domenica, 19 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

La vera storia della caduta
del Muro di Berlino
Pubblicato il 13-11-2014


Ricordate il capitano della Stasi nella “Vita degli altri”? E la madre di “Good bye Lenin”? Due persone fedeli agli ideali del comunismo ma, magari per questo, critici del “comunismo realizzato”? Così, nella vita reale, il tenente Jager, di stanza alla porta di Brandeburgo, la notte del 9 novembre. E in una situazione chiaramente fuori controllo. Il portavoce del governo, Schabowski, colto alla sprovvista dalla domanda di un giornalista italiano, ha annunciato che l’apertura della frontiera – sinora annunciata in linea di principio – vale invece da subito. E i berlinesi, subito informati della cosa, già si affollano davanti ai varchi e stanno passando. Il Nostro non se la sente di impedirlo con la forza e chiede istruzioni. La prima risposta è che nulla è cambiato; si regolasse di conseguenza. Come minimo una risposta “inadeguata alla situazione”. E, allora, ci si rivolge ancora a “chi di dovere” per sentirsi rispondere: questa volta, si può far passare la gente ma in un numero limitato (nell’ordine di “qualche centinaio di persone”) salvo a marcare i passaporti degli “attivisti” (un tempo si sarebbe detto dei “caporioni”), così da impedirgli il ritorno nella Ddr. Nella confusione generale sorge però un singolo problema: quella di una coppia che intende rientrare a Berlino est; cosa possibile per la moglie, ma non per il marito, che non ha i documenti in ordine. Per come la vede in quel momento Jager, una separazione che si annuncia duratura. Ed è su questa specifica vicenda che il Nostro sbotta e rompe definitivamente le righe, consentendo, istruzioni o non istruzioni, il passaggio a tutti. “Ho visto, in quel momento, la stupidità e l’inumanità di tutto questo” (delle regole e del regime che le aveva prodotte); così dirà, più di venti anni dopo, alla storica americana che lo intervista. Godiamoci la magia di quest’attimo. Quello che, in circostanze assai più drammatiche, avevano vissuto Perlasca nel 1944 o Aristides de Sousa Mendes, il diplomatico portoghese nel 1940, di fronte alla tragedia degli ebrei. Quello in cui scopri davanti a te la terribile ingiustizia del potere e la drammaticità della condizione umana e ti ribelli e dici basta: “Questo non posso accettarlo. E devo fare quanto posso per impedirlo”. Un momento magico nella vita delle persone e anche dei popoli. Sono i primi partigiani dopo la vergogna dell’8 settembre; soni i tunisini che dicono “basta”dopo il suicidio di un povero venditore ambulante. Sono attimi che riscattano le vergogne e le infinite viltà che percorrono la storia. Per scomparire poi in una nebbia da cui emergono soltanto i volti del potere. E dove la caduta del Muro, e il conseguente ritorno della libertà sono merito di Reagan e del papa polacco mentre, con tutto il rispetto per questi illustri personaggi, è stato piuttosto la riscoperta del valore della libertà da parte dei tedeschi dell’Est a mettere in moto il processo che ha portato alla caduta del Muro. Processo, per inciso, tutt’altro che lineare. In ottobre, intorno a Lipsia, c’erano pronti i carri armati e le unità speciali dell’esercito e delle altre forze di sicurezza per reprimere nel sangue la manifestazione dell’opposizione; a fermare il tutto il fatto che i manifestanti fossero diecine di migliaia e non le poche migliaia previste dall’autorità. Perché ricordare tutto questo? Per scrupolo retrospettivo di testimoni della storia? Diciamo piuttosto per rendere un postumo omaggio a quelli che hanno realmente operato per fare cadere il Muro; salvo a vedere il loro ruolo cancellato dalla storia e dalla memoria negli anni successivi. Parlo della socialdemocrazia tedesca e parlo del dissenso nella Ddr. La prima aveva operato nel tempo per far avanzare il progetto che avrebbe portato a quegli accordi di Helsinki tanto disprezzati da atlantisti e politici realisti e che invece avevano contribuito a determinare quel vero e proprio miracolo storico rappresentato dalla dissoluzione pacifica del campo comunista. Il secondo, per buona parte interno al mondo comunista, avrebbe mostrato che il sistema non era suscettibile di cambiamento ma che, in nome dei suoi ideali, c’erano delle persone disposte, sempre più radicalmente, a contestarlo. Nei nostri due film, i protagonisti scompaiono all’indomani del 9 novembre. La comunista dal volto umano nella illusione che Bonn si sia fusa con Berlino est; il capitano della Stasi nel grigiore dell’anonimato. I protagonisti collettivi non trarranno alcun beneficio da un evento che avevano, e in modo decisivo, contribuito a determinare. Sostanzialmente perché saranno incapaci di misurarsi efficacemente col modello di unificazione deciso da Kohl (assorbimento puro e semplice della Germania est nella Germania ovest, con il vantaggio di un fortissimo impegno economico, ma anche con il completo abbandono delle più piccole vestigia della sua passata identità), sia aderendovi criticamente sia contrastandolo in modo credibile. Il nostro è allora, in tutti i sensi, un, doveroso, omaggio alla memoria. Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. Sminuire l’opera decisiva che ha avuto Papa Woityla nella caduta del muro e nella momentanea evoluzione in senso democratico dell’ ex Unione Sovietica con Gorbaciov, mi sembra frutto di una visione un po’ troppo laica dei fatti.
    A partire dal famoso discorso del “Non abbiate paura” il 22 Ottobre 1978, per proseguire con il fitto lavoro diplomatico fatto “a fari spenti”, direi che la Chiesa e il Santo Padre sono stati determinanti in questo passaggio storico: che piaccia o no.

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