sabato, 23 settembre 2017
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Opinioni e commenti
 

UE, SEI POLITICO PER L’ITALIA
Pubblicato il 28-11-2014


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La Commissione chiude un occhio e l’Italia passa con riserva. Ma è necessario che “da qui a marzo le cose avanzino. La Commissione non esiterà a prendersi le sue responsabilità”. È quanto afferma il commissario Ue per gli affari economici, Pierre Moscovici, riferendosi a Italia, Francia e Belgio, i tre paesi della zona euro che sono stati rimandati a marzo per garantire che le leggi di stabilità siano in linea con il Patto di stabilità e crescita. L’Italia “ha realizzato alcuni progressi per quanto riguarda la parte strutturale delle raccomandazioni fiscali diffuse dal Consiglio nel quadro del semestre europeo 2014”, ma il governo deve “compiere ulteriori progressi”. Insomma si tratta di una promozione politica ma di una bocciatura economica. Una sorta di pacca sulle spalle con incoraggiamento per invitare il governo a operare ancora e meglio. Un premio alla buona volontà visto che i risultati ci sono ma non sono ancora del tutto soddisfacenti.

A spingere la Commissione europea ad assumere un atteggiamento morbido anche la necessità di non smuovere troppo i delicati equilibri politici. Juncker è stato eletto presidente anche con i voti del Pse di cui il Pd a guida Renzi è il socio di maggioranza. Da non sottovalutare poi le conseguenze “dell’archiviazione”, in modo positivo per Juncker, del caso LuxLeaks con i contributo fondamentale del voti del Pse nella plenaria del parlamento europeo. Una convergenza importate che il presidente della Commissione vuole usare politicamente a suo favore.

Il commissario all’economia Pierre Moscovici ha spiegato la decisione, affermando che “la Commissione Ue applica scrupolosamente le regole ma ha deciso di non precipitare” decisioni che “sarebbero potute essere contestate”. E concedere più tempo a Italia, Francia e Belgio ha “per noi un senso politico ed economico”. Moscovici ha poi detto che con il governo italiano la Commissione europea ha in corso “un processo di dialogo costruttivo”. L’Italia ha già fatto qualche progresso rispetto alle richieste di riforme per la riduzione del deficit strutturale, ma “riteniamo che qualche piccolo sforzo in più possa e debba essere chiesto” anche in un contesto di difficoltà economiche. “Riconosciamo che l’Italia affronta circostanze economiche sfavorevoli – ha osservato ancora Moscovici legge di stabilità – e in particolare un ‘output gap’ negativo di oltre il 4% del Pil”. In questo contesto, ha aggiunto, “il piano preliminare di bilancio per il 2015 è un po’ limitato rispetto a quanto richiesto”. Ecco perché Bruxelles chiede all’Italia di “mettere in campo progressi sufficienti verso l’obiettivo di medio termine e per migliorare il bilancio strutturale del 2015”. Sul debito, in particolare, “l’esigenza è marcata”, anche se “riconosciamo che rispettare pienamente i criteri del patto potrebbe essere molto difficile. Ci sono ancora incertezze in questa fase”.

La decisione della Commissione è accolta in Italia dalle parole del Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: “La Ue dirà che ci sono circostanze eccezionali negative in termini di profonda recessione per il Paese ma anche in termini positivi come l’agenda delle riforme strutturali. Tutto ciò fa sì che il Paese con un alto debito ha la possibilità di mettere in moto un meccanismo virtuoso”. Parole in cui si legge appunto il senso del doppio binario su cui viaggia la decisione della commissione.

Ma sul fronte economico arriva anche un altro dato. Non positivo purtroppo. Quello sulla disoccupazione. L’Istat certifica infatti che il tasso di disoccupazione a ottobre è balzato al 13,2%, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 1 punto rispetto ai livelli raggiunti un anno prima. Si tratta del record storico, sia considerando l’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004), sia quelle trimestrali (1977). E ancora, sempre a ottobre, l’Istat rivela che gli occupati, pari a 22,3 milioni, sono scesi rispetto a settembre di 55 mila unità (stabili su base annua). In aumento i disoccupati a 3,4 milioni: in un mese – ossia a ottobre 2014 rispetto a settembre dello stesso anno – sono 90 mila unità in più (+2,7%) mentre rispetto a ottobre 2014 sono incrementati di 286 mila unità. Nel terzo trimestre 2014 torna invece a crescere il numero di occupati (+0,5%) sui dodici mesi, 122 mila unità in più. Un dato dovuto a un nuovo aumento nel Nord (+0,4%, pari a 47.000 unità) e nel Centro (+2,1%, pari a 98.000 occupati) e al rallentamento della caduta nel Mezzogiorno (-0,4%, pari a -23.000 unità). Per i presidente del Consiglio sono dati che preoccupano. “Ma il dato degli occupati – ha detto – in realtà sta crescendo. In Italia più persone lavorano rispetto a quando” si è insediato il governo ma “per riuscire a recuperare c’è ancora tanto da fare. Abbiamo perso un milione di posti di lavoro in sei anni. Ci vuole tempo per recuperare. Intanto abbiamo oltre centomila nuovi assunti perché ci sono aziende che vanno avanti”.

Dello stesso tenore le parole del sottosegretario alla presidenza Graziano Delrio per il quale “le chiacchiere stanno a zero, i posti di lavoro aumentano. I dati trimestrali diffusi dall’Istat – ha osservato – dicono che nel terzo trimestre 2014 torna a crescere il numero di occupati, con un aumento dello 0,5% rispetto allo scorso anno, che equivale a 122.000 posti di lavoro in più. Ovviamente non basta, c’è ancora molto lavoro da fare, però è la conferma che siamo sulla strada giusta”.

Intanto prosegue il cammino della Legge di stabilità che oggi si trova davanti un ostacolo in meno con i deputati della minoranza del Pd, che dopo non aver votato per il Jobs Act, voteranno invece a favore della legge di stabilità alla Camera. Evidentemente si sono spaventati delle possibili conseguenze del proprio voto.

Intanto è stato approvato in Commissione Bilancio, alla Legge di stabilità, un emendamento il cui primo firmatario è il capogruppo socialista alla Camera, Marco Di Lello. “Una vessazione in meno per i professionisti che lavorano con lo Stato. Niente split payment per chi vende allo Stato servizi di natura intellettuale, anche se – spiega Di Lello – non sono iscritti ad un albo professionale. La stretta sui cosiddetti ‘split payment’, cioè i versamenti Iva nell’ambito degli acquisti della pubblica amministrazione, per questi prestatori d’opera produceva sostanzialmente solo danni e nessun beneficio percettibile, tant’è che da questa correzione non derivano oneri alle casse dello Stato perché comunque le prestazioni professionali hanno già una chiara e univoca identificazione sotto il profilo fiscale. Ma un’altra considerazione alla fine ha sciolto qualunque altro dubbio: in una situazione di crisi come quella in cui ci troviamo, lo ‘split payment’ avrebbe solo aggravato il peso dei balzelli a carico dei professionisti, che si sarebbero sì trovati ad avere subito un consistente credito d’imposta, ma esigibile – conclude l’esponente socialista – soltanto dopo parecchio tempo”.

Ginevra Matiz

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