domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Interstellar, non basta
la pubblicità per fare
un buon film
Pubblicato il 12-11-2014


InterstellarInterstellar, il film di fantascienza diretto, sceneggiato e in parte prodotto da Christopher Nolan, sta conquistando i botteghini di tutto il mondo. Nulla di strano se si considera la campagna pubblicitaria massiccia e davvero globale che ne ha preceduto l’uscita. Il film ha una trama esile: il nostro pianeta è condannato all’estinzione a causa di una infezione di muffe che sta distruggendo tutta l’agricoltura. Sopravvive ancora il granturco, ma anch’esso è destinato ad essere attaccato da una micidiale infezione fungina. In gran segreto, ciò che resta della NASA, pesantemente condizionata dai tagli alle spese – la spending review è ormai entrata nella cultura collettiva del XXII secolo – si prepara però alla fuga. Un’immensa astronave dovrebbe consentire di raggiungere i mondi colonizzabili di un’altra galassia lontana decine di anni luce, grazie alla scoperta dei motori gravitazionali, passando attraverso un buco nero e se questo non riuscisse, c’è il piano B, ovvero il trasporto su quelle terre lontane di una bella nidiata di ovuli congelati. Un piano tanto ambizioso quanto spericolato perché il coprire quelle immense distanze comporta una distorsione del piano temporale: il coraggioso pilota che lascerà i suoi cari sulla terra, se riuscirà nell’impresa al suo ritorno li troverà, se ancora saranno in vita, inevitabilmente invecchiati di decine e decine di anni.

Nella fantascienza il tema della distorsione spazio-temporale è assai affascinante, ma anche molto difficile da trattare perché il rischio è di creare delle irrisolvibili magagne logiche che sconcertano e rendono troppo incredibile la storia.

Nel film l’amore intenso di un padre astronauta e candidato a salvare il salvabile dell’umanità, Cooper (Matthew McConaughey), per la figlia che resta a terra con un fratello e il nonno, si scontra con l’urgenza del compito che grava sulle sue spalle: durante il viaggio capirà che non potrà più rivedere i suoi cari perché nel migliore dei casi al suo rientro, la piccola Murph sarà una vecchia decrepita (Ellen Burstyn). E sarà proprio la piccola Murph, (Foy Mackenzie, forse la migliore prestazione artistica sulla scena a fianco di Jessica Chastain, cioè lei donna matura) che alla fine offrirà la chiave per risolvere il problema tecnico del viaggio interstellare, avendone intuito il mistero iniziale e scoprendone successivamente nella maturità i segreti scientifici per arrivare all’antigravitazione e porre così le basi per la fuga dell’umanità dal disastro annunciato.

Una storia lunga, troppo lunga (169’, quasi tre ore intere) condite da qualche rara sorpresa, più che altro centrate sulla debolezza umana, da quella dello scienziato capo che non vuole dire agli uomini del suo tempo che non ce la faranno mai a raggiungere le stelle, a quelle dell’esploratore naufrago su un pianeta lontano che finge per salvarsi di aver trovato un quasi gemello della Terra. Davvero troppo poco per mantenere le promesse dell’immensa campagna pubblicitaria, Nemmeno i paesaggi, la sceneggiatura, le musiche, sono all’altezza delle promesse. E quanto agli attori, oltre alla davvero brava Murph, da piccola e da grande, il resto del cast arriva a malapena alla sufficienza.

Resta l’impressione della deriva che ha ormai preso la cinematografia delle grandi produzioni.

Interstellar, che costato 165 milioni di dollari, forse un po’ troppo visti i risultati e la modestia della sceneggiatura, è uscito in Italia in 577 copie, distribuito da Warner Bros e ha subito conquistato la classifica del box office del week end, con un incasso, di 2.893.777 euro. Abbastanza copie per coprire a tappeto le sale di tutta la penisola puntando non certo sul ‘passaparola’, ma sull’effetto bandwagon della pubblicità.

Un ‘prendi i soldi e scappa’ in 62 Paesi, che ha portato nei botteghini un incasso di 80 milioni di dollari, in linea con quello che un anno fa aveva fatto, Gravity, storia assai più semplice, ma non meno spettacolare, assai più breve e tutto sommato più convincente. Una conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che per fare un buon film ci vogliono delle buone idee e non basta la pubblicità.

Armando Marchio

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