domenica, 20 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Mezzogiorno e sviluppo,
la straordinarietà che non funziona
Pubblicato il 04-11-2014


Sul numero 4/2014 de “il Mulino” è stato pubblicato il testo di un confronto critico su un recente libro di Emanuele Felice, docente di Storia economica all’Università Autonoma di Barcellona, dal titolo “Perché il Sud è rimasto indietro”. Al “confronto” hanno partecipato Michele Salvati, Leandra D’Antone, Giovanni Federico, Renato Giannetti e Pier Angelo Tonielli. Nel libro, Felice fa uso dell’approccio allo studio dello sviluppo economico dovuto a Daron Acemoglu e James A. Robinson, anch’essi autori di un recente studio (“Perché le nazioni falliscono”), fondato sulla dicotomia tra istituzioni economiche e politiche “inclusive” e istituzioni “estrattive”: le prime favoriscono il proliferare delle attività economiche all’interno di uno Stato che garantisce la libertà d’iniziativa ed i diritti dei cittadini; le seconde, invece, stimolano, all’interno dei contesti economici stagnanti, la ricerca e la cattura di rendite, a vantaggio esclusivo di minoranze privilegiate.

Felice, applicando le categorie esplicative e descrittive di Acemoglu-Robinson alle differenze tra le regioni del Centro-Nord e quelle del Sud dell’Italia dopo l’Unità, assume, a giustificazione del dualismo che avrebbe caratterizzato il sorgere della “Questione meridionale”, che le istituzioni sono state inclusive nelle regioni del Centro-Nord ed estrattive in quelle del Sud dell’Italia. Felice, così, può dedurre che la responsabilità del consolidamento e dell’approfondimento del dualismo Nord-Sud sia da attribuirsi alle classi dirigenti meridionali, che hanno legittimato le istituzioni estrattive, consentendo l’accaparramento delle risorse e delle opportunità offerte dalle regioni del Sud da parte di pochi privilegiati, i quali hanno avuto l’interesse a conservare l’economia e la società meridionali in uno stato pre-moderno. Felice, conclude la sua interpretazione del problema del Mezzogiorno d’Italia affermando, conseguentemente, che il superamento dello status quo dell’economia e della società meridionali può essere reso possibile con una rifondazione della vita civile e delle istituzioni tutte, così da renderle inclusive.

Posto in questo modo il problema del superamento della stagnazione tradizionale del Mezzogiorno, può essere condivisa la posizione di chi sostiene che il libro di Felice rappresenti più che un “punto di arrivo”, una proposta generale per il rilancio del lavoro storico sulle origini della “Questione meridionale”; ciò che però lascia perplessi è il fatto che tutti i partecipanti al confronto critico sul libro di Felice, con esclusione di Michele Salvati, lamentino, chi per un motivo e chi per un altro, che il libro presenta larghe carenze conoscitive circa le cause del ritardi sulla via della modernizzazione delle regioni del Sud dell’Italia.

Salvati, dal canto suo, accoglie le “interpretazioni fondate sui dati lungamente discussi” da Felice e, sulla scorta delle osservazioni di Luciano Cafagna su molti “meridionalisti moderni”, critica la storiografia meridionalistica costantemente intrisa di revisionismo e sempre propensa a respingere ogni responsabilità interna alle regioni del sottosviluppo, preferendo interpretazioni, come quelle emergenti dalle argomentazioni dei partecipanti al “confronto”, che ancora ripropongono – come egli afferma – pretese rivendicative e risarcitorie della “presunta responsabilità per i danni che la classe politica dell’Italia unita avrebbe arrecato al Mezzogiorno”.

Salvati osserva, contro corrente, che Felice fa un buon uso delle categorie di Acemoglu-Robinson e sottolinea come “l’analisi dell’ultima fase del governo borbonico, delle grandi organizzazioni criminali, della debolezza delle istituzioni statali, del funzionamento della politica meridionale, specie della politica locale, e di tanti altri pezzi del puzzle del Mezzogiorno” si adatti bene alla spiegazione del problema del Mezzogiorno. Se l’equilibrio della stagnazione delle regioni del Sud del Paese si tiene così bene, come si fa a romperlo? La leva del cambiamento dovrebbe essere di natura politica, ma la politica – osserva Salvati – è “parte del problema e non della soluzione”. D’altro canto, si deve aggiungere che la leva non può neppure essere di natura privata, considerato che i cittadini meridionali, ovvero quelli che “reggono” le amministrazioni locali, supportano le istituzioni estrattive. E allora che fare? Questa contraddizione, dovuta all’impossibilità che la leva del cambiamento possa essere di natura pubblica o, in alternativa, di natura privata, ha rivestito un ruolo importante riguardo alla storia dell’evoluzione degli interventi in pro del Sud dell’Italia dopo l’Unità; essa non è mai stata presa seriamente in considerazione, mentre se fosse stata colta nelle sue implicazioni, forse tutta la politica meridionalistica sarebbe potuta risultare diversa da quella storicamente attuata.

