lunedì, 20 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

A 85 super ricchi metà
della ricchezza mondiale
Pubblicato il 30-10-2014


Poveri-crisiIl 28,4% dei residenti in Italia è a rischio di povertà o esclusione sociale secondo la definizione adottata nell’ambito della strategia Europa 2020. Cioè si trova in una condizione di “grave deprivazione materiale” o “bassa intensità di lavoro”. Il dato è relativo al 2013 ed è reso noto dall’Istat, che ha diffuso oggi il rapporto annuale su Reddito e condizioni di vita. Il rischio povertà è in calo rispetto al 2012, ma sale per le famiglie numerose. Di ieri è invece il rapporto “Partire a pari merito” della Oxfam – confederazione internazionale di 17 organizzazioni che lottano contro povertà e disuguaglianza – è solo l’ultima testimonianza in ordine temporale di come il divario tra ricchi e poveri sia sempre più ampio.

A livello mondiale Oxfam ha calcolato che nel 2014 le 85 persone più ricche del pianeta possiedono tanto quanto la metà più povera dell’umanità. E le enormi ricchezze non sono un’esclusiva dell’Occidente: l’uomo più ricco del mondo è il messicano Carlos Slim. Persino nell’Africa sub-sahariana troviamo oggi 16 miliardari, insieme ai 358 milioni di persone che vivono in estrema povertà. Risuonano dunque come sempre più vere le parole di Warren Buffet, il terzo uomo più ricco al mondo, che ha dichiarato: “Negli ultimi 20 anni c’è stato il conflitto di classe, e la mia classe ha vinto”. Parole da cui si evince che povertà e disuguaglianza non sono né inevitabili né casuali, ma piuttosto il risultato di precise scelte politiche. L’esplosione della disuguaglianza è stata causata, secondo l’Oxfam, da due principali forze motrici: il fondamentalismo del mercato e l’accaparramento del potere da parte delle élites economiche.

Il fondamentalismo del mercato predica che si possa ottenere una crescita economica duratura soltanto riducendo gli interventi governativi e lasciando che i mercati seguano il loro corso. Ma se da un lato si può essere d’accordo che un certo grado di disuguaglianza sia necessario per premiare chi studia e lavora mettendo a frutto il proprio talento, dall’altro occorre sapere che gli attuali livelli di disuguaglianza minano lo sviluppo ed il progresso senza far emergere il potenziale di milioni di persone.

E’ infatti è opinione diffusa che la lotta alla disuguaglianza pregiudicherebbe la crescita economica, tuttavia è ormai dimostrato che in quei Paesi in cui vi è una estrema disuguaglianza la crescita non è duratura come altrove e lo sviluppo futuro è a rischio. Nei Paesi in cui la disuguaglianza è estrema, i figli dei ricchi prenderanno il posto dei padri nella gerarchia economica ed anche i figli dei poveri erediteranno la condizione paterna, a prescindere dal loro potenziale o dall’impegno che mettono nel lavoro.

Stando all’Oxfam, la seconda forza che produce disuguaglianza è l’accaparramento del potere da parte delle élites: con il denaro si compra l’influenza mediatica e politica, che i più ricchi e potenti usano per consolidare le loro posizioni di iniquo vantaggio. Basti pensare al fenomeno del lobbying: l’industria finanziaria paga oltre 120 milioni di euro l’anno ad oltre 1.700 lobbisti che hanno il compito di influenzare le politiche dell’Unione Europea.

Occorrono dunque politiche di intervento mirate, che impediscano il perpetuarsi di alti livelli di disuguaglianza. Tra queste, la leva principale per arginare la disuguaglianza estrema è la realizzazione di sistemi fiscali in grado di evitare l’evasione e l’elusione fiscale internazionale, tassare la ricchezza dove è prodotta, redistribuire.  Su questo punto, purtroppo, al contrario di quanto sarebbe stato auspicabile, si è assistito negli ultimi anni ad una corsa al ribasso della fiscalità d’impresa. Sono aumentati, soprattutto dai Paesi in via di sviluppo, gli incentivi fiscali concessi alle multinazionali – quali tregue fiscali, esenzioni e zone di libero scambio – per attrarre gli investimenti diretti esteri. Tali incentivi sono aumentati a dismisura, addirittura prosciugando la base impositiva in alcuni dei Paesi più poveri. Ma anche in Occidente, pur di favorire gli investimenti da parte delle multinazionali, il fisco ha rinunciato a imporre le usuali tasse. I casi recenti di Apple e Starbucks ne sono una testimonianza.

Dal canto loro le imprese multinazionali non esitano ad utilizzare le scappatoie più o meno legali per ridurre la base imponibile. Nel 2013 Oxfam stimava che il mondo stesse perdendo 156 miliardi di dollari di entrate erariali per risorse occultate in paradisi fiscali offshore. Un perfetto esempio in questo senso è Ugland House nelle Isole Cayman: sede di 18.857 società, è quel che il presidente Obama ha notoriamente definito “o il più grande edificio o la più grande truffa fiscale della storia”.

Oxfam calcola anche che se si riuscissero a tassare dell’1,5% gli averi dei miliardari del mondo, vi sarebbero entrate per 74 miliardi di dollari, sufficienti a coprire i gap annuali nei finanziamenti necessari per permettere ad ogni bambino di andare a scuola e per erogare i servizi sanitari nei 49 Paesi più poveri del mondo. Ben vengano dunque i progressi che OCSE, G20, USA ed UE stanno facendo in termini di trasparenza e scambio automatico di informazioni fiscali tra Paesi, contribuendo così ad eliminare la segretezza che agevola le frodi fiscali.

E ben venga la sempre maggiore consapevolezza che il sistema fiscale debba essere radicalmente riformato, come testimonia la sottoscrizione da parte dei Paesi del G8, G20 e OCSE del progetto “BEPS-Base Erosion and Profit Shifting”. Ben vengano infine le ipotesi, allo studio del Fondo Monetario Internazionale, di una “tassazione unitaria mondiale” che garantisca che le multinazionali paghino le tasse là dove ha luogo la loro attività economica. Solo riducendo i margini di evasione ed elusione fiscale si potranno così raccogliere quelle risorse necessarie a mitigare la crescente disuguaglianza, tramite investimenti nei settori della sanità, istruzione, giustizia e previdenza sociale.

Alfonso Siano

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Commenti all'articolo
  1. L’articolo evidenzia i passi in avanti che i governi nazionali, spinti solo dalla necessità impellente, stanno promuovendo al fine di frenare gli spaventosi arbitraggi fiscali che oramai dominano il vivere delle società occidentali. In questo senso gli Stati Uniti, piaccia o meno, sono quelli che hanno iniziato a muovere i passi più decisi (si veda quello che è successo nelle relazioni con la Svizzera). Confidiamo che questo sia solo l’inizio. Saluti a tutti.

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