giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Ma ce lo dice Panebianco
che l’Italia è in guerra?
Pubblicato il 18-11-2014


Ammonisce Panebianco dalle pagine del Corriere della Sera sull’atteggiamento disinvolto, a suo dire, del nostro Paese e degli italiani su quanto sta accadendo alle nostre parti e che rischia di provocare uno choc se si materializzassero le minacce del fondamentalismo islamico con incursioni nelle capitali europee o giù di lì.

Il nostro lamenta l’indifferenza dei Governi e delle opinioni pubbliche per le minacce mentre l’assenza di consapevolezza e di responsabilizzazione si trasforma in vulnerabilità culturale, anche sul piano della sicurezza difensiva.

Risponde indirettamente alla lamentazione di Panebianco, l’impegno assunto dal nostro Ministro della difesa che ha preannunciato un intervento per il “ rifornimento, l’addestramento e la ricognizione aerea in Irak”

La comunicazione effettuata nello scorso mese alle Commissioni riunite di Esteri e Difesa alle Camere è sembrata passare in sordina, ma una decisione italiana è stata assunta: pattuglie aeree armate saranno sul teatro di guerra curdo-iracheno ed affiancheranno le forze americane e di altri Paesi occidentali contro l’ISIS.

Naturalmente trovandosi lo scenario a migliaia di chilometri di distanza da casa nostra non avremo la scomoda sensazione di vivere una guerra in presa diretta, sta di fatto che dinnanzi alla minaccia islamica, il nostro Governo rinuncia a comprendere le ragioni per le quali è divampato il fenomeno ISIS (che di per sé rappresenta il plastico esempio del fallimento della guerra in Irak voluta da Bush assieme alla sciagurata dottrina, sostenuta anche da Obama, dell’‘esportazione’ della democrazia) e si appresta a sostenere una campagna militare dagli esiti e dai contorni assai difficili da stabilire, compresa una tempistica che lascia supporre come la campagna contro i movimenti islamici, oggi divenuti una reale minaccia militare per tutta l’area, sarà tutt’altro che breve e determinerà lo scontro (finale?) fra due civiltà che dall’11 settembre 2001 sono in aperto conflitto.

Le conseguenze di un’azione con le armi sono naturalmente da valutare sul piano militare e sul piano della sicurezza interna che non potrà che essere considerata d’ora in avanti una priorità.

Sul piano politico sarebbe stato opportuno poter esprimere valutazioni di carattere generale impegnando forze politiche e sociali sul significato di un nostro impegno militare in questa fase e in una zona calda confinante, di fatto, con il centro del Mediterraneo in cui siamo immersi.

La discussione pubblica è invece presa dalla discussione sugli effetti e sulle conseguenze della presenza di immigrati sans papiers in attesa di asilo nelle nostre periferie, sul fastidio recato alle popolazioni locali e sugli effetti economici negativi provocati dall’azione umanitaria denominata “Mare Nostrum”, mentre contemporaneamente sulla scena si affollano esponenti politici che ora cavalcano le esasperazioni e le proteste, ora minimizzano e sollecitano un atteggiamento compassionevole irritante ed elitario.

Le migrazioni sono la conseguenza più immediata e concreta dei mutamenti geo-politici ed anche climatici; la desertificazione del continente africano non è più una previsione scientifica, ma una realtà che ha già coinvolto milioni di uomini e questi mutamenti richiedono politiche emergenziali attive ed impegni da assumere in seno all’Unione.

Ma la questione dei conflitti è invece tutta politica: l’instabilità mediterranea rischia di entrare in una condizione di perennità con interventi militari che possono essere richiesti ed effettuati con frequenza. Perciò il fatto richiede una discussione pubblica e politica più seria e più ampia perché la situazione non può essere esaurita da una breve comunicazione Governativa (un intervento militare che impegna i nostri corpi in un’eventuale conflitto armato necessita di un sostegno parlamentare e democratico essendo noi formalmente in tempo di pace) ed un’ampia discussione che coinvolga l’opinione pubblica non può essere esaurita dal pur puntuale fondo del maggior quotidiano italiano.

Bobo Craxi

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