ONU-Palestina, affondata
richiesta di ritiro israeliano

Palestina_bandiera_anpÈ naufragata nella notte la risoluzione palestinese per la fine dell’occupazione israeliana in Cisgiordania entro tre anni. Il Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite ha respinto una risoluzione presentata formalmente, a nome della Lega Araba, dalla Giordania che prescriveva il ritiro dell’esercito israeliano dai Territori Occupati nei confini pre-guerra del ’67, compresa Gerusalemme est (vedi cartina in fondo all’articolo).

Il documento, che l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) aveva insistito perchè fosse messo ai voti entro l’anno, ha raccolto solo 8 sì, uno in meno del minimo di nove necessario per l’adozione. Due i voti contrari (Stati Uniti e Australia) e cinque le astensioni. Cina, Russia e Francia, membri permanenti con diritto di veto, hanno votato a favore mentre la Gran Bretagna si è astenuta.

Protesta l’ANP, soddisfatto il governo israeliano, tira un sospiro di sollievo l’Amministrazione Obama che, se la risoluzione fosse stata approvata, aveva già fatto sapere che avrebbe fatto uso del suo diritto di veto per bloccarla, ma si sarebbe trovata in grande imbarazzo.

“Tutti gli israeliani che vogliono la pace con i vicini non possono che essere soddisfatti del risultato di questo voto”, ha dichiarato soddisfatto alla radio il vice ministro degli esteri israeliano Tzahi Hanegbi mentre l’ambasciatore al Palazzo di Vetro ha detto che “il voto dimostra ai palestinesi che non possono creare lo Stato da soli, forzando la mano”.

A Tzahi Hanegbi ha risposto il negoziatore-capo palestinese, Saeb Erekat, parlando di “sconfitta per la legge internazionale”. Erekat ha inoltre annunciato che nei prossimi mesi avrebbe avuto luogo un nuovo “tentativo con il Consiglio di Sicurezza”, dopo il prossimo rinnovo dei cinque membri non permanenti (Ciad, Nigeria, Cile, Lituania e Arabia Saudita subentreranno a Argentina, Australia, Lussemburgo, Corea del Sud e Ruanda). E se anche in questo caso la proposta dovesse essere rigettata i palestinesi vogliono rivolgersi direttamente alla Corte penale internazionale (Cpi) per accusare Israele di continui e reiterati “crimini di guerra”.

La Russia, attraverso il proprio ambasciatore al Palazzo di Vetro, Vitaly Churkin, ha definito il voto all’Onu come un “errore strategico” di cui “la Federazione russa si rammarica”.

All’origine della bocciatura del documento c’è anche l’irrigidimento della posizione palestinese che aveva reso più duro il testo rispetto alla versione originale inserendo una scadenza temporale di un anno per concludere i negoziati di pace e assegnando a Gerusalemme il ruolo di “Città Santa capitale” del nuovo Stato palestinese, rispetto alla formula di “capitale condivisa”.

La ragione di questo apparentemente incomprensibile irrigidimento, sarebbe da ricercare nella volontà palestinese di non costringere gli Usa a far uso del loro diritto di veto. Washington è un alleato storico di Israele, dove tra poco si terranno le elezioni politiche. Una crisi diplomatica provocata da un mancato aiuto americano, avrebbe avuto ripercussioni pesanti sulla campagna elettorale, forse favorendo l’ala più intransigente del blocco di centrodestra guidato oggi dal ‘falco’ Benjamin Nethanyhau. Abu Mazen ha quindi fatto una capriola diplomatica, irrigidendo le condizioni del documento per perdere volontariamente il possibile sostegno degli astenuti. Insomma sembrerebbe un harakiri strategico per superare l’appuntamento elettorale israeliano (17 marzo) prima di riproporre al nuovo governo, che spera sia migliore di quello di Nethanyhau, la questione dei negoziati e del ritiro dalla Cisgiordania.

Stando al Washington Post, il segretario di Stato Usa, John Kerry avrebbe fatto pressione su leader e ministri degli Esteri di almeno 13 Paesi, per arrivare alla bocciatura, esprimendo la preoccupazione di Washington riguardo alla risoluzione presentata da Amman. Il testo, secondo Kerry, avrebbe rischiato di inasprire le tensioni e il conflitto tra Israele e Palestina.

