Togliatti in mostra alla Camera…

Nessun rimprovero storico. Capisco che Napolitano, Macaluso, e altri vecchi esponenti togliattiani dell’ex Pci, poi divenuti miglioristi e riformisti, sentano il desiderio di salvare il loro passato. E in particolare quella parte della politica di Togliatti che si può salvare. Nella doppiezza togliattiana c’è una faccia della medaglia che è quella antifascista, moderata, unitaria, parlamentare, di attenzione ai ceti medi, di equilibrio politico, che resta incancellabile. Non è tuttavia possibile dimenticare l’altra. E cioè quella del Togliatti stalinista, esponente del Comintern che firmò la condanna a morte del gruppo dirigente del partito comunista polacco, il Togliatti che, come del resto Napolitano, che poi seppe ravvedersi, plaudì ai carri armanti sovietici in Ungheria. Semmai vorremmo fare qualche proposta per chi invece la doppiezza non l’ha mai mostrata, come colui che fu vittima della violenza stalinista in Spagna, appoggiata dal Migliore. Penso a Camillo Berneri, un coraggioso combattente anarchico, in gioventù socialista, discepolo di Prampolini, che venne aggredito e ucciso barbaramente da agenti stalinisti. E penso agli esponenti del pensiero socialista riformista italiano che meriterebbero molto di più di una mostra, perché non solo hanno sposato sempre le tesi del socialismo democratico ma non hanno mai fatto del male a nessuno. Vogliamo parlare di Turati, di Prampolini, di Saragat, del Nenni autonomista, di Bettino Craxi, si anche di Craxi. È possibile, in questo anno di celebrazioni di Berlinguer e di Togliatti, ricordarsi anche di un dirigente e uomo di stato, che quest’anno avrebbe compiuto ottant’anni e che si è sempre battuto perché non trionfasse il comunismo nella sinistra italiana?

Iglesias, 37 donne
occupano la miniera

donneigea__1-1Un fatto senza precedenti in Sardegna, 37 donne, lavoratrici di Igea, hanno occupato la galleria di Villamarina, a Iglesias e da lì hanno diramato un comunicato: “Le lavoratrici Igea dopo l’ennesimo venir meno degli impegni assunti da parte della Regione Sardegna, azionista unico dell’ azienda, di risolvere la grave crisi, economico-finanziaria e strutturale che da oltre un anno affligge la società, decidono di manifestare la propria rabbia, disagio e disappunto occupando la galleria di Villamarina Monteponi.” – Si tratta, come detto, di una azione senza precedenti nell’ Isola, e forse in Italia. Non era mai capitato che delle donne occupassero per protesta una miniera. Segno, questo, di quanto la tensione in Sardegna stia salendo alle stelle. In questa iniziativa, le lavoratrici sono state supportate da una decina di colleghi che – mentre loro si barricavano dentro la galleria – hanno preso possesso delle pompe d’acqua che evitano l’allagamento delle gallerie e allo stesso tempo riforniscono di acqua la città di Iglesias.

“Chiediamo di sapere quali iniziative a breve termine verranno prese dalla Regione per il rilancio dell’azienda, e chiediamo che ci vengano pagati gli stipendi in arretrato, in un anno abbiamo percepito appena 5 mensilità. Vogliamo esprimere, con questa azione, il disagio che quotidianamente ci troviamo ad affrontare come madri, compagne, mogli e lavoratrici. Sfatiamo il luogo comune secondo il cui alle donne era precluso l’accesso al sottosuolo” – Intanto per garantire la sicurezza alle 37 donne, Igea ha disposto l’interruzione della fornitura idrica che fornisce il 45% di portata d’acqua per la città di Iglesias. Sul problema interviene anche “Abbanoa”, società gestione servizio idrico integrato che con una nota lancia l’allarme sui possibili imminenti disaggi  che la situazione può causare. Pertanto, per scongiurare l’esaurimento delle scorte nei serbatoi è stato disposta la ripresa della fornitura da Campo Pisano e chiusure serali  dell’erogazione dell’acqua nella fascia oraria compresa tra le 17 e le 5 del mattino.

