mercoledì, 13 dicembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Scrive Nicola Olanda:
l’interpretazione etico-sociale e scientifica del Lavoro
Pubblicato il 06-11-2014


Carissimo Mauro,

non sono né un’economista né un giuslavorista ma un semplice perito industriale che per 47 anni ha svolto la sua professione in Italia e all’estero, per cui mi giustificherai qualche semplificazione o imprecisione.
La Carta dei Diritti dell’uomo e la nostra Costituzione fanno coincidere la dignità dell’uomo con il suo diritto al lavoro. Tutelare questo diritto significa sancire anche la difesa di tutta una serie di principi legati al concetto di libertà di cui non deve essere privato un cittadino. A questo valore inviolabile della dignità dell’uomo si ispira la prima parte della nostra Costituzione e per sancirlo l’afferma nella sua apertura dichiarando che la nostra Repubblica è fondata sul Lavoro.
Se le fondamenta della Repubblica sono rappresentate dal Lavoro, ne discendono, per la sua credibilità, dei diritti e dei doveri che lo Stato, nelle rappresentanze politiche, istituzionali, economiche e sociali che lo compongono, deve rendere operanti.

E’ dai risultati che si raggiungono attraverso la creatività, l’ingegno e l’operosità delle risorse umane ed economiche che vengono impegnate nel lavoro, che si origina e si misura la ricchezza di una società. Non è ammissibile che uno Stato, attraverso le sue Istituzioni e le famiglie, si adoperi prima ad incitare i giovani nell’acquisizione della conoscenza e nella pratica del dovere e poi al termine del loro ciclo educativo viene meno ai suoi doveri per non essere in grado di fornire loro delle opportunità per un’attività lavorativa che consenta loro un percorso di autonomia per crearsi e mantenere una famiglia. Non è ammissibile che la disoccupazione colpisca oltre il 40% dei giovani pregiudicando in tal modo il futuro di un’intera generazione Non è ammissibile che un padre ed una madre per la perdita del posto di lavoro, oltre alla difficoltà del reintegro, debbano perdere la loro dignità di fronte ai loro figli per l’impotenza nel sopperire alla loro alimentazione, salute ed educazione. E non è ammissibile che questi figli debbano soggiacere alla sofferenza delle disuguaglianze sociali e sentirsi di conseguenza discriminati o umiliati di fronte ai loro coetanei per l’indigenza in cui si trovano le loro famiglie. Oggi nella soglia della povertà soffrono 10 milioni di cittadini e altrettanti si trovano prossimi alla soglia dell’indigenza. E potrei continuare a enumerare le tante ingiustizie ed iniquità che sono determinate dalla mancanza di un lavoro.
Il grado di civiltà di uno Stato si misura pertanto sulla testimonianza che esprime concretamente nel provvedere a garantire il futuro e il benessere della propria comunità.
A questo punto diventa spontaneo chiedersi come creare Lavoro e da quali fonti attingere per alimentarlo.

La risposta non può essere formulata senza ancorarla preliminarmente ad una elaborazione e rappresentazione scientifica della creazione del Lavoro.
Per farlo, associo la creazione del Lavoro al concetto di “Processo” che nella sua definizione viene espresso come un sistema che operando su delle componenti d’ingresso (imput) le trasforma con una serie di attività in delle uscite (output) che, ad esempio, possono essere dei prodotti manifatturieri.
Per rappresentare la Creazione di Lavoro in termini macroeconomici lo associo al “Processo” che determina il PIL nazionale (Prodotto interno lordo).
Se analizziamo gli ingressi del “Processo del PIL” ci rendiamo conto come essi rappresentano realmente le “Fonti” potenziali su cui intervenire per alimentare la creazione di lavoro.
Elenco queste Fonti principali che possono servire anche da stimolo per individuare interventi propositivi:
1. RISORSE ECONOMICHE:
• Pubbliche derivanti dalla fiscalità, dall’emissione di Titoli di stato, da interessi su partecipate e cespiti vari dello Stato per essere:
– destinate al Welfare
– destinate alle Attività operative e amministrative degli Organi istituzionali centrali e decentrati, degli Apparati e Strutture dei vari Ministeri
– destinate agli Investimenti per Opere pubbliche
– destinate alla Ricerca scientifica
• Private “legali” provenienti dal sistema bancario e imprenditoriale per essere:
– destinate ad attività produttive, servizi, ricerca ed innovazione tecnologica
– destinate ad attività finanziarie
• Riciclaggio nel sistema economico e finanziario di Risorse “illegali” derivanti dalle attività della malavita organizzata che è stimata in 150 miliardi (droga, prostituzione, rifiuti, corruzione, pizzo, usura, contrabbando)
• Riciclaggio nel sistema economico e finanziario di Risorse “illegali” derivanti dall’evasione fiscale e contributiva che è stimata in 120 miliardi
2. RISORSE UMANE
• Imprenditoriali
• Artigiani
• Liberi Professionisti
• Dipendenti pubblici di ogni livello e grado di appartenenza
• Dipendenti privati di ogni livello e grado di appartenenza
3. CONOSCENZE E TECNOLOGIE ( Know-how per le attività produttive )
4. DOMANDA (dal Mercato interno e internazionale)
• di prodotti manifatturieri
• di beni di consumo
• di Servizi pubblici e privati