Comunque, come ha ricordato il negoziatore al palazzo di Vetro, ai palestinesi resta l’opzione di accedere alla Corte Penale Internazionale (un passo compiuto ufficialmente subito dopo il voto all’Onu, ndr) una possibilità che gli è stata riconosciuta quando l’Assemblea Generale, due anni fa, ha promosso la Palestina “Stato osservatore non membro”, uno strumento di pressione sul governo israeliano utile anche per ricordare all’opinione pubblica internazionale la condizione del popolo palestinese.
Il quadro resta comunque assai complesso e molti dubitano ormai apertamente che, anche in presenza di un’autentica buona volontà da ambo le parti, si riesca a risolvere il pluridecennale conflitto. A illustrare questa visione l’ambasciatore francese Francois Delattre: “La soluzione dei due Stati sta diventando un miraggio: gli insediamenti illegali da parte di Israele stanno minando la possibilità di creare uno Stato palestinese”.

L'occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del '49, i territori dell'ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade principali.

L’occupazione israeliana in Cisgiordania e Gaza, con la linea di confine del ’49, i territori dell’ANP con le zone e gli insediamenti sotto contrrollo israeliano, il Muro e le strade principali.

Non è un caso difatti se tutti i governi che si sono succeduti nel corso degli ultimi decenni abbiano ostinatamente perseguito la strada della colonizzazione dei Territori Occupati, vedi cartina qui a fianco, (unica eccezione il ritiro e lo smantellamento degli insediamenti di Gaza, soprattutto però perché costosi da proteggere, ndr), un modo per mantenere e allargare l’occupazione militare delle terre palestinesi e al contempo per inaridire la volontà della controparte di trovare una soluzione pacifica.

In questo quadro si inseriscono le prese di posizione di diversi Parlamenti dell’UE, compreso quello di Strasburgo, per il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un modo per spingere il governo israeliano a cambiare rotta – vedi anche l’appello promosso da un gruppo di intellettuali israeliani – visto che fino a oggi la neutralità diplomatica dell’Europa non è servita a migliorare le prospettive di una soluzione pacifica.

Carlo Correr

Cisgiordania_Gaza_cartina_storica

Parole, parole, parole

Questo era il mio primo commento a Renzi. Non ne trovo un altro per giudicare la conferenza stampa di fine anno. Ormai lo conosciamo non solo per le parole, ma anche per i fatti. E se le parole sono aumentate enormemente i fatti sono pochi e sbagliati.

I lettori del Corriere della Sera gli hanno tributato il 39 per cento di approvazione e il 61 per cento di “no”.

La mia opinione è che il governo non goda di un grande consenso perché, appunto, non fa le cose di cui il Paese ha bisogno, fa cose che sono contro i lavoratori (il job’s act) o cose fuori della realtà drammatica dell’Italia, come la riforma del bicameralismo, trascurando i problemi reali.

È un grande affabulatore: trova le rispose azzeccate, ha una memoria di ferro, ha un eloquio fluente ed accattivante. Lo ascoltavo ed ero preso dalla chiarezza e dalla precisione. “Altro che Moro” – ha commentato mia moglie – “che parlava per non farsi capire: mi spezzo, ma non mi spiego”.

Già! Ma Moro, in condizioni diversissime, perseguiva un grande disegno che doveva rimanere “ascoso” e svolgersi quasi inavvertitamente: le “convergenze parallele” o, per capirci, l’allargamento dell’area della maggioranza democratica (cristiana?). Gli riuscì con i socialisti. Tentò di completare l’operazione con il PCI di Berlinguer con il governo della “non sfiducia”di Andreotti del 1976 che godeva dell’astensione “contrattata”del PCI. Fu rapito due anni dopo, il giorno in cui si stava compiendo la fase cruciale dell’operazione e cioè il primo passo dell’ingresso del PCI nel governo attraverso “uomini di paglia” molto vicini ai comunisti. Insomma Moro mirava con l’allargamento cauto (“si non caste caute”) dell’area occidentale alla grande forza comunista indebolendo quindi la “minaccia” sovietica.

