopolavoro dei ferrovieri, ma in un teatro di tradizione, architettura settecentesca e foyer con stucchi e velluti rossi. Si certo il gettone compenserebbe se non che una tale giornata vale 50 euro netti circa, quindi l’intera produzione ti renumera di appena 300 euro. L’ingaggio è appena superiore per gli orchestrali, che in aggiunta suonano con strumenti propri costosissimi e che necessitano di manutenzione specializzata.

Stiamo parlando di musicisti professionisti, con studi severissimi alle spalle e ingaggiati, dopo audizioni a concorso in tutti i teatri europei dove, manco a dirlo, i compensi e i tempi per montare un’opera sono tutt’altri. A fronte di un Tremonti che disse che con la cultura non si mangia, si potrebbe ribadire che essa mette ali, dove il pensiero unico si attiva per mettere bavagli, se non catene. Ciò è attestato da come l’inglese viene a tutt’oggi insegnato nel nostro ordinamento scolastico, o come, qualche anno fa, il governo Berlusconi tentasse vanamente di mettere la mordacchia alla rete.

La resistenza che l’ipotesi di esternalizzare sta incontrando a Roma si fonda sulla piena coscienza che, una volta attuata, ogni velleità di qualità artistica e ogni obiettivo di eccellenza verrebbero fatalmente compromessi. Qualcuno ha detto che musicisti di Roma non sono affatto professionisti viziati che puntano i piedi per salvare i propri privilegi. Allo stesso tempo di potrebbe dire che essi vedono minacciata la natura e il senso stesso del loro lavoro. Fatto sta che gli accadimenti di Roma non sono che un avvisaglia di ciò che succederà in futuro all’opera italiana. Un futuro non affatto roseo ed assai breve per un mondo che sta piano piano morendo.

Alessandro Munelli

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