martedì, 26 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Meridione e sottosviluppo,
ragioni tutte politiche
Pubblicato il 18-11-2014


Il recente libro di Emanuele Felice, docente di storia economica, sul “Perché il Sud è rimasto indietro” presenta due aspetti tra loro contraddittori. Da un lato, rompe la tradizione di un meridionalismo “querulo e tendenzialmente “accusatorio” e propenso a rinvenire le cause del ritardo del Mezzogiorno nel “familismo amorale” secondo la tesi di Edward Banfield o nella carenza del “capitale sociale” secondo quella di Robert Putman; oppure, tendenzialmente “assolutorio”, propenso cioè a rinvenire la cause del ritardo nello sfruttamento, a partire dalla realizzata Unità nazionale, delle regioni del Sud da parte di quelle del Nord. Contemporaneamente, però, anche Felice, nella sua rilettura della questione meridionale, non riesce a sottrarsi alla trappola in cui si cade quando si vogliono respingere sia le tesi accusatorie che quelle assolutorie, salvo poi, quando si passa a proporre la strategia giusta per promuovere lo sviluppo economico e sociale dell’area meridionale del Paese, fare appello a qualcuna delle tesi scartate, accusatorie o assolutorie che siano.

Ciò è reso necessario dal fatto, già messo in evidenza in un precedente articolo apparso su questo giornale, che la rottura della stagnazione di una data area richiede la formazione di un soggetto, pubblico o privato, la cui azione sia finalizzata a realizzare la trasformazione delle condizioni economiche e sociali prevalenti; ma la formazione (o la comparsa) di questo soggetto presuppone la trasformazione di queste condizioni, per la cui realizzazione è necessaria la presenza attiva del soggetto mancante. Il Mezzogiorno perciò è, e continua ancora ad essere, “prigioniero” di questa contraddizione perversa, apparentemente irrisolvibile, la cui mancata rimozione darà adito alla prosecuzione di una letteratura meridionalistica sterile e caratterizzata dalle accuse che chi condivide le tesi assolutorie potrà rivolgere contro chi sostiene quelle accusatorie e viceversa. Un tipico esempio di questo letteratura può essere rinvenuto nello scontro-dibattito, in parte già “consumato”, ma destinato a durare, tra Felice, da un lato, e altri due meridionalisti, quali Vittorio Daniele e Paolo Malanima, dall’altro.

Felice, rifiutando tanto le tesi accusatorie che quelle assolutorie relative al perché del ritardo del Mezzogiorno, offre una narrazione della “questione meridionale” che assolve i ceti subalterni che hanno subito gli esiti negativi del mancato sviluppo economico e civile del Sud dell’Italia, mentre mette “sul banco degli imputati” le classi dirigenti o dominanti, ree d’essersi sempre impegnate a catturare rendite e privilegi a loro unico vantaggio e non a promuovere lo sviluppo economico e civile dell’intera società civile meridionale. Felice, però, cosi facendo, si caccia nel “cul de sac” della contraddizione alla quale si è prima accennato; ciò perché, se le tesi accusatorie à la Benfiled o à la Putman “non sembrano offrire soluzioni concrete, almeno nel breve periodo”, in quanto “le cause del fallimento vengono ricondotte a tempi così lontani, nella storia o addirittura nella preistoria, che appaiono difficilmente modificabili dal policy maker o da altri soggetti che operano hic et nunc”, a quale tesi ci si deva rifare per riuscire a pensare ad un’effettiva strategia di crescita e sviluppo in pro delle regioni meridionali?

Felice, nel prospettare una sua strategia per il superamento della questione meridionale, è costretto a riconoscere che per il superamento dello squilibrio tra le regioni del Sud e quelle del Nord dell’Italia è necessario riservare una “maggiore attenzione alla stratificazione sociale delle due Italie, ovvero alla disuguaglianza interna alle regioni italiane, come presupposto storico che condiziona i differenti percorsi istituzionali”. In sostanza, secondo Felice, è stata l’alta sperequazione “dei redditi e delle ricchezze che ha determinato nel Mezzogiorno il prevalere di istituzioni estrattive”, ovvero di istituzioni che hanno consentito alle classi dirigenti di soddisfare i loro prevalenti interessi personali ai danni delle classi subalterne.