La politica (con la “p” maiuscola) è questo: progetto, visione, anche un pizzico di utopia (“madre del vero”).

In Renzi non c’è nulla di tutto ciò. Per capire Moro bisognava interpretarlo, per capire Renzi basta starlo a sentire: ti ritrovi con la bocca aperta, ma in definitiva asciutta. A me piacciono gli uomini come Mitterrand: un grande disegno tessuto di cose e di compromessi.

Io non sono un sognatore, sono un cittadino di sinistra, un socialista, uno di quel 46 per cento e più che non vota e uno (dei pochi) che vede il pericolo di una deriva reazionaria dietro l’angolo.

Giuseppe Tamburrano
dal blog della Fondazione Nenni

Nuova Consonanza,
il festival delle sfide
tra prestigio e periferia

Nuova ConsonanzaSi è conclusa da qualche giorno a Roma, la 51° edizione del Festival di Nuova Consonanza, una delle più importanti manifestazioni di musica contemporanea in Italia. Avanti! ha incontrato il Maestro Fausto Sebastiani, Presidente di Nuova Consonanza, in occasione del concerto di chiusura del Festival, il 15 dicembre scorso.

Maestro Sebastiani, siete giunti alla conclusione anche di questa 51° edizione del Festival di Nuova Consonanza. Può raccontarci come è andata?

Questa edizione, appena conclusasi, segue i festeggiamenti dello scorso anno per la 50° edizione e segna indubbiamente l’inizio di un nuovo periodo di Nuova Consonanza. Abbiamo voluto cominciare un nuovo ciclo facendo una sorta di tabula rasa di quello che si era fatto fino allo scorso anno, a cominciare dalla decisione di non dare un titolo al Festival. Nella 49° e nella 50° edizione abbiamo cercato in tutti i modi di programmare compositori soci fondatori, anche per questo, per esempio, per la 50° edizione il titolo è stato Fondamenta. Quest’anno questo tipo di programmazione si era in qualche modo conclusa e si cercava qualcosa di nuovo. Il festival di quest’anno è stato un festival molto più eclettico, ma che ha seguito due grandi traiettorie: uno sguardo verso l’estero – che a Nuova Consonanza non è mai mancato e che io ho cercato di portare avanti in questi sei anni di presidenza – e un’attenzione particolare alla scrittura della musica contemporanea con l’ausilio dell’elettronica. Quest’ultimo aspetto si può individuare soprattutto in tre concerti solistici, quello con Daniele Roccato (contrabbasso ed elettronica), con Francesco d’Orazio (violino ed elettronica) e con Francesco Gesualdi (fisarmonica ed elettronica). Hanno visto l’impiego delle nuove tecnologie anche altri concerti, l’omaggio ai settant’anni di James Dashow per esempio, dove sono state presentate opere per solisti ed elettronica, ma sempre nella cornice di omaggio al compositore; o ancora Il viaggio, a cura di Daniele del Monaco, dove è stato impiegato un set di 3-4 percussionisti ed elettronica; e il concerto dell’Edison Studio che ha presentato dal vivo una bellissima sonorizzazione di un capolavoro della cinematografia, Das Cabinet des Dr. Caligari.
Diciamo quindi che il bilancio di quest’edizione è senz’altro positivo. La sfida di Nuova Consonanza – e la sfida si sta facendo sempre più ardua per come si stanno definendo ultimamente le cose – è oggi riuscire a portare avanti il suo DNA, la sua storia. L’obiettivo è quindi sempre rivolto alla musica contemporanea d’autore, una musica a volte di nicchia in Italia, ma aperta a tutti i possibili mondi della programmazione. In questo una città come Roma è molto vincente. Se lo scorso anno ha funzionato il fatto di tornare a riflettere sulla propria storia, quest’anno ci siamo aperti sulle due grandi direttrici di una programmazione più eclettica.

Una programmazione ricchissima, con un occhio anche alla musica femminile e all’Est europeo.

