martedì, 26 settembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

La politica ‘svelata’:
Il water di Dossetti
Pubblicato il 27-11-2014


DossettiNel momento di avviare questa rubrica di memorie, che ha l’ambizione di far rivivere personaggi dimenticati e di dare un rappresentazione reale di un passato che oggi appare mitico o deplorevole, mi sembra opportuno ricordare le singolari circostanze che mi spianarono la via per una onorevole carriera di giornalista politico. Non sarà inutile il raffronto che ognuno potrà fare tra la vita politica di un tempo e i giorni magri che oggi viviamo.
Parlo dei primissimi anni Cinquanta, il primo o il secondo della decina, quando ancora governava De Gasperi con Saragat. Oronzo Reale e Villabruna. Era in corso a Montecitorio un verifica di governo. Il quadripartito di De Gasperi non era un’oasi felice. De Gasperi si ostinava, nell’alleanza con i partiti laici, socialdemocratici, repubblicani, liberali, per avere un argine alle pretese della Chiesa, ma la sinistra del suo partito, con Rossetti e Fanfani, scalpitava per giungere a un governo di soli cattolici. Le verifiche erano all’ordine del giorno.

Dall’alto della tribuna stampa osservavo l’aula. Proprio sotto di me Giuseppe Dossetti armeggiava con la matita su un foglio bianco. Incuriosito lo seguii. Dossetti disegnava curve in tondo, linee flessuose, semicerchi. Ma che faceva? Non mi pareva possibile, ma ormai non mi potevo sbagliare: Dossetti stava proprio disegnando un water, uno sciacquone, l’attrezzo principe fra gli attrezzi igienici. Poi d’improvviso capii tutto. Dossetti aveva capovolto il foglio e scritto sopra, a stampatello: GABINETTO ROVESCIATO.

Corsi al mio giornale l’Avanti! e scrissi un corsivo di prima pagina dal titolo inequivocabile: “Prova generale del governo monocolore”. Il testo era semplice: mentre i vari La Malfa, Vigorelli, Reale, Martino, Sforza fanno professione di fede atlantica per guadagnarsi i galloni da ministro (le verifiche si chiudevano sempre con un voto di fiducia sul Patto Atlantico, linea discriminante tra governo e opposizione), i veri detentori del potere nella DC si preparano a mandarli a casa.

Al mattino dopo, entrando a Montecitorio, i colleghi mi vennero incontro tutti eccitati. Ma che hai fatto? Hai combinato un casino! Il governo è a pezzi! L’effetto del corsivo era stato dirompente. Saragat aveva dato le dimissioni, La Malfa urlava nel Transatlantico che non avrebbe più messo piede al governo, De Gasperi si era chiuso nello studio riservato e non riceveva nessuno.

Ci volle più di una settimana per arrivare a un chiarimento ma per me le cose cambiarono subito. Al pomeriggio, in redazione, fui chiamato dal direttore che allora era Sandro Pertini. Entrai titubante. Pertini non era solo. Erano con lui due personaggi che sembravano usciti dalle pagine di un libro di favole illustrato. Alberto Cianca, il prestigioso direttore de “Il Mondo” prefascista, la più accreditata rivista liberaldemocratica italiana, sembrava un vecchio travestito da fanciullo: capelli, sopracciglia e baffetti tinti, il viso senza un ruga, ma le mani tremanti e i piedi divaricati come a cercare un migliore appoggio. All’opposto, Francesco Fancello, un intellettuale sardo, medico, romanziere, che prima di conoscere carcere e confino era stato direttore degli ospedali riuniti di Roma, sembrava un fanciullo travestito da vecchio: ben portante, totalmente glabro, ma segnato dalle rughe e dai capelli bianchi.

Cianca e Fancello erano allora direttore e vice-direttore di “Milano Sera”, un quotidiano che nella città lombarda faceva il verso al “Paese Sera” di Roma. Mi riempirono di complimenti, congratulandosi per l’ironia e il fiuto politico; poi Cianca mi propose un bel contratto con il suo giornale. Pertini, che fino a quel momento non sapeva nemmeno che io esistessi, si oppose decisamente: “So io come ricompensarlo”. Difatti, seduta stante, mi affidò l’incarico di corrispondente romano del “Lavoro” di Genova, anch’esso diretto da Pertini.

Due lavori (fortunatamente simili), due stipendi. Avevo due giornali sui quali sfogare la mia passione politica, una buona considerazione, una carriera davanti e due stipendi che portarono una fiammante Topolino C che quando andavo alla direzione del Partito dovevo nascondere a via Vittoria, via Mario dei Fiori, cioè nei vicoli oltre il Corso altrimenti mi avrebbero fatto un processo. Insomma, la svolta della mia vita: per uno sciacquone.

Franco Gerardi

(1^ puntata)
Franco Gerardi è venuto a mancare nell’aprile scorso. Tra le sue carte, custodite dalla figlia Karen, dieci brevi preziosi articoli che cominciamo a pubblicare da oggi.

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Grillo Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Spagna UE UIL Unione europea USA



Commenti all'articolo

Lascia un commento