sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Patronati a Napolitano,
con tagli legge di Stabilità,
5mila posti a rischio
Pubblicato il 10-11-2014


“Ci permettiamo di interpellarla per sottoporre alla sua attenzione l’enorme danno che deriverebbe da quanto previsto dall’articolo 26 comma 10 della legge di stabilità. Quanto prospettato danneggia in maniera irreparabile l’attività di tutela svolta dai patronati, attività che lei stesso ha dimostrato di apprezzare concedendo l’Alto patronato della Presidenza della Repubblica all’evento di celebrazione del decennale della legge n.152/2001, che regola il nostro lavoro”. Così, si sono espressi, in una lettera inviata di recente al Capo dello stato, il presidente del Ce.pa, Fabrizio Benvignati, il presidente del Cipas, Alfonso Luzzi, e il presidente del Copas, Leonardo Maiolica.

Per i patronati, “cento anni di impegno solidale in Italia e all’estero rischiano di essere azzerati in un attimo”. “In particolare – hanno congiuntamente spiegato – la norma risulta viziata da pesanti limiti di costituzionalità e rischia di portare al licenziamento di un numero di operatori di patronato che potrebbe aggirarsi attorno a 4.000-5.000 persone, oltre a precludere ai cittadini la possibilità di ottenere assistenza gratuita per far valere i propri diritti previdenziali e socio-assistenziali, nell’erogazione di tutte le prestazioni pensionistiche e infortunistiche”.

“Non vi è dubbio, infatti, che questa norma, trattenendo i fondi al bilancio dello Stato, si traduce – hanno continuano i responsabili dei patronati – in un vero e proprio prelievo fiscale a carico dei lavoratori che hanno versato contributi. Una quota di quest’ultima, infatti, non verrebbe più destinata alle specifiche finalità previdenziali ma, al pari delle entrate tributarie, a finanziare lo Stato nella sua generalità o, come in questo caso, dirottata per soggetti che nulla hanno a che fare con il sistema previdenziale”.

Inoltre, “dal confronto tra l’entità dei tagli proposti e i livelli minimi di servizio, richiesti dalla legge – è stato ancora evidenziato nella lettera – emerge la completa irragionevolezza della norma”. “Infatti, il taglio lineare del finanziamento – hanno seguitato – non è possibile a invarianza di attività offerte, a maggior ragione in presenza di una richiesta di ampliamento della copertura territoriale del servizio, parte di un processo di riforma avviato dalla legge n.228/2012 in discussione al ministero del Lavoro. Né la copertura di tale attività può essere affidata a privati o richiesta a pagamento (sentenza Corte Costituzionale n. 42/2000)”.

“La messa in discussione del ruolo e delle funzioni del patronato, attraverso la riduzione delle risorse, costituisce il cuore di tale sentenza – hanno ricordato i tre dirigenti – in cui la Corte ha già stabilito che un intervento simile viola l’articolo 38 della Costituzione. Illuminanti, a tale riguardo, sono illuminanti le riflessioni operate dal professor Giuliano Amato, sulla legittimità dei tagli ai patronati nel suo parere ‘pro veritate’, consegnato, a suo tempo, al governo Monti”.

Secondo i patronati, “il dispositivo, così come costruito, preclude l’accesso alle somme destinate ai patronati per il rimborso dell’attività già svolta dal 2011 in poi, violando così il principio di legittimo affidamento della legge”. “L’ampiezza e le modalità dell’intervento finanziario sui patronati e, in particolare, l’abbattimento di somme di pagamento di attività già effettuata negli anni precedenti, rendono inevitabile la fine del ‘sistema patronati’ che, ricordiamo, ha assistito nell’ultimo anno 15 milioni di persone, per l’accesso ai diritti sociali”, hanno sottolineato.

“Abbiamo supportato gli enti previdenziali e il ministero degli Interni nel processo di riorganizzazione interna, che ha avuto come architrave la digitalizzazione dell’accesso alle prestazioni, facilitando – è stato ulteriormente rimarcato nella missiva – la canalizzazione delle domande e garantendo la coesione sociale in un momento di forte lacerazione, dovuto alla crisi economica”.

