lunedì, 18 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Il Mezzogiorno e la responsabilità
delle sue classi dirigenti
Pubblicato il 15-11-2014


Sul n. 1/2014 della “Rivista di Storia Economica”, Vittorio Daniele e Paolo Malanima hanno pubblicato una recensione critica, volutamente polemica, del libro “Perché il Sud è rimasto indietro”, recentemente pubblicato da Emanuele Felice (“Perché il Sud è rimasto indietro”, recentemente pubblicato da Emanuele Felice, docente di Storia economica nell’Università Autonoma di Barcellona. Nell’articolo-recensione “Perché il Sud è rimasto indietro? Il Mezzogiorno fra storia e pubblicistica”, Daniele e Malanima, anch’essi storici economici dell’Università di Catanzaro, lamentano risentiti che Felice non si sia allineato sulle posizioni da loro sostenute nel libro “Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011”; essi, in particolare, rimproverano Felice per aver attribuito la responsabilità del ritardo del Mezzogiorno alle sue classi dirigenti e ad un uso, non sempre appropriato, dell’approccio istituzionalista, per l’interpretazione del perché le regioni meridionali siano “rimaste indietro”. Le loro osservazioni critiche li portano a non rinvenire niente di nuovo nel volume di Felice; per di più, il saggio di questi si connoterebbe, per i due critici, non già come una ricostruzione storica delle vicende delle regioni meridionali, ma come un “libello” del dibattito e della polemica sull’argomento. Giudizio negativo più tranchant non poteva essere immaginato.

Daniele e Malanima condividono il giudizio che tra Sud e Nord dell’Italia esista un divario espresso in modo inoppugnabile da un insieme di indicatori economici e da una sostanziale carenza di capitale sociale (di civicness, o di senso civico); tuttavia, secondo loro, l’influenza del capitale sociale sulla crescita e sullo sviluppo di lungo periodo del Mezzogiorno non sarebbe del tutto evidente, poiché non sempre è possibile correlare il capitale sociale all’andamento del processo di crescita e sviluppo. Ciò in quanto, nel primo cinquantennio di Unità nazionale, il legame statistico tra capitale sociale e crescita è poco significativo, nel senso che restano senza spiegazione le ragioni del perché alcune regioni del Nord siano cresciute più di alcune regioni del Sud, seppure più dotate di capitale sociale; mentre, nel secondo cinquantennio di Unità, lo stesso legame statistico diventa significativo, perché sono state le regioni del Nord, più dotate di capitale sociale, a crescere ed a svilupparsi a tassi più sostenuti rispetto a quelle del Sud; ma poi esso diviene nuovamente poco significativo nel terzo cinquantennio di Unità, in quanto, a partire dall’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso, sono state le regioni dotate di un minor capitale sociale, quelle meridionali, a crescere a tassi comparativamente maggiori rispetto alle regioni del Nord del Paese.

Paradossalmente, secondo Daniele e Malanima, si potrebbe pensare che, soprattutto nel primo ventennio del terzo cinquantennio di Unità nazionale, la carenza di capitale sociale “non sembra aver avuto alcun ruolo nelle fasi di convergenza economica, ma solo in quelle di divergenza”. Questa constatazione ha portato i due critici del libro di Felice a concludere la loro interpretazione del processo di crescita e sviluppo del Mezzogiorno, affermando che il permanere e l’approfondimento dello squilibrio Nord-Sud è da ricondursi, in una prospettiva di lungo periodo, alle forze impersonali che hanno operato nel processo della crescita moderna dell’intero Paese; questa conclusione li induce a respingere l’idea che “una storia ideologica del Mezzogiorno e le accuse a governi o classi politiche del passato ci possano aiutare a vedere meglio le cose”.

Hanno ragione Daniele e Malanima? Non proprio; la loro interpretazione dell’origine e del consolidamento dello squilibrio tra le regioni del Nord e quelle del Sud dell’Italia non è immune da critiche, considerato che quanto il Mezzogiorno ha sperimentato, ad esempio, nel periodo del dopoguerra (periodo cruciale per l’interpretazione della dinamica Nord-Sud) non è stato determinato dalle sole forze intrinseche al processo di trasformazione politica ed economica dell’Italia, ma è stato influenzato in modo decisivo anche dai comportamenti e dalle valutazioni ideologiche delle classi dirigenti meridionali e nazionali, con la complicità delle società politiche di tutte le regioni del Sud.

Per un’interpretazione più esaustiva dell’esperienza negativa del Mezzogiorno, occorre partire da una valutazione critica dell’andamento delle principali grandezze macroeconomiche delle regioni meridionali, comparativamente a quelle riferibili mediamente all’intera economia nazionale. Sulla scorta dei dati Istat, tenuto conto dei margini di approssimazione che l’uso di tali dati comporta, ci si deve chiedere: com’è potuto accadere che, dal dopoguerra all’inizio del nuovo millennio, nonostante nel Mezzogiorno siano stati effettuati maggiori investimenti per abitante rispetto all’intero Paese, la produttività (misurata in termini di prodotto interno lordo per abitante) sia risultata minore di quella media nazionale? Come si giustifica il fatto che, nonostante la minore produttività della base produttiva, siano risultati notevolmente migliorati all’interno del Mezzogiorno gli standard di vita (misurati in termini di prodotto regionale lordo per abitante), risultando al di sopra delle possibilità offerte?

