giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Netanyahu senza freni:
Israele Nazione ebraica
Pubblicato il 24-11-2014


Netanyahu-Israele-ebraicaIl premier israeliano Benyamin Netanyahu sta per mandare alla Knesset una legge che stabilisce in maniera inequivocabile che Israele è “lo Stato della Nazione ebraica”. Una modifica che ha enorme importanza tanto sul piano simbolico quanto su quello legislativo con evidenti riflessi sulla vita degli abitanti di Israele, sia sulla difficilissima situazione legata al rapporto conflittuale con popolazione arabo-palestinese che vive nei confini di Israele o a Gaza e in Cisgiordania.

L’iniziativa, messa a punto dall’ala oltranzista della maggioranza di governo, può avere un impatto devastante sul piano politico e ha destato resistenze all’interno dello stesso schieramento che sostiene Netanyahu, con una votazione nel consiglio dei ministri che ha visto la proposta approvata a maggioranza di 15 voti a favore e 7 contrari, con ministri dei due partiti di centro – HaTnuah guidato dal ministro della Giustizia Tzipi Livni, e Yesh Atid del ministro delle Finanze Yair Lapid.

Se approvata, la legge di fatto farebbe di Israele uno Stato teocratico, dove religione e appartenenza a un gruppo etnico, si fondono in un tutt’uno, lasciando in una condizione di minorità gli altri cittadini, per esempio di religione musulmana o cristiana. Un problema di non poco conto visto che oggi in Israele, vivono quasi due milioni di arabo-palestinesi, il 20 per cento circa della popolazione, per la stragrande maggioranza discendenti di coloro che riuscirono a rimanere nelle proprie case dopo la creazione di Israele, nel 1948 quando l’esodo forzato spinse invece altre centinaia di migliaia nei campi profughi in Cisgiordania, Striscia di Gaza, Libano, Giordania e Siria o dispersi negli altri Stati arabi.

Dallo stesso governo si chiarisce che in termini pratici, in futuro la legislazione e le sentenze dei giudici dovranno ispirarsi maggiormente ai valori ebraici, che lo Stato sosterrà maggiormente l’educazione ebraica mentre a ciascun altro collettivo di singoli, verrà comunque garantito il diritto di sviluppare – in maniera autonoma – i propri valori e la propria cultura. La legge, secondo le intenzioni dei suoi ispiratori, cerca di impedire che Israele diventi gradualmente “uno Stato di tutti i suoi cittadini”, insomma che finisca per perdere il carattere di unicità dato dal legame con l’ebraismo. In Israele però c’è chi legge in questa mossa una risposta indiretta alla Corte Suprema che nei mesi scorsi ha annullato una norma concepita per fermare l’immigrazione illegale di africani in Israele, sulla base del rispetto dei diritti civili universali, un modo insomma per allontanare il rischio che gli ebrei possano in futuro trovarsi ad essere minoranza in Israele.

“Una legge cattiva, voterò contro”, ha esclamato il ministro Lapid. “Oggi nemmeno Menachem Begin, il leader storico della Destra, si troverebbe a suo agio nel Likud”. Polemica anche la Livni, secondo cui nella sua forma attuale la legge è inaccettabile. Altri, da sinistra, affermano che il governo Netanyahu ha “attentato alla democrazia” israeliana. Comunque mercoledì, alla Knesset, si saprà se il governo Netanyahu può andare incontro a una crisi politica seria. I ministri laici di Yesh Atid e di Ha-Tnua’ dovranno infatti decidere se assentarsi dall’aula o votare contro. In questo secondo caso, Netanyahu potrebbe decidere di dimissionarli, con evidenti conseguenze sulla maggioranza e per il governo.

Quel che è certo è che Netanyahu non ha apparentemente nessuna voglia di modificare la rotta del suo governo in merito alla questione palestinese mentre dopo la Svezia, la Gran Bretagna, la Spagna e domani anche la Francia, dall’Europa giungono segnali consistenti di un raffreddamento nei confronti della sua politica con l’approvazione di provvedimenti per il riconoscimento della Palestina. Anche in Italia sono pronte tre mozioni – una della socialista Pia Locatelli – che chiedono al governo di pronunciarsi sul riconoscimento dello Stato palestinese.

“Una mossa davvero irresponsabile”, ha esclamato Yitzhak Herzog, leader del partito laburista all’opposizione. E su tutto, come una cappa di piombo, pesano le notizie drammatiche che giungono giorno dopo giorno dai Territori Occupati. A Gaza, un palestinese avvicinatosi troppo ai reticolati di confine è stato ucciso dal fuoco di militari mentre in Cisgiordania la casa di una vedova e delle sue tre figlie ha preso fuoco nella notte dopo che – secondo alcune testimonianze – alcuni coloni ultrà le avevano attaccate con una bottiglia molotov e gas lacrimogeni.

Armando Marchio

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