La Sardegna è oramai diventata un unica vertenza, il futuro appare oramai a tutti come un cimitero fatto di croci delle fabbriche, aziende, società, piccoli esercizi che chiudono e fuggono. La rabbia dell’isola è tutta nelle parole di Valeria Coviello, lavoratrice Akhela che, dal primo novembre, si trova collocata in mobilità in deroga, intervenuta pochi giorni fa in diretta da Cagliar in un noto programma televisivo di approfondimento – “L’ammortizzatore sociale è l’avvilente pane della carità. ma noi non lo vogliamo, vogliamo avere un futuro e una prospettiva per le nostre famiglie. La Sardegna è diventata un cadavere, è un’unica grande vertenza. Ho nella mia maglietta un’immagine che mostra un cimitero, noi abbiamo necessità di fare ripartire quest’isola con piani industriali seri; bisogna conoscere il territorio e portare avanti una politica riconversione e riqualificazione delle persone. Questo non c’è, ne per la Sardegna né per l’Italia intera. Bisogna fare molta attenzione perché Renzi è seduto su una polveriera, e se la deflagazione parte dalla Sardegna si porta giù tutta il Paese”.

Onore a queste donne dunque, che contro ogni luogo comune hanno deciso di “scendere” sotto terra per far sentire le voci di chi quotidianamente vive un disagio sociale, economico imposto dall’inerzia della classe dirigente che negli ultimi anni non è stata in grado di   porre in esser serie politiche industriali. Piena solidarietà e vicinanza alle 37 donne è espressa da tutti i lavoratori e lavoratrici  della “Vertenza Sardegna” che vede uniti, Akhela, Meridiana, TNET, C.l.a.s. e tanti altri. La richiesta unanime è che la Regione assuma precise posizioni con il governo Nazionale, e che metta in chiaro il forte pericolo di esplosione sociale nell’isola. “Noi non abbiamo paura, dicono in coro unanime le 37 donne”. E’ chiaro, già fin dalla prime ore di questa mattina, l’obbiettivo di queste lavoratrici. Il resto sono  ancora una volta  questi numeri  che ebbene ricordare ancora e fin quando qualcuno di dovere non ne prenderà atto – “Le persone che in Sardegna nel 2004 si trovavano al di sotto della soglia di povertà erano 292 mila, oggi, nel 2014 dieci anni dopo, sono 420 mila.” In una regione che conta 1.639.362 abitanti.

La forza lavoro in Sardegna è di 650 mila persone, oggi, oltre 150 mila persone sono costrette a vivere di ammortizzatori sociali, tra le altre cose dal 2013 ad oggi, 26 novembre 2014, con ritardi nell’erogazione che hanno superato i due anni.” Il 25 novembre il segretario Fiom Maurizio Landini è stato a Cagliari. Dopo questo intervento resta viva “la forza delle donne”.

 Antonella Soddu

 

 

Alcune idee per la comunità socialista

Prendo atto con soddisfazione che l’Avanti è diventato una tribuna di confronto. Perché non farlo diventare anche un’occasione di proposta? È infatti molto facile criticare le decisioni della nostra piccola comunità. Conoscendo la buona fede di chi le rivolge, anche se non di tutti, non posso non riconoscere che possono anche essere motivate. Resta sempre l’interrogativo su che cosa di diverso si sarebbe dovuto fare e cosa di diverso si potrebbe immaginare per il futuro. Metto sinteticamente sul tavolo alcune idee. Che giudico la cosa più complicata perché, come sempre capita, é assai più semplice criticare che proporre. Ma se non ci proviamo allora diventa molto difficile non solo vivere, ma anche solo sopravvivere.

Personalmente ero convinto che il Psi avrebbe dovuto presentare la sua lista alle elezioni politiche dello scorso anno. Non c’erano praticamente rischi, se non quello di non risultare la prima lista sotto il due per cento della coalizione. Difficile invero non riuscire nell’intento con la sola concomitanza di Tabacci. Difficile ma non impossibile, visto che la lista radicale si è fermata allo 0,3 per cento. E capisco che una simile, sia pur remota, eventualità, se si fosse verificata, ci avrebbe costretto ad abbattere per sempre la nostra traballante baracca. Abbiamo preferito percorrere un’altra strada. E questa ci ha consentito di rientrare in Parlamento con sei-sette esponenti. Il governo Renzi ci ha anche spalancati le porte del governo, che Letta ci aveva tenuto chiuse.