Sì. L’attenzione all’estero si è focalizzata sull’Europa dell’Est e su quella balcanica. Da un paio d’anni abbiamo un progetto di collaborazione con l’Istituto di Cultura Polacco e quest’anno per la prima volta abbiamo avuto anche una collaboraazione con l’Istituto Austriaco. Un focus particolare è andato all’Estonia: il compositore Toivo Tulev, che dopo Arvo Pärt è il compositore estone più importante del momento, ha tenuto da noi un seminario di quattro giorni. Alla conclusione della masterclass abbiamo avuto un concerto dal titolo Portrait Estonia, dedicato a compositori estoni, con la partecipazione di un pianista veramente eccezionale, Mihkel Poll, 28 anni, con una tecnica, una capacità musicale, un fraseggio e un tocco veramente invidiabili. Il giorno dopo abbiamo avuto un coro italiano, il Vocalia Consort che ha programmato un dittico: la prima parte del concerto è stata dedicata ad autori estoni e la seconda parte ad autori italiani.

A installazioni d’autore e concerti sono state abbinate anche altre attività, tra cui workshop, masterclasses e incontri con i compositori. Come hanno risposto i giovani?

Il problema dei giovani è un problema sicuramente complesso. Nonostante la grande crisi economica, di valori ma anche di formazione in Conservatorio, i giovani sono molto ben disposti alla composizione e alla creatività. Gli incontri con il Maestro Tulev sono state delle lezioni bellissime, molto apprezzate dai giovani compositori che si erano iscritti al corso. Ma è chiaro che i giovani hanno risposto bene anche a compositori più conosciuti e più affermati come Salvatore Sciarrino e Ivan Fedele. La lectio magistralis di Sciarrino all’Università è andata benissimo, era affollatissima di gente e di persone interessate.  Un altro aspetto che riguarda i giovani è il pubblico. Il pubblico giovanile ha tendenzialmente risposto bene quando sono stati coinvolti artisti giovani o quando sono stati realizzati dei progetti a dimensione interdisciplinare, con l’impiego della tecnologia o della multimedialità.

Negli ultimi anni dedicate uno spazio al teatro musicale da camera, ricordiamo quest’anno “L’aggiustafavole” di Paolo Marchettini, su testo originale di Elio Pecora e “Il Dottor Vetrata” di Giovanni Guaccero, su testo di Francesco Maschio, un libero adattamento di una delle 12 novelle esemplari di Miguel de Cervantes. Quali riscontri ci sono stati?

“L’aggiustafavole”, su libretto originale di Elio Pecora, si inserisce all’interno di un progetto che ho voluto realizzare, dedicato non solo ai giovani compositori, ma anche e soprattutto ai giovanissimi del pubblico – parliamo di una fascia di età che va dai 10 ai 14 anni. Da tre anni stiamo dedicando uno spazio all’interno della Festa d’Autunno (dalle 16,30 a Villa Aurelia) rivolto ad un pubblico per questa fascia di età. E’ uno spazio che funziona benissimo, anche perché nel tempo sono diventate ricettive anche le famiglie.  L’altra opera che abbiamo realizzato è “Il Dottor Vetrata”, con musica di Giovanni Guaccero su libretto di Francesco Maschio. Tratta di un imbonitore, il Dottor Vetrata appunto, che ricalca alcune figure medie/mediocri della nostra politica. Attraverso il meccanismo dell’imbonimento il Dottor Vetrata alimenta promesse che non verranno mantenute ma alla fine si rivelerà un personaggio di vetro e come tale andrà in frantumi. E’ sicuramente un’opera rivolta ad un pubblico adulto (è stata fatta alle 21,30) che anche stavolta ha risposto molto bene.

Di questa edizione ci è parsa interessante anche l’alternanza, nei concerti, di interpreti solisti a gruppi da camera piuttosto grandi.

Questa dicotomia è nata perché si è voluta porre attenzione all’elettronica. Il lavoro con le nuove tecnologie richiede una grande perizia ed è molto rischioso, per questo ci siamo concentrati sul rapporto tra solista ed elettronica. Nuova Consonanza è un festival che può avere delle possibilità da esprimere nei confronti di questo tipo di repertorio ma non ha, in merito, una specializzazione come altri festival. Il solista viene così individuato dalla necessità pratica, ma anche dal fatto che ci sono solisti importanti, italiani e non, che si rivolgono a questo tipo di repertorio.