Queste Fonti, attraverso le attività sviluppate ed esercitate dalle Imprese e dalle Strutture pubbliche e private, trasformano le Fonti di alimentazione in
• Prodotti (materiali e immateriali)
• Servizi pubblici e privati
• Infrastrutture pubbliche e private
• Prodotti finanziari
Attualmente per l’Italia, il valore economico del PIL è di 1600 miliardi di Euro di cui il 50% , pari a 800 Miliardi di Euro, sono destinati a coprire le spese dell’Amministrazione Pubblica dello Stato. Questo finanziamento di 800 Miliardi lo Stato lo ricava da un pesante prelievo fiscale e dall’emissione di Titoli di Stato (Bot, Btp,etc.).

Attualmente il debito dello Stato è di 2200 miliardi di Euro equivalente al 133 % del PIL e gli interessi che deve pagare annualmente sono ormai vicini ai 90 Miliardi. Per non perdere la nostra limitata sovranità nazionale e non farci commissariare dall’Europa, gli ultimi governi con la ratifica del Parlamento hanno dovuto sottoscrivere il cosiddetto “Fiscal compact” che ci impegna nel giro di 20 anni a ridurre l’incidenza del debito del PIL dal 133% al 60%. Ciò significa che ogni anno, e per 20 anni, dovremmo ridurre la spesa pubblica di oltre 50 miliardi. Per ungere il cappio il Parlamento non ha pensato di meglio che inserire come vincolo nella Costituzione anche il pareggio del bilancio statale. Le stime dei principali istituti di previsione internazionale stimano per il 2015 una crescita del nostro PIL non superiore allo 0,5%. Considerando che la legge finanziaria ha impegnato 11 miliardi in deficit, il debito pubblico è matematicamente destinato ad aumentare.