Non cambiarei questa collocazione in questa fase politica, non romperei l’unità col Pd di Renzi, non mi sentirei attratto dall’idea che si sta lanciando, e cioè di costruire un polo o un partito alla sinistra del Pd. Non possiamo stare con la sinistra radicale per collocazione internazionale, per programmi economici, per referenti politici. Certo va chiarito il rapporto fra noi e il Pd, e cioè se esista o meno un patto federativo. A mio parere non esiste. Un patto federativo implica la formazione di una federazione, che non c’è. Implica l’esigenza di un patto, con norme di carattere organizzativo al centro come in periferia, che non esiste. Il patto federativo è solo un’enunciazione, non una clausola di comportamento. Anzi il rapporto tra Psi e Pd è costituto dall’inesistenza sia di un patto, sia di una federazione.

Il rapporto con il Pd può diventare quello tra un piccolo partito alleato con un grande partito. Tralasciamo gli ovvi richiami alla mancanza di autonomia. Nel nostro sistema politico il concetto di autonomia ora si applica anche alle persone e alle correnti dello stesso patito. Si può benissimo applicare anche ad un piccolo partito alleato con uno molto più grande. Naturalmente ci vogliono idee per sviluppare un’autonomia, una capacità di portarle avanti e anche il necessario coraggio di remare controcorrente. Ce l’abbiamo, ce l’hanno in particolare i nostri parlamentari? Mi auguro di sì. Anzi, sono convinto di sì.

I temi sui quali sviluppare la nostra iniziativa sono a mio parere soprattutto quattro. Il primo di ordine democratico, riguarda non solo la riforma delle istituzioni, ma in generale il rapporto tra cittadini e politica sul quale a Viterbo ho presentato una relazione con proposte scritte (il cuore è il potere che deve tornare ai cittadini; no dunque all’eliminazione degli organi elettivi, più potere ai Consigli, una legge elettorale senza nominati). Poi quello dell’emergenza occupazionale, che deve costituire la priorità assoluta di una sinistra che guarda ai più deboli (Progetto Biagi e Ichino, allargare le protezioni, ma soprattuto ripartire con la crescita anche con forzature nei confronti dell’Europa). Il terzo è quello della giustizia sulla quale le nostre posizioni non sono certo identiche a quelle del Pd. Penso al tema della separazione delle carriere dei magistrati e allo sdoppiamento del Csm. Infine la laicità, con la questione delle coppie di fatto, dei matrimoni gay e del fine vita. Su questi quattro temi organizzerei quattro gruppi di lavoro che ci permettano di formulare proposte in grado di far breccia nelle televisioni e sui giornali, rendendoci visibili e dunque votabili.

Infine parliamo della nostra proposta politica. Agirei in due modi. Primo, tentando di allargare la nostra comunità promuovendo una Convention con tutte le presenze socialiste, circoli, giornali, siti internet che agiscono sul territorio. Magari allargandola anche ai socialisti presenti nel Pd e in altre forze. Secondo, seminando in un’area liberal socialista che possa aggregare radicali, verdi riformisti, liberali e libertari. Una Convention e un’area, dunque, per tentare di corroborare la nostra presenza, nella consapevolezza che anche l’eventualità di una lista elettorale liberal socialista non può essere scartata se si dovesse votare col Consultellum, pressoché proporzionale e con gli sbarramenti precedenti, sia se dovesse votare con l’Italicum 2 o Alfanellum, che dovrebbe restaurare il sistema delle preferenze solo escludendo qualche decina di capilista, rendendo così l’accordo col Pd difficilmente produttivo per una piccola formazione come la nostra. Sono proposte, idee di chi intende non mollare e contribuire a costruire il futuro, anche il nostro. Discutiamone.

Europa, il miraggio
del ritorno al passato

Cesare Pozzi, docente di discipline economiche presso l’Università di Foggia e la Luiss “Guido Carli” di Roma, già consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri in materia di infrastrutture e trasporti dal 2007 al 2008, ha pubblicato sul n. 2/2014 de “l’Industria”, della quale è vicedirettore, l’articolo “Crisi. Teorie e politiche: il coraggio di cambiare”.

Pozzi, fa propria l’esternazione di Papa Francesco secondo il quale la crisi che gran parte del mondo sta vivendo starebbe producendo un “cambio di cultura”, segnale inconfutabile di un “cambiamento d’epoca” che, se non opportunamente governato, espone il mondo stesso al pericolo di una decadenza morale politica, sociale ed economica; ciò lo porta a sostenere che s’impone il problema di comprendere come gestire il rischio paventato da Papa Francesco, evitando che nel nostro ‘cambio d’epoca’ si affermino le tendenze peggiori.

