venerdì, 24 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Reato di diffamazione: no al carcere, sì a sanzioni
Pubblicato il 30-10-2014


DiffamazioneCon la disoccupazione che continua a crescere, con le riforme istituzionali invocate da più parti, attendendo il voto sui giudici della Corte Costituzionale, al Senato si è votato per la riforma del reato di diffamazione. Il provvedimento ha ottenuto 100 voti a favore, 10 contrari e 47 astensioni. Ora passerà alla Camera.

Quali sono le modifiche apportate da Palazzo Madama? La detenzione in carcere per quei giornalisti accusati di diffamazione e l’introduzione, al suo posto, di una sanzione pecuniaria che può variare dai 10mila ai 50mila euro. Il reato di diffamazione si base dunque sulla “attribuzione per mezzo stampa di un fatto determinato falso” e della sua pubblicazione. Non solo i giornalisti delle testate cartacee dovranno stare attenti, ma anche quelli delle testate online. Quest’ultima novità è stata accolta dopo la presentazione di un emendamento del M5S, firmatari gli onorevoli Fucksia, Airola, Buccarella, Cappelletti e Giarrusso. Perciò anche le testate giornalistiche online dovranno pagare in caso di diffamazione una multa fino a 10mila euro. Strano che tra i vari mezzi di comunicazione telematici da punire per diffamazione il Movimento 5 Stelle non abbia inserito anche la categoria dei “blog”. Infatti nella terminologia di Internet un blog è un sito web dove vengono pubblicati contenuti multimediali anche di natura testuale, quindi simili ad articoli di giornale. Questi post diventano di dominio della rete e visualizzabili da tutti.

Le reazioni degli addetti ai lavori in Senato sono di soddisfazione, come nel caso dell’on. Felice Casson (PD). Nonostante sia stata respinta la sua proposta di depenalizzare tutto e di cancellare proprio la diffamazione come reato e provvedere al suo posto una sanzione civile, Casson rimane fiducioso. Infatti le modifiche al reato di diffamazione verranno analizzate e votate anche alla Camera dei Deputati. Il meccanismo di rettifica, una volta appurata la diffamazione, è molto rigido giacché radiotelevisioni, testate online e carta stampata dovranno pubblicare le smentite “senza commento, senza risposta, senza titolo”, ma solo sotto l’indicazione “rettifica” a caratteri cubitali.

Anche per i socialisti come ha rilevato il senatore Enrico Buemi nella dichiarazione di voto – “è stato compiuto un importante passo avanti dettato dalla necessità di dare al Paese una normativa nuova”. Accolte con favore le modifiche anche dall’on. Vannino Chiti (PD) che ha ricordato come la nuova formulazione cancelli “il carcere come pena per la diffamazione a mezzo stampa” che ricorda tristemente “il Codice Rocco, di epoca fascista, il quale limitava la libertà di stampa”.

Su posizioni ambigue SEL che al Senato ha votato contro il testo, spiegando che “bisogna coniugare la tutela della persona con la difesa della libertà di stampa”. Il senatore di SEL Peppe De Cristofaro ha aggiunto che “questa legge, così com’è, presenta aspetti punitivi ed intimidatori”. “L’aver eliminato la pena detentiva è positivo, tuttavia le sanzioni pecuniarie costituiscono un’arma di ricatto soprattutto per i giornalisti precari e freelance non legati a grandi gruppi editoriali” ha continuato De Cristofaro. Forse il limite più grande è il diritto di controreplica da parte del giornalista presunto diffamatore.

Manuele Franzoso

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