“Inoltre oggi il ‘sistema patronati’ gestisce circa il 90% dell’invio delle istanze telematiche – hanno rilevato i presidente dei patronati – in una nazione in cui il tasso di alfabetizzazione informatica è tra i più bassi nei Paesi occidentali. Per i cittadini all’estero, poi, rappresentiamo un punto di riferimento nel rapporto con enti e istituzioni italiani, impedendo che i nostri connazionali vengano lasciati soli, soprattutto oggi che i Consolati sono sottoposti a forti riduzioni di risorse e personale”.

“Ci preme segnalarle – hanno rammentato i numero uno di Cepa, Cipas e Copas – che il sistema patronati con la sua azione, in questi anni, ha contribuito significativamente alla politica di razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse pubbliche, dal momento che, con l’allargamento delle attività attribuite dal legislatore, ha permesso per lo Stato un risparmio annuo di oltre 657 milioni di euro, cioè di 564 milioni di euro per l’Inps, 63 milioni di euro per l’Inail e 30,7 milioni di euro per il ministero degli Interni”.

A parere dei patronati, “questa norma avrà un forte impatto sulle finanze pubbliche, in quanto i suddetti risparmi non saranno più garantiti, e sui cittadini, in termini di capacità di accesso alle prestazioni”. “Emergerà quindi la necessità – hanno affermato – di rivolgersi a intermediari a pagamento, dal momento che lo Stato non potrà più assicurare la gratuità dell’assistenza e della tutela, che ha affidato da quasi 100 anni ai patronati. Il rischio di gravare anche economicamente sulla parte più debole della popolazione, così provata dalla crisi, porterà alla creazione di uno Stato sociale per censo, in cui chi avrà le possibilità economiche per far valere i propri diritti si troverà in vantaggio rispetto a chi non le ha”.

“Inevitabilmente assisteremo – hanno infine concluso i rappresentanti dei patronati – a un acuirsi delle tensioni sociali per le quali Lei, più volte, ha dimostrato preoccupazione. Noi, e con noi tutti coloro che non hanno un approccio ideologico su questo tema, sappiamo che in questi anni abbiamo svolto un ruolo fondamentale sotto molteplici punti di vista, in favore della qualità della vita sociale dei cittadini. Siamo certi che lei potrà valutare attentamente le ragioni di costituzionalità e di merito che le abbiamo illustrato”.

Sindacati, iscritti in calo

La crisi economica in corso e la disoccupazione crescente hanno ridotto lo spazio di manovra dei sindacati. Ma non sembra abbiano allontanato i lavoratori dalle loro organizzazioni. Questo, almeno, scorrendo i dati ufficiali del tesseramento 2013 che Cgil, Cisl e Uil pubblicano on line sui rispettivi siti. La flessione che comunque si è registrata negli iscritti complessivi in questi ultimi anni infatti sembra aver investito, in proporzione, più il tradizionale ‘pattuglione’ dei pensionati che non i lavoratori attivi. La Cgil, difatti, che ha chiuso il 2013 con un ‘bilancio’ di 5 milioni 686.210 tessere, in calo complessivamente dello 0,46%, ha denunciato in particolare una discesa dello 0,26% tra i lavoratori a riposo e dello 0,68% tra gli attivi. Ridimensionamento più vistoso per la Cisl che nel 2013 ha perso l’1,59% degli iscritti di cui però il 2,40 è tra i pensionati, il 7% tra quelli speciali e solo lo 0,72% tra gli attivi. Vento in poppa invece per la Uil. Dai dati sul sito infatti, non sembra che il sindacato sia stato toccato né dalla crisi né dagli effetti devastanti della disoccupazione galoppante: gli attivi 2013 passano a 1 milione 345.323, +0,18; i pensionati salgono a 582 mila 147, con un incremento del 1,4%, e globalmente, calcolando anche gli ‘affiliati’ la Uil può rivendicare uno 0,46% in più di tessere.