Rifacendosi a John Maynard Keynes, Pozzi rinviene questo rischio nella difficoltà di riuscire a sottrarsi all’influenza delle “idee vecchie”, radicatesi profondamente nella mente delle generazioni che ad esse sono state educate, sino a trasformarsi nel pericolo evocato dal Papa; ciò può risultare grave se le vecchie idee conformano il “comportamento di quegli uomini che, pur dichiarandosi scevri da condizionamenti intellettuali, si rivelano alla prova dei fatti schiavi- come diceva Keynes – di qualche economista defunto”. È questa la ragione per cui a impedire una politica riformista innovativa non sono tanto gli interessi costituiti, quanto la “resistenza vischiosa prodotta da abiti mentali desueti quanto radicati”.

L’osservazione di Keynes, secondo Pozzi, dovrebbe aiutare a riflettere sul fatto che i cambiamenti politici, sociali ed economici che avvengono nel lungo periodo sono interpretati e governati da gruppi dirigenti esprimenti una “cultura” sedimentatasi in un sistema di paradigmi dominanti che tendono a conservarsi, chiudendosi a qualsiasi tentativo di aggiornamento. Se nel breve periodo, l’inerzia della cultura sedimentata può “offrire soluzioni soddisfacenti” ai problemi che si succedono nel tempo, nel lungo periodo, e in corrispondenza dei cambiamenti epocali, queste soluzioni cessano di rispondere alla bisogna, trasformandosi in puro conformismo.

Un cambio d’epoca, al contrario, continua Pozzi, “richiede uno sforzo analitico volto a comprendere le reali motivazioni che hanno portato alla crisi strutturale”, con l’obiettivo di verificare e attuare percorsi idonei a riportare le strutture politiche, sociali ed economiche su una strada coerente con gli obiettivi condivisi, o a perseguirne di nuovi democraticamente stabiliti. Questa sarebbe la procedura per evitare l’insorgere, prima o poi, di una conflittualità sociale diffusa. La sua accettazione però è ostacolata dal fatto che i gruppi dirigenti dominanti esercitano il controllo sulla cultura prevalente. In questo quadro, si collocherebbe il problema dell’Unione Europea e, in particolare, quello del nostro Paese, per la cui soluzione occorrerebbe uscire dai paradigmi consolidati della scienza economica ed iniziare un’analisi critica della situazione esistente, alquanto discosta da tutto ciò che si ritiene immodificabile.

All’indomani del secondo conflitto mondiale, l’idea di trasformare gran parte dei Paesi europei in un nuovo soggetto politico dotato di una propria sovranità e di un’organizzazione in senso federalistico si è sviluppata e si è precisata secondo una congettura dei Padri fondatori del progetto europeo, originata dal convincimento che la ricostruzione e il successivo sviluppo dei singoli Paesi aderenti potessero dipendere dalla creazione di un unico mercato interno, di gran lunga maggiore di quello del quale potevano disporre al loro interno. Sul piano dell’attuazione, la realizzazione di un unico grande mercato comune implicava la prioritaria tutele giuridica della libera circolazione delle persone, delle materie prime, dei prodotti e dei capitali; secondo Pozzi, l’errore che si è commesso seguendo questa strategia sarebbe consistito nel non aver operato per “sfumare” le identità nazionali; obiettivo, questo, che sarebbe stato possibile conseguire con la creazione di un unico mercato azionario, al fine di favorire processi di fusione tra le imprese nazionali, che fossero risultati strumentali rispetto alla creazione di grandi imprese europee non più riconducibili ai singoli Stati.

Invece, si è preferito perseguire l’armonizzazione delle normative dei diversi Stati membri, assegnando il compito della sua realizzazione ad un gruppo di euro-burocrati che si è limitato a definire regole e principi d’intervento comuni, delegandone l’applicazione ai singoli Stati, trascurando di considerare l’inefficienza di molte burocrazie statali come uno dei possibili fattori che avrebbero ritardato la realizzazione del mercato interno europeo. In questo modo, i vantaggi creati dalla costruzione di questo mercato sono stati capitalizzati dai Paesi dotati delle burocrazie più efficienti, mentre i costi economico-sociali dei processi di armonizzazione delle normative sono stati fatti pesare sui Paesi più deboli, generando così “per via politico/amministrativa un percorso di progressiva divaricazione delle condizioni economiche dei diversi territori dell’Unione europea”.

