giovedì, 19 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Obama ha perso, nonostante i suoi successi
Pubblicato il 05-11-2014


Strage scuola-ObamaDue anni duri sono quelli che attendono Obama da oggi alla fine del suo mandato presidenziale.

Il risultato delle elezioni di mid term era largamente previsto, scontato, e deve essere considerato soprattutto per il suo valore simbolico, di indicatore politico, perché la definitiva conquista delle due Camere – i Repubblicani hanno sottratto anche la maggioranza del Senato ai Democratici – non influisce più di tanto sugli equilibri di potere a Washington. Gli Usa sono una repubblica presidenziale dove il Presidente ha poteri reali e capacità di veto anche nei confronti delle due Camere, Obama era già un’‘anatra zoppa’, perché già governava ‘contro’ una metà delle Camere e nella storia prima di lui molti altri Presidenti hanno governato nella stessa situazione.

A urne ancora aperte, i seggi senatoriali conquistati sono 52 dai Repubblicani. Almeno sette quelli strappati al partito del presidente: North Carolina, Arkansas, Colorado, Iowa, West Virginia, Montana, South Dakota. Questi ultimi due a sorpresa, visto che non erano nella lista degli Stati considerati in bilico. I repubblicani sono poi riusciti a mantenere un seggio senatoriale nei due ‘swing state’ della Georgia e del Kansas, nonostante il testa a testa con gli avversari.

Obama-mid term-electionsIl giorno dopo la chiusura delle urne si approfondiscono le analisi per capire fino in fondo quanto è avvenuto. La sconfitta dei democratici sembra dovuta soprattutto all’astensione dal voto, o al cambio di scelta, di quella frangia di elettorato che era stata determinante sei anni fa per la vittoria di Obama, il primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti. Minoranze, giovani, donne e una parte consistente dell’elettorato di colore avevano deciso nel 2008 di sostenere la speranza di cambiamento impersonata da Obama e lo avevano portato alla conquista della Casa Bianca. Dopo sei anni Obama, pur avendo realizzato molte delle sue promesse, dalla battaglia per la sanità pubblica, al ritiro dall’Iraq e al salvataggio dell’economia – al momento della sua elezione e a causa della catena di errori delle amministrazioni precedenti gli Usa erano in una crisi gravissima, forse peggiore di quella del ’29 – non riesce più oggi a galvanizzare quell’elettorato.

Quasi sei votanti su 10 nei sondaggi esprimevano alla vigilia del voto un giudizio negativo sulla sua amministrazione. Per ogni due elettori che erano disposti a votarlo, ce n’erano tre che andavano a votare per il candidato repubblicano. Dichiarazioni di voto che esprimevano un pessimismo profondo sullo stato del Paese nonostante il deficit ridotto alla metà, la disoccupazione sotto il 6 per cento dal 12, il prezzo della benzina sceso drasticamente e l’economia in crescita costante.

Un clima che ha convinto Obama da tempo a rinunciare ad altre battaglie come l’allargamento del programma di assistenza prescolare mentre resta alla ricerca di alleanze per modificare le norme sull’imposizione fiscale delle imprese, del commercio e delle infrastrutture.

Obama insomma ha perso nonostante i successi della sua presidenza. Una contraddizione spiegabile forse solo con la più efficace campagna degli avversari, che hanno in parte sposato alcune delle sensibilità ‘storiche’ dei Democratici (minoranze e diritti civili) e sono stati più efficaci nel propagandarle. E poi forse c’è l’elemento stanchezza e il prevalere della voglia di cambiamento rispetto a un’analisi razionale dei fatti. Cambiare per cambiare, senza altre motivazioni insomma.

Armando Marchio

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Commenti all'articolo
  1. Leggendo l’articolo sembra che il diritto di veto presidenziale sia una specie di super potere con il quale possa impedire al Congresso di legiferare nelle materie di sua esclusiva competenza. In realtà non è così. Il Presidente può esercitare diritto di veto su tutte le leggi approvate dal Congresso, il quale può approvare i provvedimenti, nonostante il veto presidenziale, se raggiunge una maggioranza dei 2/3.
    Cosa che succede anche in Italia quando il Presidente della Repubblica non promulga una legge rimandandola all’esame del Parlamento, il quale in piena autonomia può decidere se modificarla o meno.
    La cosa veramente importante è che il Congresso può destituire il Presidente tramite lo strumento dell’impeachment previsto dalla Costituzione, mentre il Presidente non può decidere uno scioglimento anticipato del Parlamento.
    La democrazia americana si basa su poteri contrapposti, quello presidenziale e quello parlamentare, che non necessariamente devono appartenere alla medesima coalizione politica. Il che significa che un buon Presidente può governare anche non avendo una maggioranza nelle Camere, non è la prima volta che succede negli USA e non sarà l’ultima.

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