L’altro aspetto è stato quello degli ensembles. All’inaugurazione abbiamo avuto l’Ensemble Orchestral Contemporain di Lione diretto da Daniel Kawka con autori spettrali francesi, abbiamo avuto il concerto Roman Vlad, con il Roman Vlad Ensemble diretto da Gabriele Bonolis, in occasione del quale abbiamo avuto la prima esecuzione assoluta dell’ultimo lavoro di Roman Vlad, un sonetto di Mallarmé. Nello stesso concerto abbiamo avuto anche una prima esecuzione assoluta di Lucio Gregoretti. L’ottica è stata quella di programmare un autore scomparso da poco e figura importante per la musica contemporanea italiana accanto ad un autore non più giovane ma sicuramente di spessore. Abbiamo anche avuto ensembles un po’ più grandi, tipo il Ludus Gravis, oppure dei cori. In ogni caso, questa differenziazione nasce dall’essere cauti e attenti ad un certo tipo di repertorio.

Oltre a location molto importanti e prestigiose (ricordiamo l’Accademia di Francia, il Goethe-Institut, l’Accademia americana di Villa Aurelia), quest’anno molti concerti sono stati programmati nelle periferie romane, per esempio al Teatro di Tor Bella Monaca o al Teatro Preneste.

Negli anni della mia presidenza, io e il mio direttivo abbiamo sentito la necessità di portare avanti un lavoro di decentramento perché crediamo che il Festival di Roma di Nuova Consonanza abbia una sua storia e vada mantenuto. Tuttavia, negli 2010-2011-2012 ci è stata data l’opportunità di poter fare un bel lavoro anche nella Provincia di Roma, nella Valle dell’Aniene soprattutto.

Villa AureliaL’idea era ed è quella di lavorare sul territorio a tutto tondo, cioè di portare un’offerta musicale non così “scontata” in zone meno centrali. Portare anche la musica del ‘900 nella provincia di Roma è stato un obiettivo molto importante che ha avuto una bellissima risposta.

Quest’anno non ci siamo spinti fino alla provincia, ma abbiamo portato questo obiettivo alla periferia di Roma, spingendoci fino a Tor Bella Monaca. Nel catalogo non è citato ma abbiamo fatto un concerto anche con la banda musicale di Settecamini che è il territorio più estremo della periferia della capitale. Sono zone e quartieri difficili, il nome di Tor Bella Monaca per esempio, è un po’ un simbolo, nonostante ci sia un teatro che ormai da tempo lavori in modo importante e che ci ha accolto molto bene. Oggi, per la chiusura del Festival, siamo al Teatro Centrale Preneste: la zona tra Prenestino e Centocelle è la parte più vicina a Roma, è un quartiere popolare dove negli anni ‘50 Pasolini girò i suoi film più importanti, e che oggi, grazie anche alla nuova metropolitana sta vivendo un grande recupero, una grande valorizzazione. E’ un grande laboratorio di sperimentazione di arte, cultura e musica indipendente ed è quindi molto interessante, per noi, essere qui.

A ormai 51 anni dalla sua fondazione, cosa può dirci del ruolo sociale e della funzione culturale di un’associazione come Nuova Consonanza oggi?

Non è semplice dare una risposta in poche battute. Nuova Consonanza oggi è importante per diversi motivi. In primo luogo perché attraverso la sua storia continua a portare avanti dei valori che oggi non sono, e sicuramente non saranno nel prossimo futuro, sostenuti dal governo e dalle istituzioni italiane che, al contrario, dovrebbero sostenere il linguaggio della musica contemporanea, i nuovi linguaggi e la nuova creatività. Il ruolo di Nuova Consonanza è quindi un ruolo molto importante nella città di Roma, nel centro-sud Italia e nella Regione Lazio e questo aspetto le offre una grande scommessa per il futuro, quella appunto di dover essere sempre in grado di lavorare sul territorio di Roma, della Regione, ma anche del paese.