Nell’imboccare questo percorso, la teoria economica – afferma Pozzi – ci ha messo del suo, in quanto, nel fungere da supporto ai gruppi dirigenti, ha guardato “alla convenienza piuttosto che alla verità”; ciò ha condotto ad assegnare ai flussi finanziari la natura indistinta di capitale, senza considerare la possibilità di utilizzarli come strumenti utili per migliorare l’economia reale europea, attraverso l’eliminazione delle profonde differenze esistenti tra i diversi Paesi aderenti al mercato unico. L’aver privilegiato nelle analisi la convenienza in luogo della verità ha impedito che si comprendessero, sia la natura dei guasti che le procedure seguite nella costruzione del mercato unico producevano negli assetti istituzionali dei diversi Paesi, sia i conseguenti effetti di non sostenibilità delle relative strutture sociali.

È accaduto così che, condiviso l’assunto della natura neutrale dello strumento monetario, i governi degli Stati membri dell’Unione Europea si siano affidati all’aspettativa che i flussi finanziari si sarebbero mossi in funzione del rendimento atteso offerto dai mercati. In tal modo, i Paesi dotati di maggiori risorse finanziarie avrebbero finanziato le attività a maggiore rendimento localizzate all’interno dei Paesi più deboli; il risultato della libera circolazione dei flussi finanziari sarebbe stato una sostanziale convergenza di tutti i Paesi, con conseguente rimozione delle loro differenze istituzionali, sociali ed economiche.

Nella realtà, tutto ciò non si è verificato, in quanto non si è tenuto conto del “riscontro trovato”, a livello di teoria economica, dell’alta correlazione esistente tra “tassi di risparmio e investimenti domestici”. Per fare fronte alla situazione d’impasse che caratterizza l’Unione, gli europei dovrebbero convincersi del fatto che non esistono teorie economiche da cui trarre “ricette” valide in ogni tempo e luogo; l’aver accettato gli esiti di un’azione di governo suggerita da coloro che si rifacevano alle idee di qualche economista defunto ha portato il nostro Paese al progressivo abbandono del suo sistema di valori, “perdendo di vista che il proprio stile di vita è il primo fattore di successo di un’economia di mercato”. Pertanto, per superare l’impasse, è necessario che esso ripristini tutte le leve che sono proprie di un esercizio virtuoso della sovranità, nell’interesse dei cittadini italiani ed europei, “invertendo un processo di delega verso l’esterno che […] ha prodotto i risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

Sul fronte europeo, perciò, conclude Pozzi, è anzitutto necessario “ripensare radicalmente il sistema delle direttive ed i cosiddetti meccanismi di convergenza”; sul fronte interno, invece, “va cambiata la logica della c.d. spending review, al fine di rimodulare la spesa pubblica in modo tale “da aumentare in termini strategici il suo effetto moltiplicativo sul PIL”. Sempre sul fronte interno, occorre che il Paese definisca i propri programmi sulla base di un generale ricupero delle proprie risorse che si sono nel frattempo generate, ma collocate all’estero; a tal fine, occorrerà “immaginare un atto straordinario, un nuovo capitolo del patto sociale tra cittadini e istituzioni da cui ripartire”. Per compiere questo passo, sarà richiesta una “buona dose di coraggio e molta saggezza: il coraggio di cambiare le cose che si possono cambiare, senza considerare nulla ineluttabile, e la saggezze di individuarle. E, accogliendo l’invito del Sommo Padre, operare con ‘buona volontà’”.

Che dire dell’intera analisi e della proposta complessiva di Pozzi? Per proporre l’uscita dall’euro, c’è bisogno di ridurre la teoria economica a niente più che a un insieme di paradigmi elaborati da qualche economista defunto ed utilizzati da consulenti pigri e chiusi all’aggiornamento della scienza della quale si avvalgono per formulare “ricette” per conto di un “principe” committente? Ancora, c’è bisogno di ridurre la scienza economica a niente più che a un’attività volta solo a “strutturare” informazioni per supportare il processo decisionale, perché a volte molti economisti consulenti si prestano ad “imbellettare”, non disinteressatamente, le “ricette” gradite al “principe” di turno?

Con queste domande non si vuole certo affermare che la teoria economica sia immune da limiti di metodo ed anche da limiti conoscitivi, a causa della pigrizia mentale dei suoi chierici. Però, imputare solo alla natura relativistica della teoria economica la causa dei presunti fallimenti del disegno europeo è fuorviante; una simile critica solleva solo perplessità, considerato che la pretesa di ricondurre la modernizzazione del nostro Paese al ricupero delle sue tradizioni è fuori da ogni reale prospettiva di una sua crescita e di un suo sviluppo; in realtà, la pretesa di Pozzi non è altro che un’ovattata accanita difesa degli interessi e dei privilegi costituiti, unici responsabili dello “sfascio” in cui versa l’Italia.

