giovedì, 19 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Addio alle armi: un’utopia irrealizzabile?
Pubblicato il 17-11-2014


Patto di stabilità, austerity, debito pubblico, malasanità, scuole fatiscenti e lavoro precario. Questi sono oggi i problemi che affliggono l’Italia e gli italiani. La paura è di non vedere una via d’uscita. Tanti e delicati meccanismi socio-economici, ma soprattutto legati alla finanza internazionale, sono in gioco per le sorti del nostro Paese. Spesse volte ci si lamenta che non abbiamo più la sovranità e la capacità di essere indipendenti nelle scelte. La sovranità dell’Italia però può oggi decidere se demilitarizzarci. Procediamo con ordine.

La voce di spesa da parte dello Stato per l’Esercito e le forze di polizia è costantemente in aumento, basti sapere che le spese per l’acquisto di armamenti è salito dai 5,4 miliardi di euro del 2013 ai 5,8 miliardi del 2014. La motivazione di questo incremento è semplice: lo hanno chiesto la NATO e i programmi europei aeronautici, navali e aerospaziali. In particolare ci doteremo, e in alcuni casi ci siamo già dotati, di droni da combattimento Neuron, di sofisticate bombe di precisione per i “Tornado”, i nuovi blindati Freccia, dei satelliti-spia Sicral, degli elicotteri Nh90 e AW101, nonché il sistema di digitalizzazione dell’esercito Forza-NEC/Soldato futuro. Ricordiamo anche i famosi F35. Come si può notare una bella e sostanziosa lista della spesa. D’altronde 5,8 miliardi di euro dovranno pur servire per acquisti utili.

Inoltre, la NATO ha chiesto agli Stati membri dell’Unione europea, in un dossier presentato il 24 febbraio di quest’anno, di far sì che la spesa militare raggiunga il 2% del PIL. Attualmente l’Italia investe nel settore della difesa l’1,2% del prodotto interno lordo. Nel 2012 il nostro Paese ha utilizzato 26,46 miliardi di euro per le spese militari. Sempre nel 2012 è da evidenziare come lo Stato italiano abbia investito 92 milioni di euro in “Ricerca e Sviluppo” nel settore militare, e nel 2013 96 milioni. Quella somma poteva essere destinata alla ristrutturazione di almeno quindici istituti scolastici. Le scuse dei governi italiani succedutisi dal 2010 a oggi rispondono sempre allo stesso modo: “c’è una crisi internazionale. Facciamo parte di alleanze militari. Dobbiamo contribuire”. Dobbiamo, chi? Il 72,3% degli italiani pensa che le missioni italiane all’estero, in Iraq, Afghanistan(ISAF), Libia(MIL), Libano(UNIFIL), Kosovo(KFOR), Repubblica Centro Africana(EUFOR RCA), Mali(EUTM) e Somalia(EUTM) siano inutili e dispendiose. Inoltre, nell’ultimo vertice NATO in Galles si è discusso in particolare della crisi russo-ucraina e della minaccia dell’ISIS. Il governo Renzi ha risposto con entusiasmo e ha previsto l’allineamento dell’Italia per quanto riguarda il 2% del PIL per le spese militari.
Al Summit NATO, Matteo Renzi si è anche impegnato a mantenere forze militari in Afghanistan e a far parte dei “donatori” che forniranno a Kabul un aiuto economico di 4 miliardi di dollari annui. Si è impegnato al contempo a partecipare a un fondo speciale di sostegno per i governi dell’Ucraina, Georgia, Montenegro, Macedonia e Bosnia-Erzegovina candidati a entrare nell’Alleanza atlantica ad est.
È bene ora riportare qui l’articolo 11 della nostra Carta Costituzionale: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non sembra, dunque, di leggere le parole “esercito”, “spese militari”, “missioni di guerra internazionali” o “supporto militare strategico”. I socialisti, già nel 1947-48, rigettavano l’idea di fare parte del Patto Atlantico, che poi verrà chiamato NATO: un’alleanza militare a scopo sia offensivo sia difensivo. La pace e la cooperazione attraverso il dialogo dovevano, e devono, essere le uniche armi a difesa del nostro Paese.
Tutta questa lunga premessa per giungere a una proposta, forse talmente radicale che pare impossibile da realizzare: la demilitarizzazione dell’Italia. Prendendo ad esempio il Costa Rica che nel 1949, dopo la guerra civile, è stato il primo Stato al mondo ad abolire l’esercito. La rinuncia al possesso di forze militari terrestri e marittime ha permesso a questo piccolo Stato centramericano di indirizzare più fondi ad altri settori: scuola/istruzione e sanità. Le uniche forme istituzionali definibili come “armate” sono le forze di polizia civile, le guardie di frontiera, la sorveglianza nei parchi naturali e ordine pubblico. Oggi il Costa Rica occupa il 48° posto al mondo negli indici di sviluppo umano. Il nostro Paese, industrializzato, integrato nel sistema economico internazionale e che fa parte dei G20, è solo al 25° posto.
L’Italia potrebbe considerare questa, la demilitarizzazione, come alternativa per la riduzione del debito pubblico e il risanamento del pareggio di bilancio. Le cifre riguardanti i soldi spesi dal Bel Paese nelle “missioni di pace” rivelano un impegno gravoso nonostante gli enormi sacrifici cui sono chiamati a compiere gli italiani. Più risorse dunque ai settori dell’istruzione, della sanità e della previdenza. Molti penseranno che sia impossibile, un’utopia. Come argomentazioni contro lo smantellamento del nostro esercito opporranno gli enormi interessi derivanti dall’industria bellica e delle commesse statali, gli interessi bancari sempre in relazione alle industrie di armi e soprattutto il nostro impegno in trattati internazionali e alleanze. Le alleanze possono essere sciolte. Non credo che gli Stati Uniti, o il resto d’Europa, o il resto del mondo, ci considerino dei codardi se eliminiamo il nostro esercito. Anzi. Potrebbe essere un segnale potentissimo, un faro nella buia notte delle guerre combattute ma non apertamente dichiarate. Altri detrattori di questa possibilità, di abolire le forze armate, diranno che è dannoso dal punto di vista dei militari effettivi: una volta demilitarizzati, i soldati che faranno? Saranno anch’essi disoccupati?
La risposta è assolutamente no. I soldati che hanno giurato fedeltà allo Stato, alla Bandiera tricolore e alla Costituzione si sono impegnati a operare per il Bene della Patria e anche per l’articolo 11 già ricordato. Perciò una volta smantellato l’esercito si dirotteranno gli ex soldati di professione verso il servizio civile nazionale o internazionale. Il potenziamento di questi due organi sarà necessario per accogliere gli iniziali esuberi, dopodiché essi funzioneranno attraverso il normale sistema dei bandi e dei concorsi di ammissione. Per quanto riguarda la sicurezza dei cittadini italiani? Ovviamente le forze di ordine pubblico non saranno disciolti poiché essi continueranno la lotta alla criminalità organizzata e alla droga. Il servizio civile nazionale o all’estero è un’alternativa alle forze dell’esercito più che percorribile. Gli addetti ai lavori potranno ampliare e migliorare certamente il ragionamento fin qui fatto. Rimane una sola domanda: i socialisti di oggi abbracceranno una proposta così radicale? I socialisti farebbero propria la battaglia per la demilitarizzazione dell’Italia?
Manuele Franzoso

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