mercoledì, 23 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Jobs Act, è indispensabile
un disegno programmatore condiviso
Pubblicato il 25-11-2014


La bufera sull’articolo 18 non accenna a placarsi e lo scontro, lungi dal rievocare il conflitto sociale classico, che come ricordava un esponente di spicco del pensiero liberaldemocratico del ‘900 Ralf Dahrendorf è “fisiologico” in una società democratica, appare come un combattimento di wrestling, la lotta libera americana che si combatte per lo spettacolo e il pubblico.

Forse uno dei problemi è la indisponibilità del premier Renzi a qualsiasi forma di dialogo sociale con i sindacati, neppure con quello che si mostra più ragionevole, la Cisl, rispetto alla Cgil (ed alla Fiom!) e ad una Uil spostatasi dal tradizionale riformismo a posizioni più radicali, forse più per esigenze tattiche che per scelta strategica.

Il dialogo, in questa fase, sarebbe servito ad illustrare che il compromesso raggiunto sui licenziamenti disciplinari, tipizzando le fattispecie per le quali i giudici possono sentenziare il reintegro, è un significativo passo avanti e che assieme, governo, imprese e sindacati, si potrebbero impegnare a rendere effettivamente operativi gli istituti strategici del Job Act.

In primo luogo la scrittura di un vero codice del lavoro, di tipo semplificato, chiaro e intelligibile, in luogo della miriade di norme, frutto di una produzione legislativa alluvionale tipicamente italiana, che impedisce chiarezza sui rapporti di lavoro e in materia di controlli.

Poi, una generale riforma degli ammortizzatori sociali, secondo il modello socialdemocratico europeo della “flessicurezza”, per indennità in favore di chi perde il lavoro o è senza occupazione, con percorsi di formazione-riqualificazione professionale legati a politiche attive del lavoro e, cioè, efficaci ed efficienti servizi per la ricollocazione di inoccupati e disoccupati. Si tratta di quella gestione della “condizionalità” (il rapporto virtuoso tra la fruizione dei sussidi pubblici e la disponibilità all’impiego), magari con la creazione di un’Agenzia nazionale del Lavoro, secondo la proposta presentata in Parlamento dal Partito socialista, che superi la frammentazione delle competenze, unificando i diversi soggetti pubblici, e il ruolo improduttivo delle Regioni, per governare l’incontro fra domanda e offerta, temperando così il depotenziamento delle tutele in caso di licenziamento economico e per alcune tipologie di quello disciplinare.

Certo, le riforme sociali abbisognano di risorse pubbliche, che, grazie al Fiscal Compact e all’austerità by Merkel, sono difficili da reperire. Ma è opportuno dire, che bisogna avere alla base un disegno programmatore condiviso sul piano sociale e, magari, riprendendo, sul terreno della politica macroeconomica il tradizionale obiettivo delle socialdemocrazie europee: la piena occupazione, memori, a sinistra, della denuncia del grande economista italiano, di scuola keynesiana, Federico Caffè, contro la “non politica per la piena occupazione”, secondo cui nel fallimento del mercato, spettava soprattutto allo Stato il ruolo di “occupatore di ultima istanza”; di occupazioni utili ovviamente.

Maurizio Ballistreri

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Commenti all'articolo
  1. Ottimo pezzo quello di Maurizio, colgo l’occasione per proporre pubblicamente come dipartimento lavoro economia di lavorare insieme ai nostri parlamentari proprio sui decreti attuativi , perché come maurizio sa tutti conoscono della biagi solo il decreto 276 il resto neanche viene ricordato.Ora è il momento di lavorare sui decreti attuativi specificare bene la fattispecie di legge cenz disciplinari, ricordando ai fautori della guerra che sta diventando di religione chei licenziamenti per gistificato motivo oggettivo quelli economico, sono regolarmenti praticati da sempre e regolamentati dalla leggi 604 del 1966, modificata dalla Fornero e che le cause relative a questi licenziamenti oggi con art 18 con la reintegra non riguardano più di mille persone all’anno.E insieme a noi del dipartimento e ai parlamentari potremmo coinvolgere anche i compagni del sindacato perché la base di lavoro deve essere quello della commissione lavoro alla camera.E Renzi farebbe bene a coinvolgere le parti sociali e gli operatori del settore perché a fare d’anni in questo settore come maurizio sa ci vuole pochissimo .

  2. Impossibile definirsi SOCIALISTI e accettare tale confusione (per non dire altro), chiamato Job ACT. Probabilmente chi accetta questa cosa, ha il portafoglio pieno, non ha figli disoccupati e usa la parola Socialismo, per farsi legittimare dal popolo. Il primo errore di fondo è l’idea che “riformismo”, sia doversi spostare verso il Liberismo più crudo. probabilmente su questa base, PERTINI, l’ultimo GRANDE SOCIALISTA, nel PSI, non poteva definirsi Riformista. Così, come non avrebbero accettato questa linea neanche i padri del RIFORMISMO. In una casa politica, quando si è in disaccordo, si esce dalla porta. Il problema nel PSI, lo storico PARTITO SOCIALISTA della SINISTRA ITALIANA, è che ad uscire dal PARTITO sono stati la maggioranza dei SOCIALISTI, con il risultato, che gran parte dei percorsi, post DE MARTINO, del partito, non sono più ne socialisti, ne di sinistra. Continuando su questa strada, i tesserati rimarranno veramente pochi. La segreteria potrà chiedere aiuto, come fu in altri tempi, a qualche nuovo Berlusconi…magari i voti torneranno(ma non si sa da dove)

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