Gianfranco Sabattini

Roma, tangenziale
da non demolire

Bucci-Psi-Tangenziale-Roma

A seguito del convegno che si è svolto al Teatro dell’Orologio e alle successive riunioni della Federazione romana del Psi, sulle possibili alternative di riqualificazione urbanistica del vecchio tratto della Tangenziale Est, con il Viceministro dei Trasporti e delle Infrastrutture Riccardo Nencini, si chiede un urgente incontro al sindaco Marino per evitarne la demolizione.

Il progetto, presentato da un gruppo di architetti di varie nazionalità, ha l’obiettivo di riqualificare e sviluppare economicamente tutto il quadrante della città che gravita intorno alla vecchia sopraelevata e alle stazioni dei treni e dei pullman, tramite la realizzazione di un parco a due livelli, di una vera pista ciclabile, di spazi per le attività commerciali e per lo spettacolo (cinema, teatro) e di servizi per i cittadini.

“La Tangenziale est non va abbattuta, ma convertita – ha affermato il Segretario Psi a Roma, Loreto Del Cimmuto – sia nella parte sopraelevata che in quella a raso,   risarcendo i cittadini dei disagi subiti per decine di anni e offrendo alla capitale un’occasione di riscatto ambientale ed economico, come avviene nelle metropoli più avanzate del mondo, dalla High line di New York alla Promenade Plantèe di Parigi, luoghi cult per i turisti, passando per Saint Louis e Rotterdam. Per questo motivo – ha concluso Del Cimmuto – siamo a richiedere un incontro al sindaco di Roma Ignazio Marino, al fine di esporre le nostre argomentazioni sul blocco dell’iter della demolizione e per formulare l’intento dell’apertura di un ampio dibattito in seno alla città, all’insegna di una vera democrazia partecipativa”.

La questione inerente al riuso o alla demolizione non è recente, anche se ha interessato soprattutto gli addetti ai lavori. In seguito alla costruzione della galleria, il Comune di Roma ha preventivato di spendere nove milioni di euro per l’abbattimento del tratto sopraelevato dell’arteria. Un ulteriore problema è rappresentato dallo smaltimento dei materiali: parliamo di oltre 20mila metri cubi, per cui servirebbero circa tremila camion, confluenti nel traffico cittadino.

“Il progetto è innovativo e potrebbe essere utile alla città”- ha detto il vice Ministro Nencini. “Per stare nella contemporaneità e per rilanciare il Paese – ha aggiunto –  ci vuole coraggio. E la qualità delle città contemporanee si misurano in base ai servizi che offre. Solo così potremo essere competitivi nel confronto con l’Europa”

Vaccino antinfluenzale, ancora morti sospette

Vaccino-influenza-mortiL’azienda Usl di Parma ha segnalato al ministero dalla Salute un nuovo caso sospetto di morte dopo l’assunzione del vaccino antinfluenzale. Un 80enne di Parma, affetto da una grave patologia cronica, è deceduto nell’arco delle 48 ore dopo la somministrazione del farmaco e per questo motivo è stata attivata la segnalazione all’Aifa. Continua a leggere

Emendamento Di Lello per abolizione Regioni a statuto speciale

A.C. 2613
EMENDAMENTO

L’art. 29 è sostituito dal seguente:

Art. 29

  1. “L’art. 116 della Costituzione è sostituito dal seguente: “ Il Trentino Alto Adige/Sudtirol dispone di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo lo statuto speciale adottato con legge costituzionale”.
  2. La X disposizione transitoria e finale della Costituzione è abrogata.

Art. 29 bis.

  1. Lo statuto della Regione siciliana, di cui al regio decreto legislativo 15 maggio 1946, n. 45, convertito in legge costituzionale dalla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 2, è abrogato.

Art. 29 ter.

  1. Lo statuto speciale per la regione Sardegna, di cui alla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3, è abrogato.

Art. 29 quater.

  1. Lo statuto speciale per la Valle d’Aosta, di cui alla legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4, è abrogato.

Art. 29 quinquies.

