lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

DAL PATTO AL PATTINO
Pubblicato il 12-11-2014


Pattino-Renzi-Berlusconi

Dal Patto del Nazareno a quello rivisitato e minore di Palazzo Chigi; un Patto modificato sui desiderata di Renzi e che, obtorto collo, Berlusconi ha dovuto accettare senza contentino. Ha detto sì all’innalzamento del premio di maggioranza al 40% e alle “preferenze dopo i capilista bloccati in 100 collegi”, ma non ha accettato che il premio vada alla lista anziché alla coalizione e neppure la soglia ridotta per i ‘piccoli’  al 3%. Due clausole essenziali, determinanti per il socio più debole della maggioranza di governo, Alfano, e per gli alleati possibili di Forza Italia. Il premio alla coalizione anziché alla lista rafforza i partiti minori mentre una soglia troppo alta ne compromette l’esistenza. Tutto questo sarà oggetto di trattativa e di voto nelle aule parlamentari a cominciare da quella del Senato.

La vera domanda però a cui né Berlusconi né Renzi né tantomeno Alfano possono rispondere è: reggerà l’accordo sulla legge elettorale in Parlamento? Il risultato dell’ultimo vertice, l’ottavo senza contare gli incontri a quattr’occhi, comporta un nuovo passaggio alla Camera dopo il primo al Senato dove arriverà martedì. Parallelamente deve però ripartire anche il disegno di legge sulle riforme istituzionali, quello che ha ridisegnato completamente il Senato. Il ddl andrà in Aula alla Camera il 10 o 11 dicembre per la prima lettura dopo il via libera di Palazzo Madama. La discussione generale in commissione dovrebbe concludersi entro il 18 o il 19 novembre. Su tutto questo pesa come un macigno la compattezza dei gruppi parlamentari. Ogni voto segreto può trasformarsi in un piccolo Vietnam per il duo Renzi-Berlusconi perché può essere l’occasione per le opposizioni interne ai due partiti di saldare i conti in sospeso. Lo dimostra la ‘diserzione’ della minoranza del PD, che oggi non ha partecipato ai lavori della Direzione.

Se dunque Renzi vorrà davvero tornare alle urne anticipatamente, per non farsi seppellire dalla frana di un’economia che sta collassando, e prima che lo abbandonino gli elettori delle europee, non è detto che ci riesca con una nuova legge elettorale e sempre che l’attuale, o il prossimo inquilino del Quirinale, accettino questa soluzione.

Il Presidente del Consiglio tiene sempre gli occhi puntati sui sondaggi: “Il consenso che abbiamo ora – è la frase che ultimamente il presidente del Consiglio ripete spesso – è consistente, ma dobbiamo sapere che è volatile. Quello che abbiamo oggi potremmo non averlo domani”. E dalle parti di Berlusconi va assai peggio.

Nessuno dei due vuole comunque apparire come colui che ha tirato troppo la corda. L’incontro è rimasto in bilico per tutta la giornata prima di essere confermato e aver luogo con un’ora di anticipo sulla tabella di marcia fissata alle 18. “Il tempo dei rinvii è finito, adesso è il momento di decidere”, è l’ultimatum del premier a pochi minuti dall’avvio del vertice di Fi che ha preceduto ieri sera l’appuntamento di oggi a Palazzo Chigi. “L’impegno di maggioranza – ha aggiunto – è finire entro il 31 dicembre”. Se si rispettasse questa scadenza, Napolitano avrebbe una sorta di ‘via libera’ per annunciare le sue dimissioni dal Colle, essendo stata esaurita una delle condizioni principali che aveva posto nell’accettare il bis, le riforme indispensabili al Paese, a iniziare da quella elettorale dopo la revisione imposta dalla Corte Costituzionale.
Berlusconi vuole dimostrare che ha ancora la stoffa del leader, che non accetta diktat, ma che è comunque pronto a trattare quando sono in ballo gli interessi del Paese. Come Renzi, anche lui si preoccupa di cosa dire agli elettori se si dovesse tornare alle urne in tempi brevi, di non assumere il ruolo negativo del distruttore. Gli spazi per un accordo non si sono dunque chiusi ieri, ma è solo cambiato il mazzo delle carte in tavola.

I pontieri hanno recapitato tra ieri e stamattina a Berlusconi il messaggio che se fosse tornato al tavolo, i margini di trattativa rispetto all’accordo di maggioranza c’erano ancora, sia sulla soglia di sbarramento al 3% sia sul rapporto tra eletti con le preferenze e i capilista bloccati.

Imprescindibile per il premier è solo il premio di maggioranza alla lista che in nome della governabilità, determina il bipartitismo e la scomparsa più o meno rapida di tutti i partiti minori. “No ai diktat, sì al confronto per la governabilità”, è un discorso che in fondo, in questa chiave, va bene pure a Berlusconi e ricompatta, dopo mesi di tensioni, Forza Italia e la fronda guidata da Raffaele Fitto perché gli assicura, almeno per ora, il monopolio politico dell’opposizione.

Redazione Avanti!

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