Questa narrazione del problema del Mezzogiorno, secondo Felice, consentirebbe di “ancorare con più fondamento l’esito dei processi di sviluppo alle decisioni e alle scelte interne alle dinamiche sociali”; e da questa narrazione sarebbe possibile derivare, oltre che una spiegazione “socio-istituzionale” più compiuta della questione meridionale, anche una strategia per il suo superamento, ben diversa dalle altre in circolazione.

Sulla base della sua spiegazione, Felice rinviene la soluzione, non più nella richiesta di nuovi trasferimenti di risorse allo Stato centrale, come è avvenuto nel passato, ma nel radicale cambiamento della “società meridionale, spezzando le catene socio-istituzionali che condannano la maggioranza dei suoi abitanti a una vita peggiore di quella dei loro concittadini del Nord”. Come?

Se si considera che ora – come osserva Felice – il Mezzogiorno non può più fare affidamento sui possibili “aiuti” dello Stato italiano, non gli resta che fare affidamento sulle forze sociali presenti al suo interno, investite però della responsabilità di decidere autonomamente e responsabilmente sul loro futuro. In questo prospettiva si impone allora la necessità che per la soluzione dell’annosa questione meridionale sia prioritaria la questione istituzionale del Paese; in altri termini, è necessario che lo Stato italiano sia riorganizzato in modo tale da assicurare la massima autonomia decisionale alla società civile meridionale, tenuto conto che, malgrado i limiti dell’intervento straordinario da sempre praticato e lo spiazzamento dell’impiego delle risorse ricevute dalle finalità che ne giustificavano il trasferimento, le condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno sono complessivamente cambiate rispetto al passato.

Oggi il Mezzogiorno non è più, come osserva Gianfranco Viesti, “la terra della miseria e del sottosviluppo”, in quanto l’intera sua società civile, ironia della sorte, appartiene, grazie alla solidarietà nazionale, alla parte ricca del mondo. Nel Sud vi è certo la presenza di fasce sociali povere; tuttavia, le genti del Sud hanno una speranza di vita del tutto simile a quella media italiana ed europea ed è tra le più elevate del mondo. Il quadro delle regioni meridionali dal punto di vista delle condizioni di vita non è, dunque, catastrofico; ciò che è catastrofico è il modo in cui le società civili delle regioni del Sud hanno consentito, e continuano a consentire, che le risorse che hanno avuto, e che hanno, a disposizione siano utilizzate in modo del tutto particolare, secondo gli interessi prevalenti dalle classi dominanti, spesso legittimate da ingiustificati rapporti di complicità con le classi subalterne, impedendo così che sia risolto l’antico problema dell’insufficiente integrazione dell’economia e delle società civili delle regioni del Sud nel più ampio ambito dell’economia e della società nazionale.

L’obiettivo del neomeridionalismo, allora, potrebbe divenire quello di aiutare sul piano istituzionale le genti del Sud perché, dotate di una maggiore autonomia istituzionale, possano decidere responsabilmente di utilizzare le risorse a loro disposizione in modo da portare il reddito prodotto all’interno delle loro regioni ad essere sempre più prossimo a quello del quale ora dispongono, sino ad inserirsi in un processo virtuoso di crescita e sviluppo futuro stabile e certo.

Gianfranco Sabattini

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Commenti all'articolo
  1. Dei problemi del Sud, mi interesso da decenni. Nel 1979, scrissi “Imperialismo culturale e imperialismo economico”. Alcuni mesi fa, ho pubblicato “Imperialismo culturale e…”.
    Del libro di Felice, sul Corriere del Mezzogiorno si è molto discusso. Dopo aver letto per decenni, mi sono convinto che il Mezzogiorno è servito per Tesi e per Pubblicazioni. Fotografie tante,interpretazioni di fatti storici tantissime, ma di idee per lo sviluppo nessuna. Solo richieste di soldi, senza idee di appoggio. Oggi, si aggiunge un’altra pericolosa aggravante: l’ignoranza delle dinamiche che alimentano l’economia basata sulla finanza e parlare e scivere come se stessi negli anni 70.
    Se su 57 Società Assicurative, nessuna è del Sud, di che cosa parliamo? La merce risparmio viene succhiata dal Nord e investita lontano dal SUD. Reggimenti di milioni di euro vanno dal Sud al Nord, lasciando a secco il Mezzogiorno. Non voglio dilungarmi, riservandomi di inviare qualche mio articolo sull’argomento. Se qualcuno , per curiosità , vuole che gli invii una mia pubblicazione, basta chiederlo al seguente indirizzo. l.mainolfi@alice.it– Saluti a chi mi legge.

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