  1. Lo statuto speciale della Regione Friuli – Venezia Giulia, di cui alla legge costituzionale 31 gennaio 1963, n. 1, è abrogato.

Art. 29 sexies.

  1. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale, i consigli regionali della Regione siciliana, della Sardegna, della Valle d’Aosta e del Friuli Venezia Giulia adottano un proprio statuto ai sensi dell’art. 123 della costituzione. Fino alla data di entrata in vigore dei nuovi statuti, continuano ad applicarsi le disposizioni degli statuti abrogati.

On. Marco DI LELLO

——————
La questione dell’Alto Adige

Il 5 settembre 1946, nell’ambito della Conferenza di pace di Parigi, venne firmato l’Accordo De Gasperi-Gruber, che prevedeva la concessione alle Province di Trento e Bolzano di un “potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo”. Entrò così in vigore il d. lgs. lgt. n° 545 del 7 settembre 1945 che costituiva la Circoscrizione autonoma della Valle d’Aosta.[2]

Il testo dell’accordo venne accluso al trattato di pace italiano del 10 febbraio 1947 con la formula “le potenze alleate e associate hanno preso nota degli Accordi… convenuti dal governo austriaco ed italiano il 5 settembre 1946”. In tal modo si salvaguardava la richiesta di De Gasperi di presentare l’accordo come un libero impegno dell’Italia e l’esigenza di Karl Gruber di avere una garanzia internazionale della sua attuazione.

Il trattato venne implementato dall’Italia, che ripristinò l’uso ufficiale del tedesco, il suo insegnamento, reintrodusse i toponimi tedeschi e permise il ritorno degli optanti – per quanto compromessi con il nazismo.

Accordo di Parigi 5 settembre 1946

Agli abitanti di lingua tedesca della Provincia di Bolzano e quelli dei vicini comuni bilingui della Provincia di Trento saranno garantite una completa uguaglianza di diritti rispetto agli abitanti di lingua italiana, nel quadro delle disposizioni speciali destinate a salvaguardare il carattere etnico e lo sviluppo culturale ed economico del gruppo di lingua tedesca.

In conformità con le disposizioni legislative già in vigore o in procinto d’esserlo agli abitanti di lingua tedesca sarà specialmente concesso:

l’insegnamento primario e secondario nella loro lingua materna;

la parità delle lingue italiana e tedesca negli uffici pubblici e nei documenti ufficiali, nonché nelle denominazione topografica bilingue;

il diritto di ristabilire i cognomi tedeschi che sono stati italianizzati nel corso degli ultimi anni;

l’uguaglianza di diritti per ciò che concerne l’ammissione nelle pubbliche amministrazioni con lo scopo di raggiungere nell’impiego una proporzione più adeguata tra i due gruppi etnici.

è concesso alle popolazioni delle zone sopramenzionate l’esercizio di un potere legislativo ed esecutivo regionale autonomo, nel quadro del quale queste disposizioni saranno applicate verrà stabilito consultando anche gli elementi locali rappresentativi di lingua tedesca.

Il governo italiano, con lo scopo di stabilire delle relazioni di buon vicinato tra l’Austria e l’Italia, s’impiegherà, in consultazione con il governo austriaco, e entro un anno a partire dalla firma del presente trattato:

a rivedere, con spirito di equità e con ampia comprensione, la questione delle opzioni di cittadinanza avvenute in seguito agli accordi Hitler-Mussolini del 1939;

a trovare un accordo di mutuo riconoscimento della validità di alcuni titoli di studio e diplomi universitari;

a stabilire una convenzione per la libera circolazione delle persone e dei beni tra il Tirolo del Nord e il Tirolo orientale, sia su ferrovia sia, nella misura più ampia possibile, per strada;

a concludere degli accordi speciali destinati a facilitare l’espansione del traffico scambi frontaliero e degli scambi locali di determinate quantità di prodotti e merci caratteristiche tra l’Austria e l’Italia.