L’impatto delle recessione che ha costretto migliaia di aziende a chiudere o a ristrutturare si coglie comunque in maniera più visibile se si analizza l’andamento del tesseramento nelle varie categorie produttive. Le più colpite sicuramente quelle relative all’industria e alle costruzioni: la Cgil in questo caso ha perso infatti l’1,55% tra i metalmeccanici della Fiom, il 3,52% tra i chimici e i tessili, e il 3,52% tra gli edili della Fillea. Settori questi duramente colpiti anche in Cisl che riscontra un -1,89% tra le tute blu della Fim, -3,66% nelle costruzioni e un -2,13% tra gli elettrici della Flaei. Numeri all’ingiù pure in casa Uil: se appare stabile il tesseramento dei metalmeccanici della Uilm, in grave affanno si configurano invece gli edili iscritti alla Fenal con – 4% e quelli che aderiscono alla Uiltec (tessili, energia e chimica) che si assottigliano del 9%. Nel complesso, dunque, il sindacato nonostante i problemi economici ‘tiene’. Il ‘peso’ di ciascuna organizzazioni confederale, comunque, potrà essere valutato in maniera più esatta solo con l’entrata in vigore, in ciascun rinnovo contrattuale, delle norme sulla rappresentanza sottoscritte con Confindustria nel maggio 2013 e rese operative dal regolamento firmato tra le parti del gennaio scorso.

Eurispes-Uila, aumenta il sommerso nei campi

L’Eurispes stima al 32% l’incidenza del sommerso in agricoltura nei primi sei mesi del 2014. Una cifra in aumento rispetto agli ultimi anni: 27,5% nel 2011, 29,5% nel 2012, 31,7% nel 2013. Il dato emerge dall’indagine ‘#sottoterra – Indagine sul lavoro sommerso in agricoltura’, realizzata dall’Eurispes e dalla Uila (Unione italiana lavori agroalimentari). Si tratta di una “immersione da sopravvivenza”, dell’apnea di una “economia anfibia” che potrà essere recuperata solo attraverso chiari segnali sul fronte della riduzione della pressione fiscale e di profondo cambiamento delle politiche del lavoro. “I dati della ricerca mostrano che il lavoro nero e irregolare rappresenta per l’Italia, molto più che per gli altri paesi europei, una realtà grave e di ampia dimensione con la quale il Paese deve fare i conti e deve farli in fretta”, ha commentato il segretario generale della Uila (Unione italiana lavori agroalimentari), Stefano Mantegazza. “Non possiamo permetterci di presentarci all’appuntamento di Expo 2015 – ha avvertito – con un’agricoltura che nel definirsi ‘di qualità’, nasconde dietro di sé un’incidenza di oltre il 30% di lavoro nero o irregolare. Occorre che governo e parlamento diano un segnale forte e chiaro in tal senso, trasformando in legge la proposta unitaria di Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil, che mira a realizzare una ‘rete del lavoro agricolo’ per promuovere e gestire l’incontro domanda-offerta di lavoro in un quadro di trasparenza e incentivazione per le imprese virtuose”. Come affiorato dal Censimento Istat dell’agricoltura del 2010, in 10 anni la forza lavoro nel settore agricolo è diminuita del 50,9%, a favore della manodopera salariata, passata dal 14,3% al 24,2%.

Le giornate/uomo mediamente lavorate risultano in rialzo: da 42,3 a 64,8 l’anno. L’Istat sottolinea anche una variabilità territoriale quanto a irregolarità occupazionale: il primo posto spetta al Mezzogiorno dove il tasso supera la soglia del 25% (Campania e Calabria in testa). Esemplare il caso della Puglia. Secondo la Direzione regionale del lavoro nel 2013 è risultata in nero la metà dei lavoratori delle aziende sottoposte ad ispezione; tra le aziende agricole la quota varia dal 70% nella zona del Salento al 54% nella provincia di Bari, al 40% in quella di Foggia. Le irregolarità riguardano nella gran parte dei casi anche il salario, che generalmente ammonta alla metà di quello previsto dai contratti. I settori in cui è più diffuso il lavoro sommerso (lavoro domestico, servizi di cura, costruzioni, agricoltura) sono anche quelli in cui è più elevata la presenza di lavoratori migranti. Il numero di cittadini stranieri occupati in agricoltura è in costante crescita rispetto al passato, per un totale pari a circa 42.000 unità in più rispetto al 2010 (Inea, 2012), e sono questi ultimi a rappresentare la quota più consistente dei lavoratori irregolari nel settore agricolo. La manodopera straniera mostra caratteristiche di stabilità della presenza, sebbene sia una tipologia di lavoro principalmente stagionale, caratterizzata da una forte mobilità. D’altra parte, se fino a poco tempo fa erano soprattutto gli immigrati a lavorare in condizione di vero e proprio sfruttamento nelle coltivazioni, adesso, come conseguenza della crisi economica, sono sempre più numerosi gli italiani costretti dalla disoccupazione a cercare un impiego nei campi.

Carlo Pareto

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