Ma in questo momento è ancora più importante per Nuova Consonanza continuare a preservare quei valori che oggi sembrano scomparire proprio in un città come Roma che è anche la capitale della nazione. Questo è un grande valore, è una grande sfida. Sembrano affermazioni scontate ma purtroppo, anche guardando al nuovo regolamento del MiBAC (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, ndr), il futuro sarà una sfida, non un dato certo.

Qualche idea o anticipazione per la prossima edizione?

Più che programmi definiti posso accennare a delle idee sulle quali stiamo lavorando. Forse, proprio per rispondere alla sfida del nuovo regolamento del MiBAC ma anche per continuare nella propria missione, Nuova Consonanza dovrà orientarsi verso una programmazione più aperta, più eclettica, più accogliente verso realtà indipendenti, verso i giovani che pongono nuove necessità – laddove le “necessità” sono spesso la realizzazione di uno spettacolo in cui il concerto viene fatto interagire con diverse discipline. Ancora, si potrebbe pensare di andare a toccare delle comunità, per esempio le comunità delle associazioni corali o le comunità degli stranieri a Roma, e non parlo solo degli stranieri agiati, ma anche degli stranieri meno abbienti.

Nel giro del prossimo mese e mezzo Nuova Consonanza dovrà essere pronta a queste sfide.

Karen Odrobna Gerardi

Marcellino Piazza
non ci scriverà più

È morto Marcellino Piazza, storico esponente del Psi casertano. Aveva 84 anni. Era consigliere comunale a Piedimonte Matese sua città natale nonché, per 25 anni, consigliere provinciale. “Un galantuomo della politica, un compagno prezioso ed instancabile che non ha mai cessato il suo impegno per il partito e per l’Avanti! di cui è stato straordinario divulgatore”. Così il Segretario nazionale del Psi Riccardo Nencini in un messaggio di cordoglio inviato al figlio Raffaele e alla famiglia.

Piazza_MarcellinoNella redazione dell’Avanti!, si era soliti dire: “Con 100 Marcellino Piazza, l’Avanti! sarebbe il primo giornale e il PSI, il primo partito”. Sì perché Marcellino era uno di quei compagni all’‘antica’, che credeva nella militanza attiva, capace non solo di sollecitare i compagni ad abbonarsi e a tesserarsi, ma poi di andare casa per casa, dove consegnava le tessere e il giornale. Faceva arrivare tutti i suoi abbonamenti in edicola per evitare che si perdessero per il consueto cattivo funzionamento delle poste che non assicuravano la consegna. Poi telefonava per segnalare la cronaca locale, per parlare di quanto avveniva da lui e raccogliere notizie di prima mano dalla Direzione. Insomma con Marcellino la politica era una cosa bella, viva, appassionante. Mancherà non solo ai suoi cari, agli amici e ai compagni di Piedimonte Matese e del casertano, ma mancherà tanto anche a noi.

——

I funerali si sono svolti venerdì 2 gennaio nel cimitero del capoluogo matesino. Ai suoi funerali sono intervenuti il sindaco di Piedimonte Matese, Vincenzo Cappello e il consigliere regionale del Partito Socialista Gennaro Oliviero. Il corteo funebre è partito da via Renella e dopo la celebrazione della Messa è proseguito alla volta di Piedimonte Matese, ove Marcellino Piazza è stato tumulato nella cappella di famiglia.

Scrive Sandro D’Agostino:
Ma l’Art. 18
era davvero una priorità?

Negli ultimi mesi il dibattito politico si è fortemente incentrato sulla riforma delle regole del mercato del lavoro. Si è voluto affermare, da più parti, che un intervento in tal senso si fosse reso inderogabile per la difficile situazione economica ed occupazionale del Paese. Gli apologeti di questa riforma si accalorano nel sostenere che la forte disoccupazione che attanaglia l’Italia debba ascriversi alla rigidità delle regole del mercato del lavoro e che, quindi, lasciando ai padroni maggiore libertà di licenziare li si indurrà ad assumere a cuor leggero. Ma siamo sicuri che fosse davvero questa la priorità? La domanda non è peregrina perché, ove mai ciò non fosse, si sarebbe sacrificata una parte importante delle conquiste dei lavoratori senza aver ottenuto, di converso, un congruo beneficio in termini occupazionali. La risposta ce la daranno i mesi venturi, ma penso si possa comunque fare qualche riflessione su alcuni problemi strutturali che il sistema produttivo italiano si trova a dover affrontare, a prescindere dalla tanto decantata (e da altri vituperata) riforma del mercato del lavoro.