Firmato da: Gruber e Degasperi[5] 5 settembre 1946

 

 

 

 

29.1

UE, SEI POLITICO PER L’ITALIA

Italia-6-politico

La Commissione chiude un occhio e l’Italia passa con riserva. Ma è necessario che “da qui a marzo le cose avanzino. La Commissione non esiterà a prendersi le sue responsabilità”. È quanto afferma il commissario Ue per gli affari economici, Pierre Moscovici, riferendosi a Italia, Francia e Belgio, i tre paesi della zona euro che sono stati rimandati a marzo per garantire che le leggi di stabilità siano in linea con il Patto di stabilità e crescita. L’Italia “ha realizzato alcuni progressi per quanto riguarda la parte strutturale delle raccomandazioni fiscali diffuse dal Consiglio nel quadro del semestre europeo 2014”, ma il governo deve “compiere ulteriori progressi”. Insomma si tratta di una promozione politica ma di una bocciatura economica. Una sorta di pacca sulle spalle con incoraggiamento per invitare il governo a operare ancora e meglio. Un premio alla buona volontà visto che i risultati ci sono ma non sono ancora del tutto soddisfacenti. Continua a leggere

Corte dei Conti, necessaria una riforma per l’8 per mille

Corte dei conti-8xmilleNel 1990 la Chiesa cattolica riceveva 200 milioni di lire. Nell’anno in corso è arrivata a toccare vette oltre il miliardo di euro. Questa e altre anomalie hanno fatto mettere sotto la lente della Corte dei Conti l’otto per mille, la quota di imposta, ricavata dall’Irpef che la Repubblica Italiana ripartisce – in base alle scelte dei contribuenti – fra lo Stato stesso e varie confessioni religiose (Chiesa cattolica, valdesi, comunità ebraiche, evangelici luterani e battisti, ortodossi, buddhisti, induista e avventisti, chiese cristiane avventiste del settimo giorno e pentecostali, ndr). Secondo i magistrati “è opportuna una rinegoziazione” del sistema introdotto nel 1985 che risulta “opaco, senza controlli, senza informazione per i cittadini, discriminante dal punto di vista della pluralità religiosa” e i cui fondi – nonostante la congiuntura di consistente riduzione della spesa pubblica – si sono incrementati in modo considerevole e costante.

DISTORSIONE – I magistrati tributari hanno rilevato come “i beneficiari ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata. Su ciò non vi è un’adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un’opzione esplicita i fondi vengano assegnati”. Si tratta di una distorsione enorme, considerato che nel corso degli anni sempre meno contribuenti hanno espresso la loro scelta: per esempio, nel 2011 alla Chiesa Cattolica è andato il 37,9% delle scelte espresse, ma la quota effettivamente distribuibile arriva a toccare l’82,2%. Per lo Stato, dal 6,1% si passa al 13,3%.

Fonte: elaborazione della Corte dei conti su dati dell'Agenzia delle entrate

Fonte: elaborazione della Corte dei conti su dati dell’Agenzia delle entrate

CONTRIBUTI INGENTI E SCARSA TRASPARENZA – Secondo quanto messo alla luce dalla Corte, i contributi alle confessioni risultano ingenti, “tali da non avere riscontro in altre realtà europee, avendo superato ampiamente il miliardo di euro per anno”. Si parla infatti di 1,2 miliardi all’anno. Inoltre, i magistrati contabili hanno rilevato la mancanza di trasparenza poiché “sul sito web della Presidenza del Consiglio dei Ministri, infatti, non vengono riportate le attribuzioni alle confessioni, né la destinazione che queste danno alle somme ricevute”.

Fonte: elaborazione della Corte dei conti su dati dell'Agenzia delle entrate

Fonte: elaborazione della Corte dei conti su dati dell’Agenzia delle entrate

STATO DISINTERESSATO A SUA QUOTA COMPETENZA – Ma anche il comportamento ‘pubblico’ sembra essere piuttosto censurabile: “Lo Stato mostra disinteresse per la quota di propria competenza, cosa che ha determinato la drastica riduzione dei contribuenti a suo favore, dando l’impressione che l’istituto sia finalizzato solo a fare da apparente contrappeso al sistema di finanziamento diretto delle confessioni”. Secondo l’indagine della Corte, l’anno scorso la Chiesa cattolica ha speso oltre 3 milioni e mezzo in spazi pubblicitari Rai, contro i 30mila di quella valdese.

Silvia Sequi 

Cisgiordania, ferito attivista italiano pro Palestina

Cisgiordania-italiano-feritoUn attivista italiano è stato colpito all’addome da un soldato israeliano mentre manifestava a Kafr Qaddum, una cittadina palestinese nella zona settentrionale della Cisgiordania. Patrick Corsi, così si chiama il 30enne milanese e attivista italiano membro dell’International Solidarity movement, un movimento di solidarietà con i palestinesi, che è stato raggiunto e ferito gravemente da diversi colpi allo stomaco e al petto. Continua a leggere