Con questi vincoli e questo enorme debito, l’Italia si trova come chiusa in una gabbia e con la minaccia di essere sanzionata o addirittura commissariata se non rispetta i parametri di bilancio europei.
Se si è deciso di far parte della Comunità Europea l’impegno deve essere quello di contribuire a migliorare o cambiare le regole anziché non rispettarle, dato che quelle attuali si sono dimostrate fallimentari e, anziché agevolare la crescita, hanno innescato la recessione nella UE unita alla deflazione nel nostro Paese.
Dobbiamo avere presente che da soli senza l’Europa non possiamo salvarci. Ma occorre impegnarsi per un’Europa più solidale e governata con regole e disponibilità di Risorse economiche che rendano credibili gli obiettivi e gli ideali per cui è stata concepita dai padri fondatori.
E’ giusto rivendicare nei confronti della UE che gli investimenti pubblici non vengano considerati nel calcolo del superamento del deficit del 3%, ma è altrettanto doveroso che da parte nostra andiamo a reperire le Risorse economiche dall’evasione fiscale e contributiva, dalle attività della malavita, della corruzione, degli sprechi, dal taglio dei rami secchi e dal recupero dell’efficienza dell’Amministrazione pubblica, dall’attuazione reale delle Riforme del fisco, della burocrazia, della giustizia, delle Istituzioni, etc).
Ho ritenuto un obbligo evidenziare le cifre ed i vincoli esposti, altrimenti senza un’analisi mirata degli interventi, diventa artificioso e demagogico parlare di Risorse da destinare agli Investimenti per la Crescita e alla copertura degli ammortizzatori sociali. Questi ultimi, nella Riforma del mondo Lavoro (Job Acts), dovrebbero supportare la flessibilità del lavoro con un reddito minimo garantito nella fase di transizione dalla perdita del posto di lavoro ad una nuova occupazione (politica attiva del lavoro rispetto a quella passiva dell’attuale fondata sulla cassa integrazione). In proposito, nel progetto del nostro compagno Biagi è stata adottata solo la prima parte relativa alla flessibilità mentre non è stata finanziata la seconda parte che prevedeva le risorse per gli ammortizzatori sociali per accompagnare la flessibilità. Il risultato è stato che la flessibilità si è tramutata in precarietà gestita da circa 40 forme di contratto. La stessa sorte, senza la copertura delle risorse necessarie, potrebbe prefigurarsi anche per il Job Acts che, a fronte della valutazione di c/a 15-20 miliardi/anno per compendiare la flessibilità (la flex security), ne sta destinando solo1,5 miliardi. (la sola cassa integrazione in deroga ha previsto 3,5 miliardi per il 2014).
Se i numeri, come la matematica, non sono un’opinione lo è invece la scienza economica che pone a confronto varie teorie e di conseguenza diverse ricette economiche per superare questa crisi epocale.
È a questo punto che interviene il ruolo della Politica e all’interno di essa il ruolo delle diverse Culture politiche nel ricercare il consenso dei cittadini sulle soluzioni e le Scelte da proporre e sulle Risorse da impiegare per affrontare la crisi.
Delle responsabilità della situazione di grave crisi in cui è precipitato il Paese nessuna componente politica e sociale può dichiararsi estranea, per cui il dibattito sterile della ricerca delle colpe occorre sostituirlo con quello costruttivo delle soluzioni.

Dopo la guerra, per la ricostruzione del Paese fu necessario vestirsi di un grande spirito di coesione e solidarietà nazionale. E’ indispensabile riscoprire quella virtù in sostituzione della ricerca del nemico di turno con cui scontrarsi, per consentire alle forze di progresso di sconfiggere le forze della conservazione che si oppongono al cambiamento. Il significato di Partito deriva da “parte” . Occorre che in questo processo per il cambiamento non ci si dimentichi che i Socialisti non possono rinunciare al ruolo fondamentale ricoperto nella loro storia che è stato e che deve continuare ad essere quello di stare sempre dalla “parte” dei più deboli. Il PD aderendo al PSE e che per bocca della sua vice segretario Serracchiani si dichiara liberal socialista, deve essere conseguente nella prosecuzione di questa storia. Ci aspettiamo, fiduciosi, atti e testimonianze concrete che ne confermino la reale e sincera adesione.

Ringraziandoti per l’ospitalità ti invio un saluto fraterno assieme a tutti i cari compagni che con passione e qualche sofferenza partecipano alla lettura e al dibattito sul nostro Giornale.

Nicola Olanda

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Commenti all'articolo
  1. Comunque il reddito garantito non lo vogliono mettere perché non sanno come fare a far rientrare nel mondo del lavoro tutte quelle persone che lo hanno perso o non c’è l’anno e quindi. Perchè l’immissione del reddito garantisce, non solo di poter vivere con dignità ma anche per altre cose, tipo, accedere ad un mutuo se uno perde il lavoro comunque a sempre una copertura per far fronte agli impegni presi, economico, si spende di più e ci saranno meno licenziamenti e più assunzioni, perché una sicurezza di un qualcosa anche se non è come uno stipendio e pur sempre una garanzia e porterà i suoi benefici.Io la vedi cosi.

  2. Ottima analisi corredata di dati reali che aiutano a capire le linee giuste e i provvedimenti necessari. Cioè il Jobs Act è un titolo vuoto di risorse adeguate, conseguentemente destinato a non dare risposte ai lavoratori destinatari. Penso che il lavoro va creato anche con interventi diretti della P.A. specie in un periodo di grave crisi e non affidarsi soltanto alla buona volontà degli imprenditori con sgravi fiscali (IRAP) non vincolati agli investimenti alla nuova occupazione.

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