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Opinioni e commenti
 

Renzi, la Cgil e i paragoni impossibili con Craxi
Pubblicato il 03-11-2014


Non so voi. Ma ho come l’impressione che a Renzi il sindacato non piaccia. E non solo quando contesta in piazza le sue scelte e financo la sua persona. Ma anche quando vorrebbe discutere nel merito. E, per dirla tutta, è disposto a tollerare la protesta (salvo a non tenerla in alcun conto). Ma quello che proprio non sopporta è la concertazione. Da una parte bruscamente liquidata, invitando il sindacato (e, in particolare, la Cgil) a fare il suo mestiere e a non mettere becco sulle iniziative del governo. Dall’altra raffigurata, a uso e consumo del popolo renzista, come un rito pomposo e inutile ereditato dalla prima repubblica.

In questo ennesimo episodio di rottamazione del passato il Nostro tende a farne una caricatura a suo uso e consumo. Gli ricordiamo allora, in sintesi, che la concertazione è figlia della seconda repubblica assai più che della prima. E che a promuoverla furono quasi sempre i governi.

In realtà lo schema sognato dal premier – il governo che legifera, anche in materia di lavoro, senza interferenze, i sindacati che si occupano di contratti, le imprese libere di muoversi all’interno delle fabbriche- è esistito solo nel primo decennio postbellico. In un contesto, guarda caso, in cui il mercato del lavoro era più o meno uniforme e in cui la sinistra, politica e sindacale, era debole e sulla difensiva.

Negli anni sessanta e settanta, invece, la situazione si ribalta completamente. Per il radicale mutamento dei rapporti di forza, soprattutto nei luoghi di lavoro. Dove il salario viene percepito come una variabile indipendente; e da cui parte una contestazione, apparentemente irresistibile, del sistema fordista. A questo punto, chi ha drammaticamente necessità di concertare è il governo; e, con lui, le imprese. In quest’epoca, la “triplice” è, tra l’altro, il luogo deputato della mediazione; e sarà, in particolare, la Cgil, assieme al Pci di Berlinguer, ad impedire che le cose vadano fuori controllo.

Gli anni ottanta sono, invece, una fase di transizione. E, se sono meritevoli della nostra attenzione, è perché in questa transizione campeggiano la figura di Craxi e la vicenda della scala mobile.

A questo proposito si è registrato di recente, all’insegna della esaltazione del decisionismo, il tentativo di rappresentare Craxi come precursore di Renzi: all’insegna di un disegno politico-economico che metteva in soffitta la concertazione. A parere di chi scrive, si tratta di un atto di inutile piaggeria (anche perché non sollecitato…) nei confronti del premier. E non siamo affatto sicuri che al nostro Compagno scomparso gradirebbe di vedersi raffigurato- tra l’altro assieme a Berlusconi- come lo sfortunato annunciatore della nuova religione del “riformismo decisionista”. Di fatto, poi, questa raffigurazione non corrisponde alla realtà perché Craxi tentò fino all’ultimo l’accordo con la Cgil (accordo saltato per il veto del Pci) e, all’indomani del referendum si adoperò, con successo, per la ricucitura.

Ciò posto, è con gli anni Novanta che la concertazione assume la sua forma definitiva. E, a promuoverla, sono, ancora, i governi. Intendiamoci; il suo obbiettivo è corretto e condivisibile. L’“economia mondo” sta cambiando e ogni Paese sta attrezzandosi per rispondere alla sfida.

E però la sola Germania riuscirà a farlo in modo compiuto. Perché solamente in Germania la concertazione- il “discutere e decidere di tutti insieme”- acquisterà una sua dimensione compiuta.

In Italia, invece, tutto si ridurrà- sino a diventare rito- ad una serie di appuntamenti- tutti promossi da governi di vario colore- volti a ottenere l’assenso sindacale a questa o quella misura in cambio di impegni generici dei governi stessi su questioni di carattere generale. Appuntamenti che nascono sempre più dalla debolezza delle controparti: il governo sa di non essere in grado di procedere da solo verso misure di austerità; il sindacato, tutto il sindacato, tiene a essere interlocutore politico per compensare, in qualche modo, la sua crescente perdita di autorità e di rappresentabilità nei confronti e della controparte e della propria base. Un processo che, per inciso, contribuirà a dividere il sindacato stesso: da una parte Cisl e Uil sempre più “governative” (e sempre per debolezza); dall’altra una Cgil che diventerà, nel tempo, sempre più riluttante ad accettare le pozioni, sempre più amare, che le viene richiesto di inghiottire, senza essere in grado di tornare al suo ruolo tradizionale di contestazione sindacale (anche perché assunto da altri).

E, allora, è proprio la Cgil che potrebbe beneficiare, in definitiva, dell’ukase di Renzi: “Il governo governi e senza interferenze; il sindacato faccia il sindacato”. Ma, forse non solo la Cgil, ma tutto il movimento sindacale. Così chi condivide, nella sostanza il disegno renziano potrà dare un contributo al suo disegno riformista; mentre chi lo contesta nel fondo potrà dare capacità progettuale e autorevolezza al movimento antagonista. Chi vivrà vedrà.

Alberto Benzoni

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Commenti all'articolo
  1. In poche righe mi sembra ci sia un concentrato di cose assolutamente condivisibili, oltre che una ricostruzione storica che mi sembra ineccepibile.
    Grazie Compagno Benzoni: è sempre un piacere leggerti!

  2. Craxi era uomo di partito e fece di tutto per dare al sindacato una dimensione riformista grazie alla presenza dei socialisti. Renzi va oltre i partiti; il che andava bene quando i partiti erano “invasivi”, ma va meno bene in una società “liquida” come quella italiana oggi. Una società prigioniera del demagogo di turno. Senza ricostruire una società attorno ad idee, valori e interessi portanti non si va da nessuna parte.

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