giovedì, 21 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Fabrizio Manetti:
Le ragazze di Trieste
Pubblicato il 06-11-2014


E’ il 04/11/1918. Le truppe italiane entrano a Trento mentre la Marina , contemporaneamente, compie le operazioni di sbarco nella baia di Trieste. La Prima Guerra Mondiale è finita.  Alla fine dei quattro anni e sei mesi di conflitto si contarono quasi 10.000.000 di morti in combattimento a cui devono aggiungersi le morti causate, per conseguenza indiretta, dalla famosa influenza la cui esistenza venne portata alla luce dalla stampa della neutrale Spagna, e che perciò venne appunto detta “spagnola”.

Un tributo di sangue e sofferenza scaturito dall’esplosione di un conflitto che molti, se non tutti gli osservatori, tendevano ad escludere sia nelle ore precedenti la dichiarazione dello stato di belligeranza, sia negli anni precedenti alla guerra.

A questo proposito si ricordi che Norman Angell , non più tardi di circa  tre anni prima, aveva predetto l’impossibilità di un conflitto causa lo sconquasso del credito internazionale che sarebbe inevitabilmente derivato dall’evento bellico. In alternativa, sosteneva l’autore, le ostilità sarebbero presto cessate proprio grazie all’interdipendenza economica. Questa visione venne condivisa da tutti e la situazione, in effetti, induceva all’ottimismo.

Il Vecchio Continente si era ormai lasciato alle spalle un ventennio di recessione quale fu quello che va dal 1879 al 1893, e le cui turbolenze vennero causate dai fallimenti di due banche una austriaca, l’altra italiana. La scoperta di nuove materie prime facilmente estraibili, lo sviluppo di settori tradizionali dell’industria , l’inizio della creazione di nuovi prodotti soprattutto nel settore meccanico, la scoperta di nuovi giacimenti aurei in Sud Africa erano tutte cose che facilitavano una ripresa del credito e dell’economia di produzione. A questa favorevole congiuntura produttiva rispondeva un boom demografico che fece salire la domanda interna dei singoli Stati e che incentivò l’emigrazione specie verso il Nuovo Mondo. E’ stato calcolato che dal 1880 al 1910 ventisei milioni di europei partirono per l’America del Nord e del Sud, con l’aumento di richiesta dei bei di consumo anche in quelle terre. La necessità di raggiungere le nuove realtà aveva  portato ad una nuova rivoluzioni dei trasporti con il risultato che già nel 1893 le navi a vapore superarono per tonnellaggio i velieri. La ferrovia già ampliamente diffusa ad Ovest varcò i confini orientali guardando ad Est ed in particolare alla Russia determinando un inglobamento di questa immensa regione con le sue preziose risorse nell’economie mondiali ed aprendo scenari di investimento in India (tessile)  ed in Malesia (caucciù)  terre di nuovo interessanti per l’investimento.  Tutte queste situazioni “divoravano” i capitali europei alla massima velocità consentita all’epoca per lo  spostamento del credito .

Su questo scenario ottimale si abbatterono come lampi di un temporale i colpi di pistola esplosi da Gallup Princip a Sarajevo.   Essi riassumevano da un lato la sottovalutazione di un militarismo autoreferenziale, divenuto però strumento per appropriarsi prima degli altri di nuove aree da sfruttare economicamente. A ciò vanno aggiunti i troppi conti in sospeso con i vari irredentismi sparsi in Europa, ormai pronti ad essere sobillati dalla corrente di pensiero nazionalista la cui essenza può essere riassunta nell’affermazione dell’entità nazionale da far coincidere con lo Stato. Ad ogni “nazione” quindi il suo  ” Stato” e , conseguentemente,ad ogni ” Stato” la sua ” Nazione” evidenziando come i due concetti siano – e sono – due cose diverse e non sempre corrispondenti.

Si aggiunga inoltre un altro fattore da più parti sottolineato  quale quello dell’assenza di stabili relazioni internazionali fra i popoli. Chiusa infatti la Prima Internazionale (1876) i contatti fra gli Stati – più che fra i popoli/nazione – erano relegati alle Rappresentanze Ufficiali degli Ambasciatori e dei Consoli sempre strettamente controllati dai rispettivi esecutivi e quindi strumento della loro politica non soltanto nella fase – a tratti positiva – dell’espansione economica, ma anche –  ed in certi momenti soprattutto – in quella non certo  idilliaca tutta incentrata sul trinomio militarismo-nazionalismo-colonialismo.

Non migliore era la situazione all’interno dell’altra istituzione internazionale la Chiesa Cattolica con un Papa, Pio X, prigioniero volontario in Vaticano ed eccessivamente geloso e critico verso i suoi liberali, i protestanti.

Militarismo e Nazionalismo come interpreti di una politica coloniale e di sola rivendicazione statuale,furono fra le cause – se non le cause-dello scatenarsi di una tragedia immane che incendiò l’Europa con propaggini ed effetti anche in altre parti del mondo e che gettò le basi di quello che 21 anni dopo sarebbe stato il Secondo conflitto mondiale.

A 100 anni esatti dal suo inizio restano tangibili gli effetti di quel terribile episodio che fu la Prima Guerra Mondiale. Lo sono nelle tombe dei Cimitei Monumentali, nelle pietre e nelle lapidi recanti liste di nomi infinite  presenti in ogni Comunità dell’Europa allora belligerante, nei Giardini a Parchi della memoria dove ogni albero rappresenta un Caduto di una collettività, nei Cippi o Monumenti commemorativi, nei resti umani che, anche oggi, riaffiorano dai campi di battaglia, nelle foto ingiallite conservate negli album di famiglia, nel ricordo del parente morto in battaglia o della zia che non si seppe staccare dal ricordo del promesso sposo caduto o disperso al fronte e che mai si sposò.

Ma la cosa più triste è la consapevolezza che, ad un secolo di distanza, nessuno, nemmeno gli addetti ai lavori abbiano saputo rispondere ad una semplice domanda : ma tutto ciò era necessario oppure evitabile ?

Fabrizio Manetti

 

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