martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Francia in allarme: Isis, più contagioso di Ebola
Pubblicato il 19-11-2014


jiadisti francesiCome nei migliori thriller così in guerra alla fine si scopre che il nemico è nella tua trincea o è l’ultima persona di cui sospettavi. È quel che è successo alla Francia, che si è scoperta madre patria di tanti giovani convertiti e arruolati dall’esercito del terrore. Oggi è stato identificato un altro cittadino francese tra i jihadisti che hanno preso parte alle decapitazioni di massa filmate in un video del gruppo dello Stato islamico. Si tratta di un 22 enne di Villiers-sur-Marne, nella regione parigina, che dopo l’arruolamento ha adottato il nome di battaglia di Abu Othman.
La notizia ha destato non poche preoccupazioni all’Eliseo, tanto che Hollande parlando a Canberra, ha precisato che il ruolo dei due ragazzi francesi identificati deve essere ancora determinato con certezza. “Ciò che per ora possiamo dire – ha precisato – è che ci sono due cittadini francesi che sono stati identificati”.

Ma l’imbarazzo supera l’identificazione dei due ventenni, perché secondo le ultime fonti sarebbero almeno un migliaio i giovani francesi reclutati dall’Isis, a dirlo è proprio il Primo Ministro Valls. “Sappiamo il nome dei francesi che sono morti in Siria, circa una cinquantina. Sappiamo che sono almeno mille i francesi che hanno aderito al gruppo estremista in Siria – ha detto il ministro – purtroppo non siamo sorpresi di apprendere che alcuni francesi o residenti in Francia sono nel cuore di queste cellule e partecipano a questa barbarie”. Finora si era parlato di quaranta francesi, ma l’ultimo conteggio, effettuato lunedì, porta la cifra a 49, ha detto una fonte del governo francese. “Questo rafforza la nostra determinazione a combattere contro il terrorismo”, ha concluso Valls.

Ma non è il solo Stato Occidentale con “il nemico in casa”, anche gli Usa e il noto Federal Bureau of Investigations (Fbi) sono sulle tracce di quasi 150 cittadini statunitensi che si crede siano andati in Siria negli ultimi mesi, in gran parte per unirsi a gruppi armati. A riferirlo è stato il direttore dell’agenzia d’intelligence, James Comey.

Il gruppo terroristico pare che abbia trovato terreno fertile proprio nei luoghi in cui viene combattuto maggiormente e non solo, perché l’Isis sta creando un punto di attrattiva forte anche in Paesi in cui la guerra civile incombe come la Libia. Per la prima volta in rete sono comparse alcune fotografie ufficiali che ritraggono miliziani dello Stato Islamico in Libia, nella provincia di Tripoli, alle porte della capitale libica.
L’Isis rappresenta ormai un polo d’attrazione per il fondamentalismo, ciò spinge altri gruppi islamici a diventarne parte o, come minimo, a stabilire con esso un rapporto di collaborazione. Si prendano ad esempio i Fratelli musulmani che sono entrati in contatto con l’Isis in Siria. Avviene lo stesso anche in Egitto, dove i combattenti di Ansar beit al-Maqdis – ala armata dei Fratelli locali – hanno praticamente giurato fedeltà agli estremisti.

Ma il problema del fondamentalismo è un problema che tocca le corde già stonate di una guerra di religione che si sta consumando in Medioriente tra israeliani e palestinesi. Secondo lo scrittore israeliano David Grossman il rischio del contagio è più che reale dopo gli ultimi atti di violenza: “Questo circolo vizioso di violenza e di odio, che coinvolge nella sua spirale sempre più gente e che si sta trasformando da conflitto politico, che forse ha ancora una qualche piccola possibilità di venir risolto, in conflitto religioso, fondamentalista e di conseguenza irrazionale e primordiale”.

“Ciò che oggi vediamo a Gerusalemme, giorno per giorno e quasi ora per ora – avverte lo scrittore – è un pericolosissimo precipitare nella dimensione del fanatismo e dell’irrazionalità. Si vede anche come l’estremismo barbaro venuto dall’Isis, che ha introdotto dei modi di operare del tipo di quello di cui oggi siamo stati testimoni sta infiltrandosi nel conflitto israelo-palestinese. Sarà quindi molto più difficile adesso che in precedenza cercare una soluzione del conflitto e forse ciò dovrebbe essere il motivo e la spinta per i leader dei due popoli ad agire subito e con la massima potenza, iniziando un processo di dialogo fra loro, invece di insultarsi e incolparsi a vicenda, incitando ancora di più all’odio”, conclude Grossman.

Un problema particolarmente sentito da “vicino” per una Francia che dopo aver effettuato nuovi raid aerei contro le posizioni dell’Isis con il rischio di aver colpito i propri concittadini convertiti il 28 novembre voterà per il riconoscimento della Palestina.

Maria Teresa Olivieri

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