Se è vero, come ritiene Felice, che lo status quo economico e sociale del Mezzogiorno può essere cambiato rifondando la sua vita civile e le sue istituzioni, occorre anche tenere presente che l’interpretazione del problema del Mezzogiorno che egli sostiene non è poi così originale, essendo stata anticipata da altre interpretazioni pressoché simili, quali quelle, ad esempio, di Edward Banfield sul familismo amorale o di Robert Putman sull’assenza di capitale sociale. Anche le interpretazioni di questi autori sono rimaste senza seguito, sebbene a volte non siano mancati tentativi di formulare politiche d’intervento a favore delle regioni meridionali che tenessero conto delle loro analisi. Ma perché la leva, di natura pubblica oppure privata, strumentale alla rottura della stagnazione dell’Italia meridionale non ha mai prodotto esiti positivi? La risposta all’interrogativo va forse trovata nell’impossibilità che la rottura della stagnazione dell’economia e della società meridionali possa essere realizzata, né con una leva di natura pubblica, né con una di natura privata.

Questa impossibilità affonda la sua origine nella storia dell’ex Regno delle due Sicilie, al cui interno non si sono mai formate istituzioni inclusive e capacità di autogoverno, a causa della conservazione della feudalità. Mentre altrove questa decadeva, nei due Regni meridionali si rinforzava, contribuendo, sino all’avvento della dinastia dei Borbone verso la metà del XIX secolo, alla conservazione di una costante alleanza tra monarchie straniere e nobiltà locale, in cambio del mantenimento nel tempo dello status quo.

La risultante di questo processo è stata la mancata formazione di una classe sociale eversiva della feudalità, nel senso che quella formatasi all’interno dell’area del Mezzogiorno ha avuto caratteristiche proprie, rispetto, ad esempio, alle borghesie emerse nelle regioni degli Stati pre-unitari del Centro-Nord della penisola italica.

Nell’insieme, dunque, sulla base di quanto sin qui osservato, si può fondatamente affermare che, nel 1861 e negli anni immediatamente successivi, non è stata recepita la vera origine del ritardo economico e sociale delle regioni meridionali. Esso è stato per lo più imputato acriticamente al mal governo borbonico, destinato quindi ad essere rimosso attraverso l’azione del nuovo ordine istituzionale connesso alla realizzata unità dell’Italia; è cominciato allora a maturare il convincimento che il ritardo delle regioni meridionali potesse essere rimosso attraverso interventi “ad hoc”, promossi al loro esterno e destinati a cambiarne la struttura economica e sociale. È nata così la “cultura” dell’intervento straordinario, che ha ispirato e caratterizzato sino all’inizio degli anni Novanta del secolo scorso la formulazione ed i contenuti delle cosiddette politiche meridionalistiche, i cui esiti sono stati sempre frustrati dalla mancata considerazione che la stagnazione economica e sociale poteva essere superata solo in presenza della disponibilità di una qualsiasi leva, pubblica o privata che fosse, con cui rompere lo status quo ereditato; leva che, però, non è mai risultata disponibile.

Ciò è imputabile al fatto che l’auspicata rottura della stagnazione richiedeva la formazione di un soggetto, pubblico o privato, dalla cui azione dipendesse la rottura; ma la formazione di questo soggetto presupponeva la trasformazione delle condizioni economiche e sociali prevalenti, per la cui realizzazione era necessaria la presenza attiva del soggetto mancante. Il Mezzogiorno, perciò, è stato e continua ancora ad essere “prigioniero” di questa contraddizione perversa. Se si considera che ora – come osserva Felice – il Mezzogiorno non può più fare affidamento sui possibili “aiuti” dello Stato italiano, divenuto incapace di qualunque spinta modernizzatrice sul piano economico e sociale in favore di una qualsiasi sua parte costitutiva, e che le istituzioni economiche e politiche delle regioni del Centro-Nord hanno preso ad assomigliare sempre di più a quelle proprie di tutte le regioni stagnati, alle aree meridionali non resta che una via: pensare a sé stesse, abbandonando le pretese rivendicazioniste e risarcitorie. Come?

Tanti anni di intervento pubblico a favore delle regioni meridionali, nonostante i limiti sul piano della qualità dei loro esiti, hanno concorso a migliorare le condizioni economiche e sociali delle popolazioni meridionali. Oggi il Mezzogiorno può vantare la formazione, al suo interno, di una classe imprenditoriale; sebbene non presenti i caratteri propri dell’imprenditore shumpeteriano, su di essa incombe l’obbligo di dare vita, assieme alla società civile meridionale, ad un’azione economica e sociale innovativa, che risulti finalizzata alla valorizzazione di tutte le potenzialità locali; ciò che può avvenire attraverso il miglioramento delle infrastrutture, dei servizi, della ricerca, della formazione, della qualità dell’attività economica e sociale, delle reti cooperative e della collaborazione degli attori pubblici e privati, per “dare voce” alle istanze originanti dai diversi territori, affrancati dalle posizioni di privilegio a vantaggio di pochi e dai condizionamenti originanti dal fardello della criminalità organizzata.

Altrimenti, se il Mezzogiorno non deciderà autonomamente di prendere in mano le proprie sorti future, sarà inevitabile, secondo le parole di Felice riprese da Salvati, che nei prossimi decenni il divario economico sociale possa colmarsi, ma “al ribasso”, con le regioni del Centro-Nord sempre più vicine e quelle del Mezzogiorno. Se ciò dovesse accadere, alle regioni meridionali non resterebbe che la consolazione di entrare a far parte di un divario ancora più profondo: quello che separerà l’Italia intera dai Paesi più avanzati sul piano economico e su quello sociale. Amen!

Gianfranco Sabattini

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