sabato, 18 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

‘My Favourite Faded Fantasy’, la poesia crepuscolare di D. Rice
Pubblicato il 11-11-2014


DamienRice-MyFavouriteFadedFantasyLa musica di Damien Rice è, ed è sempre stata, sin dal suo esordio con “0” nel 2002, una poesia crepuscolare. Un manifesto di quotidiana emozione, silente, malinconica, ma mai impaurita. Una quotidianità che sobbalza tra le grinze di un ricordo o di un sorriso che si credevano appiattiti dal tempo. La voce sussurrata del cantautore irlandese sa sussurrare storie ed emozioni come nessun altro negli ultimi anni; riprendendo infatti la lezione dell’indimenticato Nick Drake, Rice ha saputo plasmarla ad uso e consumo della sua Weltanschauung. Laddove Alexi Murdoch si è arenato, mentre il bravissimo James Morrison si trova ancora a metà tra brani deliziosi e canzonette per radio e frattanto che i Coldplay continuano a troieggiare tra i generi dimostrando la loro totale inconsistenza, ecco che Damien Rice continua a imporre in punta di piedi il suo mood fatto di luci di speranza e malinconia. Senza fare rumore.

Anche in quest’ultimo album dal titolo evocativo, “My Favourite Faded Fantasy”, uscito il 4 novembre, Rice rimane coerente al suo spleen vellutato e carezzevole, ma viene indirizzato verso climax di incontaminata bellezza, che rendono l’ascolto ancora più esorcizzante e costruttivo. Il tutto grazie anche al lavoro del produttore Rick Rubin, qui in ottima forma (non come quando tirò a lucido il sound di “Californication” degli RHCP) che ha realizzato arrangiamenti superbi volti a mettere in risalto la voce di Rice e l’atmosfera dei brani.

damien-rice-concertoOtto tracce in cui non manca niente, dai rimandi al passato cantilenante e vagamente più spoglio del cantautore, in “The Box”, a “Trusty and True”, in cui compare l’eco di una voce femminile, che ci rimanda a quella di Lisa Hannigan, compagna musicale nei primi due album di Rice ma che ora ha tutt’altra carriera solista in corso. E se è vero che “My Favourite Faded Fantasy”, nonostante sia un lavoro compatto, delicato e maturo, non sarà mai all’altezza di quell’album di esordio del cantautore, quello “0” con cui conquistò i nostri cuori, è vero anche che Damien Rice ancora una volta non ha deluso le aspettative e ci ha cullato nell’ascolto, dall’audace title-track che apre l’opera alla conclusiva “Long Long Way”, prendendoci per mano, facendoci sussultare ad ogni parola. Unico neo dell’album – se proprio lo si vuole trovare – risiede proprio nel songwriting del pezzo scelto come primo singolo, “I don’t want to change you”, più debole rispetto al resto dell’album.

Al termine dell’ascolto di “My Favourite Faded Fantasy” non si può non ringraziare Damien Rice per averci fatto dono delle sue più intime confessioni, come un fanciullo che riporta in segreto le sue scoperte su di un quaderno, come la sensazione tutta umana di essere sempre dolenti e annichiliti dalla vita, senza aver il coraggio di confessare e abbracciare la verità gnoseologica di ciò che siamo, di ciò che fummo un tempo e di ciò che un giorno saremo. L’unico conforto risiede nella bellezza folgorante dei sentimenti con cui potremmo abbracciarci l’un l’altro, e nelle piccole cose. Questo Damien Rice l’ha capito.

“Le mie tristezza sono povere tristezze comuni./ Le mie gioie furono semplici,/semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.” [Sergio Corazzini]

Giulia Quaranta

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Commenti all'articolo
  1. Eccellente, anche per la grande dimostrazione della conoscenza del mondo musicale e dei suoi protagonisti. Un finale giornalistico di grande effetto con un Corazzini delicato e crepuscolare. Brava.

  2. Questo terzo album descrive bene le difficoltà personali e artistiche di Rice negli ultimi otto anni. Ho grande rispetto per chi come lui capisce di non potersi ripetere all’infinito….un’artista se non cambia muore. E purtroppo devo constatare che MFFF non porta nulla di nuovo nella sua carriera e la scelta di avere come produttore un Rick Rubin abituato a confezionare blockbuster ha fatto il resto. Molte delle canzoni avrebbero meritato uno sviluppo formale che probabilmente non è nelle capacità del cantautore irlandese e invece si è giunti ad arrangiamenti spesso stucchevoli e ripetitivi col chiaro intento di elevare il coefficiente emozionale dei brani. La stragrande maggioranza dei brani soffre proprio di questa struttura che parte piano e finisce pomposa. Quando si fa musica con pochi elementi è assai facile il rischio di ripetersi, a meno che non si abbia un talento puro come Dylan, Eddie Vedder (solista) o Elliott Smith…

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