martedì, 19 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ignazio Marino, ovvero la parabola del giustiziere solitario
Pubblicato il 24-11-2014


Circa un anno e mezzo fa, Ignazio Marino veniva eletto sindaco di Roma. Con una percentuale di consensi, al secondo turno (60%), molto elevata; ma con un numero di voti inferiore a quello raggiunto dallo sconfitto Rutelli cinque anni prima. Per dirla, in sintesi, e senza arzigogolarci troppo, si trattava di una reazione di totale sfiducia nei confronti dell’amministrazione precedente e, per converso, di un atteggiamento di attesa e di riserva nei confronti della nuova.

Pure Marino si presentava con un messaggio assai radicale. All’insegna non del “rinnovamento” – termine di per sé irrilevante e diventato addirittura improponibile per l’uso/abuso di cui è stato oggetto nel corso di questi anni – ma della “discontinuità”.

Un termine, questo, molto impegnativo. Ma, al tempo stesso, difficile da declinare e, quindi, da capire. Trattandosi di Roma e del suo governo, poteva indicare l’intenzione di fare cose diverse dal passato. Ma anche quella di governare in modo diverso dal passato così da restituire all’ente locale una capacità di governo che aveva progressivamente perso nel corso di decenni.

Si tratta di due obbiettivi strettamente collegati tra loro. In un contesto i cui l’ultimo è il più difficile da raggiungere ma, nel contempo, rappresenta la condizione necessaria per il conseguimento dell’altro.

Per spiegarci meglio, possiamo prendere le mosse dalla situazione esistente a Roma nell’anno di grazia 2013. Qui le “cose diverse”da fare erano evidenti a tutti. E, guarda caso, condivise, a parole da (quasi) tutti i candidati.

Politica per le periferie; stop alla cementificazione, mobilità affidata allo sviluppo del trasporto pubblico; servizi più efficienti, trasparenza … e via elencando.

Buone intenzioni, di ieri e di oggi. Che però si scontravano con il grande macigno della finanza comunale. E non solo con lo stillicidio dei tagli imposti dal governo ma anche con un Comune sempre più sull’orlo del default e con una politica di bilancio oramai chiaramente fuori controllo. Ovvio, allora, che per cambiare la città il Comune dovesse, per prima cosa, cambiare se stesso.

Un’operazione tecnica e indolore? Al contrario un’operazione tutta politica, ai limiti della “mission impossible”. Si poteva illudere se stessi e i romani parlando di sprechi (?) da eliminare e di mele marce da allontanare, mentre, in realtà, si trattava di restituire al Comune (leggi al più importante potere democratico) una capacità di governo che aveva perso da tempo. Diventando sempre più subalterno rispetto ai vari e grandi interessi privati (con la relativa perdita del controllo del territorio); rispetto alle varie corporazioni (con la relativa impossibilità di imporre qualsiasi regola e/o disciplina); e, infine, rispetto alle varie coalizioni/collusioni affaristiche (con la relativa perdita della capacità di gestire una macchina oramai allo sfascio). E, nel contempo, funzionando, ad ogni livello, all’insegna della più totale opacità in un gioco di specchi che impediva non solo alla gente comune, ma ai suoi protagonisti di capire cosa stesse accadendo.

Questa la situazione con cui si è dovuto confrontare Ignazio Marino. Nessuno pretendeva da lui cambiamenti immediati e radicali. Si poteva soltanto sperare che l’affrontasse in modo corretto. Parlando con la città e con i suoi poteri forti e meno forti; a partire dalla enunciazione chiara dei propri obbiettivi irrinunciabili (come dire, per esempio, no alla cementificazione se non concordando con gli interessati – proprietari di aree, finanzieri, palazzinari- una strategia alternativa basata sul riuso dell’esistente; o come impedire tagli ai servizi se non si pone mano al riordino dei medesimi?).

E, invece, il nostro sindaco ha preferito giocare la parte del giustiziere solitario. Senza mai entrare costruire un rapporto empatico con la città e i suoi problemi. E avventurandosi, in modo spesso scriteriato in una serie di faide con i poteri costituiti, sempre irritati mai veramente colpiti dalle sue iniziative rapsodiche.

Oggi, a un anno e mezzo data, i due principali contendenti (tra l’altro facenti parte del medesimo campo…), leggi il sindaco e il suo partito sono chiusi in uno scontro che non può chiudersi né con la vittoria di qualcuno né con il ricorso alle urne. Una situazione, in cui, venuto meno qualsiasi potere democratico, la città sarà di fatto commissariata: per procedere più speditamente sulla via dei tagli ai servizi e degli aumenti tariffari; per calmare gli appetiti dei padroni del vapore con qualche opportuna concessione; per procedere, renzianamente sulla via della alienazioni delle aziende comunali; per trastullare opportunamente la cittadinanza con polemiche da quattro soldi intorno alle responsabilità per attuali o futuri disastri.

Abbiamo la politica e la democrazia in coma farmacologico. Con il via libera per tutto il resto. Ma che almeno non ci si inviti a schierarci a favore del “meno peggio”. Perché tenete i nervi saldi e la mente lucida è l’unico modo per preservare l’avvenire.

Alberto Benzoni

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