La risposta a questi interrogativi può essere meglio compresa, considerando l’evoluzione del rapporto tra le importazioni nette di beni e servizi e il prodotto interno lordo del Mezzogiorno; questo parametro, che esprime l’incidenza delle risorse trasferite dall’esterno delle regioni meridionali rispetto a quelle prodotte al loro interno, è sempre stato elevato per gran parte del periodo post-bellico. Le importazioni nette di beni e servizi sono da alcuni considerate una sorta di “scatola nera”, racchiudente molte “cose” tra loro differenti, che vanno dai movimenti privati di capitali ai trasferimenti ridistributivi dello Stato nazionale. Tuttavia, con riferimento al Mezzogiorno, è plausibile ipotizzare che la maggior parte di queste “cose” in essa contenute abbia sostanzialmente coinciso, nel periodo di riferimento, con i trasferimenti pubblici orientati a fornire le risorse necessarie per finanziare la crescita e lo sviluppo dell’intera area meridionale.

Le sole importazioni nette di beni e servizi, tuttavia, non racchiudono soltanto un “significato contabile”, in quanto assumono anche un “significato politico-economico”, la cui interpretazione consente di rispondere in termini più esaustivi agli interrogativi prima formulati. Dal punto di vista politico, le importazioni nette di beni e servizi possono essere considerate come la causa principale della deresponsabilizzazione delle élite politiche locali. Queste, omologate a quelle nazionali dalle ideologie dei grandi partiti, sono state “plasmate” dalle scelte nazionali di politica economica. I partiti nazionali, infatti, hanno indirizzato i trasferimenti, non disinteressatamente dal punto di vista elettoralistico, verso attività produttive ad alto rapporto capitale/lavoro e verso attività produttive locali di piccola dimensione; la debole capacità competitiva delle prime e la sottocapitalizzazione delle seconde hanno richiesto un continuo rifinanziamento per l’ottenimento del quale hanno avuto bisogno della continua tutela delle élite politiche locali e nazionali.

È accaduto così che, a causa della deresponsabilizzazione delle élite politiche locali, siano state deresponsabilizzate anche quelle imprenditoriali, con la loro trasformazione da “imprenditorialità da reinvestimento”, di shumpeterriana memoria, in “imprenditorialità da trasferimento”, costantemente proiettata alla ricerca di possibili forme di impiego di risorse ottenute attraverso un circuito economico-politico perverso. Inoltre, dal punto di vista esclusivamente economico, i trasferimenti indirizzati prevalentemente verso attività produttive non in grado di sopravvivere autonomamente, ma conservate in vita coi continui rifinanziamenti, hanno creato l’illusione di una convergenza economica delle regioni del Sud verso quelle del Nord; in realtà la limitata convergenza si è verificata in termini di prodotto regionale lordo (ovvero in termini di prodotto disponibile lordo) e non in termini di prodotto interno lordo, essendo rimasto quest’ultimo, a meno di un trascurabile miglioramento, pressoché al palo di partenza.

Pur non avendo concorso a migliorare la produttività del sistema economico delle regioni meridionali, la consistenza dei trasferimenti ha però alimentato il monte salari, contribuendo per tale via a sostenere una domanda crescente di beni di consumo privati e collettivi, che è stata soddisfatta con crescenti flussi di importazioni. In tal modo, la deresponsabilizzazione, sia delle forze politiche che di quelle imprenditoriali, da un lato, e le distorsioni nell’utilizzazione delle risorse disponibili, dall’altro, hanno impedito l’attuazione di una politica di crescita-sviluppo adeguata a garantire l’autonoma capacità decisionale del Mezzogiorno sul più razionale uso delle risorse disponibili.

Sono queste le ragioni che spiegano perché il Mezzogiorno, dopo aver fruito per anni di “aiuti esterni”, è rimasto indietro; al presente, il ricupero di un’effettiva e reale autonomia decisionale, sia politica che economica, attraverso il miglioramento della qualità delle élite politiche ed imprenditoriali, è un obiettivo che non può essere eluso; tale ricupero può essere realizzato solo attraverso il ripensamento dei prevalenti modelli di comportamento, soprattutto politico, dell’intera società civile meridionale, utile a renderla idonea ad orientare il proprio sostegno ad una riformulazione delle linee del futuro processo di crescita-sviluppo dell’intero Mezzogiorno.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Si, le colpe dell’arretratezza del Sud sono innanzitutto delle classi dirigenti meridionali. Non si deve però dimenticare il cancro della malavita organizzata che è un formidabile deterrente a sviluppare un’attività economica. Non si deve nemmeno tralasciare la presenza o l’arrivo da Nord dei “furbi” che, grazie agli amici hanno ottenuto finanziamenti usati per arricchirsi più che per sviluppare un’attività economic efficiente. Da ultimo bisogna ricordare che non si diventa imprenditori solo perché si ottengono finanziamenti facili. Comunque un bell’articolo.

    • Sono d’accordo. Senza però dimenticare che la società meridionale è stata largamente mantenuta arretrata poiché i “don ciccio” di turno hanno sempre impedito che nascesse una classe imprenditoriale che potesse sfuggir loro di mano.

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