mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Faravelli, un socialista riformista
Pubblicato il 06-11-2014


Faravelli-La plebeGiuseppe Faravelli nacque a Broni, in provincia di Pavia, nel 1896. Il padre, di ideologia mazziniana, era esattore delle imposte mentre la madre casalinga era donna brillante e raffinata. Apparteneva così a una famiglia della media borghesia. Compì gli studi liceali a Voghera e Milano. Nel 1915 si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Pavia ma dopo pochi mesi fu richiamato alle armi e arruolato nell’arma del genio. Partecipò alla ritirata di Caporetto, meritò una medaglia di bronzo e una croce di guerra al valor militare e si congedò col grado di capitano. Nel 1917 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza dell’università di Pavia che frequentò fino alla laurea. Nel 1919 iniziò la sua attività politica nel partito socialista con Lelio Basso e Rodolfo Morandi. Mentre la maggior parte dei socialisti pavesi apparteneva alla corrente massimalista e sarebbe poi confluita nel partito comunista, Faravelli si mosse invece sempre nel solco della tradizione riformista.

Fu segretario della federazione pavese del PSI e direttore del Giuseppe. Dopo la scissione della corrente di Turati nel XIX congresso socialista, aderì al PSU (Partito socialista unitario) guidato da Filippo Turati e Giacomo Matteotti. Si trasferì a Milano nel 1921 e ebbe modo di aiutare i perseguitati politici in quanto, come impiegato comunale, poteva fornir loro informazioni riservate e documenti falsi. Con Antonio Greppi frequentò assiduamente la abitazione di Turati. Nel 1929 organizzò il convegno dell’unità antifascista con Riccardo Bauer, Ernesto Rossi, Umberto Ceva e Ferruccio Parri.  Nel 1931 fu spiccato un mandato di cattura contro di lui per aver ritirato un baule a doppio fondo contenente stampa antiregime inviatogli da Giovanni Bassanesi e introdotto in Italia dal professore belga Leo Moulin.

Faravelli riparò a Parigi ove contribuì all’avvicinamento fra il movimento Giustizia  e Libertà e il partito socialista in esilio, rappresentò poi G.L. al congresso socialista di Marsiglia del 1933. Collaborò ai quaderni di G.L. Nel quaderno I del gennaio 1932 scritto con lo pseudonimo di Joseph, fece la recensione del volume di Otto Bauer “Le socialisme, la Religion et l’Eglise” stampato a Bruxelles nel 1928, osservando la giustezza di un marxismo moderato e modernizzato alla maniera di Mondolfo.

Nel quaderno III di giugno 1932 sempre con lo pseudonimo di  Joseph, recensì un proprio volume scritto con il “nom de plume” di Italo e stampato a Parigi nel 1932 dal titolo “La riforma fondiaria e i piccoli coltivatori (a proposito del programma di G.L.)” . Nel quaderno VI del marzo 1933, ancora con lo pseudonimo di Joseph, commentò il programma politico del PSI, rilevando come seguisse lo schema del famoso programma di Linz della socialdemocrazia tedesca, elogiato anche da Lussu. Infine nel quaderno X del febbraio 1934, con lo pseudonimo di L’osservatore, pubblicò il testo approvato dal Partito Operaio Belga nel Congresso di Natale ed elaborato da Henry De Mon, facendone seguire un proprio articolato commento. Dal 1933 si era stabilito a Lugano  e da qui, per 4 anni, assicurò il collegamento coi gruppi clandestini che operavano in Italia. Con Tasca, Modigliani, Saragat e Andrea Caffi (che aveva iniziato a frequentarli dal 1936) fu fortemente critico del patto di unità d’azione coi comunisti. Nel 1937 tornò a Parigi ove fu speaker di Radio Parigi con Vera Modigliani, in un programma radiofonico in lingua italiana diretto da Tasca a cui collaboravano Nicola Chiaromonte e Mario Levi.

Nel 1939, quando fu firmato il patto Ribbentrop-Molotov, chiese esplicitamente l’espulsione di Nenni per l’atteggiamento troppo cauto di questi verso l’accordo fra Germania e Russia e solo la diplomazia di Modigliani mediò il contrasto.  È dell’inizio degli anni 40 la elaborazione delle “Tesi di Tolosa”, ad opera di Faravelli e Caffi per un rilancio del socialismo ma in una visione libertaria, federalista europea e autogestionaria, in polemica con il frontismo sostenuto in quel momento da Nenni e col pacifismo assoluto di Modigliani. Giunti i tedeschi a Parigi, Faravelli si spostò nel sud della Francia ma il governo di Vichy lo internò nel famigerato Campo di Vernet fra migliaia di stranieri indesiderati fra cui Leo Valiani, Arthur Koestler e Francesco Fausto Nitti. Tratto in arresto fu consegnato alle autorità fasciste italiane e condannato dal Tribunale Speciale a 30 anni di reclusione che iniziò a scontare in varie carceri e fu confermata dal governo Badoglio. Nel corso di un bombardamento riuscì ad evadere dal carcere di Castelfranco Emilia.

Nel dopoguerra rappresentò sempre la corrente riformista vicina a Saragat e nel 1947 partecipò alla scissione da cui ebbe origine il PSLI (Partito socialista dei lavoratori italiani) di cui divenne segretario con Simonini e Vassalli, ed è proprio di tale periodo lo scambio di lettere con l’amico Andrea Caffi che gli scrisse il 6 gennaio 1946, il 16/2/ 1947, il 15/3/1947 e il 15/4/1947 sullo sfondo del contrasto fra autonomisti e frontisti. In particolare in una delle lettere Caffi (universalmente noto per la chiarezza di stile, la rettitudine morale e la lucidità di analisi) gli scriveva: “Se vogliamo sul serio salvare la società dalle guerre, dai governi totalitari e da tutte le bestialità che questi due aspetti di un medesimo fenomeno implicano (…) bisogna abbattere al più presto l’idolo dello stato-nazione; in particolare l’Europa sarà ridotta allo stato di giungla se non si rinuncia radicalmente alle sovranità nazionali e ai sacri egoismi patriottici (…) in nome dei quali uccidere e morire”.

Nel 1952 Faravelli fu eletto nella direzione del PSDI nato dalla fusione fra PSLI e PSU. Fu direttore del quotidiano L’Umanità e condirettore della rivista Critica Sociale. All’epoca della cosiddetta “legge truffa” fu fra quanti si schierarono a sostegno della proporzionale pura. Continuò in seguito a operare per la riunificazione fra PSI  e PSDI che contribuì a realizzare nel 1966 e visse con amarezza la nuova separazione nel 1969. Morì nel 1974 per enfisema polmonare. Se il quarantennale della morte è trascorso quasi ignorato, è tuttavia a figure come Faravelli che ci si deve richiamare per la passione civile che animò la sue scelte e per la coerenza mazziniana di pensiero e azione, se non si vuole che la attività politica si riduca a semplice comitato d’affari di minoranze autoreferenziali.

Mario Barnabè

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