sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nessuna novità
nella comunicazione renziana
Pubblicato il 14-11-2014


La comunicazione, verbale e non, di Matteo Renzi è stata soggetta ad analisi e commenti sin dalla partecipazione dell’ex sindaco di Firenze alle Primarie del 2012, in vista delle successive elezioni politiche del 2013. Questo perché Renzi, oltre a rappresentare una figura nuova – o quasi – agli occhi degli elettori, si è guadagnato ampio spazio sul proscenio politico odierno grazie ad espressioni lessicali considerate di rottura, sintetizzabili con due verbi: “rottamare” e “asfaltare”. La ghostwriter Flavia Trupia sembra aver trovato il segreto del successo di queste espressioni: “È uno straniamento, una procedura che crea una percezione inedita nel linguaggio. È quanto succede prendendo in prestito l’espressione ‘rottamare’ dal mondo delle auto usate e trasportandola nel mondo della politica” 1.

Un tipo di comunicazione che non lascia niente al caso, questo è certo; ma, andando a trattare in maniera più esauriente la narrazione renziana, siamo proprio sicuri che essa sia così innovativa e moderna?

L’aspetto più immediato della stessa è, senza dubbio, il frequente ricorso agli slogan, a partire dall’ormai famoso “cambia verso”, che vorrebbe calcare le orme del “Yes, we can” obamiano. Già questo dovrebbe farci riflettere sul fatto  che gli slogan sono sempre stati utilizzati in polica, in quanto semplici, sintetici, espressivi, facili da ricordare e da riportare sui giornali.
Lo slogan è una formula e la politica è, a suo modo, un prodotto. Binomio perfetto, dunque. Senza contare che gli slogan sono formulati ad hoc per una comunicazione immediata e non riflessiva, ad uso e costume delle “masse” e non del popolo.

Che non si pensi solamente alla politica estera quando si parla di slogan, perché anche quella italiana ne è ricchissima, da sempre. Basti pensare, per esempio, al “Libera Chiesa in Libero Stato” di Camillo Benso di Cavour, all’antiaustriaco “W V.E.R.D.I”, al “proletari di tutto il mondo, unitevi!”, inno marxista diffuso in Italia da Togliatti, o agli innumerevoli motti politici di Benito Mussolini, come “credere obbedire combattere” o “vincere e vinceremo”. Non v’è, dunque, motivo alcuno per ritenere questo approccio reclamistico da parte di Renzi come una novità.

Così come l’informalità che caratterizza ogni sua esternazione pubblica, già stata introdotta anni or sono da Silvio Berlusconi. Ma, se è vero che l’allievo supera il maestro, Renzi trascende persino B. con il suo approccio populista e poco istituzionale, fatto di discorsi a braccio, promesse, date, espressioni ottimistiche e mani in tasca.

Il linguaggio renziano è, per tale motivo, molto semplice ed espressivo, e va a coprire un profilo lessicale basso. Ciò non deve sorprendere poiché il potere forte è di norma linguisticamente più debole ed è “elaborato per far sembrare vere le menzogne, rispettabile l’omicidio e per dare sembianza di solidità al vento” 2. Il linguaggio politico è, inoltre, quello con più debiti verso altri settori, giornalismo prima di tutto. Ma, più che del giornalismo, il politichese renziano è imbevuto delle dinamiche comunicative proprie dell’universo televisivo, con tanto di pause e ripetizioni, per assicurarsi che l’ascoltatore abbia compreso e assimilato quanto detto.

All’estrema semplicità Renzi aggiunge qua e là anglicismi vari, come jobs-act o cool, dove questo imbarbarimento della narrazione politica fa parte di un più ampio paradigma di mero giovanilismo di facciata. E anche qua niente di nuovo: si pensi a termini quali spreadauthoritybipartisan, che fanno parte del linguaggio politico-economico comune, e all’ormai celebre choosy della Fornero.

In realtà, non si può certo negare che Renzi -o chi per lui- sia un abile giocoliere verbale, incredibilmente persuasivo nel modo di porsi e di affrontare eventi, manifestazioni ed interviste riuscendo, con un tocco di ironia e affabilità, a non prendersi mai completamente sul serio.

Ma se questa sua abilità mediatica si traduce in un pop-speaking troppo metodico e straordinariamente banale, c’è poco da rallegrarsi. Si pensi, ad esempio, a dichiarazioni come: “non tramo ma non tremo”, che rimanda al “marciare e non marcire” mussoliniano, e “voglio un PD pensante e non pesante”. In entrambi i casi viene utilizzata la paranomasia, figura retorica tanto cara al Premier, che consiste nell’accostare parole simili foneticamente ma non semanticamente.

Appare chiaro che al politico fiorentino piace giocare con i chiaro-scuri, facendo seguire alla negazione un ribaltamento positivo, oppure attuando contrasti tra concetti vecchi (quelli degli altri, “loro”) e concetti nuovi (i suoi, “noi”). Ma questi giochi di parola sono molto antichi e, come ci insegna la semiologa Giovanna Cosenza, “esagerare con le figure retoriche rende non solo lezioso il discorso, ma lo svuota, lo fa apparire tanto più vacuo quante più figure usi. Specie se non sei un poeta. Specie se ai giochi di suono e alle immagini non fai corrispondere contenuti concreti, dettagliati, precisi, né argomentazioni stringenti”.

In ultimo, altro aspetto fondante della comunicazione verbale renziana è l’avere, più che un avversario, un vero e proprio nemico politico. Il Premier dichiara di non avere nemici politici, ma il suo linguaggio lascia intendere tutt’altro: egli è solito, infatti, fronteggiare Beppe Grillo con frecciatine ironiche, provocazioni e un ostentato atteggiamento di superiorità. Questo perché Renzi corteggia gli elettori del Movimento Cinque Stelle ma, senza addentrarci in discorsi squisitamente politici, non vi sembra che questo atteggiamento ostile verso il leader di una forza politica pericolosa e/o scomoda, sia un qualcosa di già vissuto e ri-vissuto abbondantemente? Un eroe, per essere considerato tale, deve avere un nemico da cui guardarsi. Un anti-eroe. E questo Renzi lo sa bene.

Nihil sub sole novum, mister Renzi.

Giulia Quaranta

1 Trupia, Flavia “Zzzzz, le parole dormono. E i rottamatori di Renzi le risvegliano” in discorsipotenti.blogspot.it, novembre 2010

Orwell, George Politics and English Language, London, 1946 (trad.it. Mesina, Umberto La politica e la lingua inglese, 2009)

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Commenti all'articolo
  1. commento interessante. Anche per me vecchio riformista e uomo di marketing era già chiaro che Renzi scambia nuovismo per innovazione vera. Per questo lo contrasto dal 2012. Il problema sono quelli che (per motivi spesso opposti) ora gli credono..Bè io vado a sinistra.

  2. Interessante!
    Bisogna però prendere atto che i voti li ha presi. Almeno nell’immediato la tecnica ha funzionato. Sappiamo poi che “fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”…

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