mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

“Non come vita”
di Gilda Policastro
Pubblicato il 17-11-2014


Non Come Vita“Non come vita” è un’opera complessa, piena di riferimenti culturali e sapientia mentis, in cui la preparazione e l’acume intellettuale di una delle figure più interessanti del nostro panorama prorompono a ogni pagina. Anche per questo ci si è chiesti come avvicinarsi a questo esito poetico, il primo, dopo alcune plaquettes e l’inserimento nel X quaderno di poesia contemporanea nel 2010. Il talento di Policastro sfocia nella narrativa (si ricordino i due romanzi per Fandango: “Farmaco” e “Sotto”) e nella critica letteraria e accademica. Il lettore potrebbe tenere a mente tutto ciò oppure dimenticarlo e approcciarsi ai componimenti con sapientia cordis e rivivere e immergersi nella circolarità del tempo e del lutto, temi precipui di questa raccolta.

Sembra un non sense attribuire a ciò che per definizione è diacronico, lo scorrere delle cose, un moto che si ripiega su se stesso, che si rende sincronico, ma solo lì vi è l’attestazione della mancanza mentre ci si avvicina all’assenza definitiva, si tenta di fermarla, di bloccare la rielaborazione. Policastro sa che, come sosteneva Brodskij, la vera tragedia consiste nel rimanere: non nella morte in sé, ma nell’avvicendamento che ci porta a formulare il lutto. Ecco, si dovrebbe leggere della malattia con pudore, della “non vita” e accettare che: “i segni non significano / se li percorri di sotto in sopra / ma se li giri poi da sopra a sotto / il mondo c’è / riflesso intorno / e nel mondo, / capovolte, / le malattie, la morte, / la fine che cade / in ogni cosa / è tornare avanti / rivivere il futuro / crudele o uguale / con misura di passo contadino / impara ad aspettare / la madre finché cresce / se ne muore e rinasce / e a pensare alla malattia / come un fatto di natura, / con le sue leggi, / diceva F.”  Policastro, qui, sembra sovvertire la chiusa rilkiana delle Elegie e abbraccia il pensiero di Foucault, del Leopardi delle “Operette” (citato in epigrafe) e di Montale: attraverso l’antifrasi, che dà il titolo al libro, si evidenzia la necessità di una metafisica negativa, nel tentativo di assimilare la perdita, trovando un appiglio, uno strumento critico e umano alla separazione.

In francese, il lessema dolore è femminile e forse anche questa potrebbe essere una chiave di partenza e di ascolto: il lutto, la perdita della madre, la sua malattia, la degenza, il rapporto con la figlia sono vissuti per contrasto e similitudine, attraverso il ricordo che attenua, ma tutto con un’amorevolezza e una cura (talvolta trattenute per non debordare, per non cedere allo strazio più lancinante), che appartengono appunto a un universo fatto di cose e nomi. Un’attenzione nel nominare- con esattezza- strumenti e medicinali, poiché le parole sono le cose, in un tutt’uno che blandisce il dolore. “Bambina ti levavo / dai seni gli occhi / Nella riproduzione delle macchie / a seguire / l’impietà di guardare / le masse colliquate intatte / dall’erbitux”. “Mia madre prendeva quattro pillole al mattino / e tre alla sera, le contava per non dimenticare / Mia madre diceva: andate, è finito l’orario delle / visite Mia madre dice, l’ultima volta, vai via così / presto Mia mamma li ho mandati via tutti per / guardarmela”. Nella prosa poetica di Inverno, la poetessa fonda sull’anafora di “mia madre”, presente in combinazione ternaria o quaternaria, un ritmo in cui esce con forza il bisogno di dire, di rimarcare una presenza, un fermo-immagine indispensabile per l’anima di ciascuno di noi. E come Jacopone da Todi e Dante, nei momenti più privati, in cui si è accanto, si è in presenza davvero, Policastro chiama la donna: “mamma”.
Il libro è scandito da sezioni che circolarmente sono stagioni di un’esistenza, le morte stagioni per l’appunto, ma che palesano- come nel film di Kim Ki-duk (Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera)- l’ineluttabilità della solitudine e del bisogno di fare i conti con la vita stessa, un tentativo di comprendere l’incomprensibile. Non si sfugge, non si può.

“Quando vogliamo una madre se dimentichiamo, quando stiamo/ bene, ed è quasi peggio che affogare / Quando sei sotto che poi sali, che poi vedi, / che riapri le pupille / […] che la vita viene / avanti, non procede / lenta come quando è un funerale”. “Non come vita” costituisce, a livello poetico, un esordio straordinario, ma ancor più una testimonianza e uno strumento di pari valore; valgano per tutti i componimenti, le tre visioni bellissime, dedicate a Nitchs, Bourgeois: “ma siamo, / siamo così, / ancora / siamo / così” (e a questo livello vi è il superamento di Montale e di Celan) e Viola: “Prendi quei due, sembrano vivi e sono / nell’acqua ch’è mossa non dai fiati / ma da come li vedi, / piano, andando / altrove / che è fine, e ricomincia, per tutti, / piano”. Per tutti.

Andrea Breda Minello

 

 

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