giovedì, 19 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Difesa dell’ambiente
e case occupate, tanta ipocrisia
Pubblicato il 19-11-2014


La polemica sulle case occupate, sui condoni, sulla difesa dell’ambiente dalla ‘cementificazione’, può trasformarsi nell’ennesimo esempio dell’italico vizio dell’ipocrisia. L’abusivismo, come il fenomeno dell’occupazione delle abitazioni, affonda le sue radici nell’assenza di un minimo di intervento dello Stato nell’edilizia pubblica. Che si potrebbe tradurre in un “dopo Fanfani, il nulla”. Risale infatti al 1949 la prima legge sull’edilizia popolare, poi prorogata fino al 1963.

E non è un caso se con la sconfitta politica del centrosinistra abbiano definitivamente prevalso gli interessi dei costruttori e della speculazione edilizia (varrebbe la pena di ricordare anche il ruolo giocato dal Vaticano che possedeva una quantità straordinaria di terreni poi lottizzati). Negli anni ’70 i poveracci si difendevano con le autocostruzioni e nascevano le borgate, oggi con le occupazioni abusive. E non è un caso se in Italia ci sia una percentuale così alta di proprietari di case, assolutamente abnorme rispetto ai Paesi industrializzati dell’Occidente.

Le leggi contro l’abusivismo ci sono sempre state e ci sono anche oggi, ma non vengono rispettate da sempre perché ci sono troppe famiglie, soprattutto monoparentali, in mezzo alla strada e troppi giovani che vorrebbero sposarsi, ma non hanno un tetto. Sono ‘grida manzoniane’ che si ripetono anche in questi giorni. La crisi sta aggravando e amplificando questo fenomeno per i tanti proprietari che non riescono più a pagare il mutuo. Che vogliamo fare? Vogliamo demolire qualche milione di abitazioni? Incarcerare altrettanti irtaliani?
I condoni in edilizia, come quello di giustizia, sono il frutto di una distorsione del sistema; non sono all’origine della distorsione, anche se forse finiscono per amplificarne gli effetti.

Contro la speculazione sulle case e il ‘caro-affitti’, venne varata nel 1978 la legge sull’equo canone, ma era solo una soluzione parziale perché finiva per imporre una strozzatura al mercato degli affitti in un modo perverso mentre invece l’unico calmiere efficace sarebbe stato quello dell’edilizia popolare, così come avviene in quasi tutti i Paesi europei.

Dunque stiamo attenti a non finira dalla parte sbagliata, dimenticando lo stato di necessità e privilegiando una difesa della proprietà o dell’ambiente che in questa situazione può essere semplicemente impercorribile, irrealistica, socialmente ingiusta. Se vogliamo cambiare verso, cominciamo dalla parte giusta.

Carlo Correr
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Commenti all'articolo
  1. “Dunque stiamo attenti a non finire dalla parte sbagliata, dimenticando lo stato di necessità e privilegiando una difesa della proprietà”, dice ad un certo punto l’Autore.
    Se non ho frainteso il concetto, tali parole andrebbero a significare che, di fronte al bisogno di qualcuno, i diritti della proprietà vanno messi da parte, al punto che quel qualcuno può liberamente entrare in casa nostra e insediarvisi, e semmai “sfrattarci”.

    Qualora fosse questa la giusta interpretazione, a me pare che andremmo ad instillare nel comune sentire un principio e un messaggio che mi fa ricordare, con una qualche non piccola preoccupazione, gli “espropri proletari” degli anni settanta.

    Ritengo infatti che chi si ispira ai valori del liberal-riformismo debba essere da un lato sensibile allo stato di bisogno dei meno abbienti e fortunati, ma penso nel contempo che non possa osteggiare la proprietà, specie quando questa è rappresentata dalla casa di chi se l’è acquistata a prezzo di sacrifici e di risparmi, nel senso che le forme di aiuto ai bisognosi non possono ricadere forzatamente sui singoli (in questo caso i proprietari di case, anche perché la casa è già stata abbastanza “tartassata” da tasse e imposte varie).

    In conclusione, a me sembra che proprio la non tutela della proprietà della casa, quantomeno sul piano concettuale, sia un modo per “finire dalla parte sbagliata”, e assecondare altresì rischiosi precedenti.

    Paolo B. 20.11.2014

  2. Sicuramente mi sono spiegato male. Intendevo dire che la situazione di estrema difficoltà per alcuni cittadini che non hanno un tetto può essere risolta da un serio programma di edilizia popolare e siccome i Governi che si sono succeduti in questi ultimi 40 anni hanno fatto davvero poco in questo senso, ci si trova oggi a dover scegliere se bastonare i senza tetto o tollerare l’illegalità (condoni compresi). Comunque si scelga, si sarà commesso un torto e non invidio chi è costretto a compirere scelte che sono dolorose.
    Per concludere osservo che le ‘occupazioni’ di case mi sembra riguardino essenzialmente i pochi alloggi popolari messi a disposizione dai Comuni con qualche eccezione per ville inabitate. Dunque, per ora, il suo timore sulla non tutela della proprietà privata forse è eccessivo.

  3. Prendo senz’altro atto della precisazione, ma non mi sento di considerare “eccessivo”, e neppure precipitoso e intempestivo, il timore che ho espresso.

    Succede infatti abbastanza spesso, almeno secondo la mia esperienza, che quando si “accettano” deroghe su questioni “portanti” del vivere di una comunità, o si minimizzano fatti e circostanze che dovrebbero invece funzionare da indicatori, non siamo poi in grado di valutarne gli effetti, e “governarne” gli sviluppi.

    In questa fattispecie spero comunque di sbagliarmi nell’essere troppo “timoroso”.

    Paolo B. 20.11.2014

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