Innanzitutto l’energia. Le imprese e le famiglie italiane continuano a pagare una bolletta energetica troppo salata. L’Italia ha scelto di rinunciare al nucleare ed io credo abbia fatto bene, ma non tanto perché si sia ottenuto un beneficio in termini di sicurezza, in quanto abbiamo i reattori a pochi chilometri dai nostri confini, quanto perché anche l’uranio ha i suoi problemi, in primis lo smaltimento delle scorie, la gestione degli impianti, l’opposizione delle comunità locali. D’altronde non possiamo continuare ad ignorare il problema energetico del nostro Paese. E allora che fare? Puntare maggiormente sulle rinnovabili, non c’è dubbio. La penisola italiana gode di un’esposizione solare ottimale per gran parte dell’anno, si presta bene anche all’eolico, ma si potrebbe sviluppare anche il geotermico, il biogas, e l’energia derivante dalle maree. I benefici sarebbero innumerevoli: innanzitutto ambientali, ma anche economici in virtù della riduzione dell’importazione di greggio, di gas ed anche di elettricità. Inoltre si darebbe ossigeno ad un settore, come quello delle rinnovabili, fortemente colpito dalla sospensione dell’incentivazione del Conto Energia fotovoltaico.

Lo Stato dovrebbe muoversi in due direzioni: installare pannelli fotovoltaici su tutti gli edifici e le aree pubbliche e ripristinare il Conto Energia solo per i piccoli impianti destinati all’autoproduzione (magari fino a 6Kwh). Questo per evitare speculazioni e far sì che i benefici ricadano sull’intera collettività. Un programma energetico ben fatto potrebbe portare anche ad un dimezzamento della bolletta energetica, con ovvie ripercussioni positive sull’intero sistema economico e sulle famiglie.
Altra questione è il fisco: le nostre imprese, ma anche le famiglie sono strozzate da una tassazione eccessiva ed iniqua. Una politica seria di taglio degli sprechi nella spesa pubblica (ma ribadisco “gli sprechi” e non una riduzione dei servizi veramente importanti) potrebbe far diminuire la pressione fiscale.

Si aboliscano le Regioni, si taglino gli organi direttivi delle partecipate ed i loro emolumenti, si istituisca un centro unico di spesa nazionale per l’intera pubblica amministrazione, si utilizzino gli edifici pubblici invece di buttare soldi in affitti, sj rimetta al centro la sanità pubblica riportandola per intero in capo allo Stato. Penso che sarebbe opportuno anche abolire del tutto l’IMU, non solo sulla prima casa ma su tutti i beni immobili. In questo modo il mercato immobiliare riprenderebbe a correre e con esso l’edilizia, ma il tutto dovrebbe farsi a metri cubi zero, ossia semplicemente ristrutturando il patrimonio edilizio esistente, sia per far fronte al rischio sismico ed idrogeologico, sia per migliorare la prestazione energetica degli edifici che rendono conto di una parte consistente della spesa energetica. Anche lo Stato se ne avvantaggerebbe fortemente perché questi investimenti vedrebbero un incremento del gettito dell’IVA, oltre a ridurre l’ammontare della spesa per le indennità di disoccupazione, grazie alle favorevoli ricadute in termini di assunzioni. L’edilizia è stato da sempre un settore trainante in Italia ed è stato un grave errore tralasciarlo in questo modo.

Altro grave problema è la legalità: le estorsioni alle imprese e la corruzione nella pubblica amministrazione sono due piaghe che andrebbero debellate con il massimo della determinazione. In tal senso, oltre ad un aggravio di pena per chi si macchia di questi reati ed alla interdizione perpetua e senza appello dai pubblici uffici, si dovrebbe agire maggiormente anche sul piano patrimoniale, mediante confisca dell’intero patrimonio dell’estorsore o del funzionario statale infedele.
Altro versante fondamentale è quello delle infrastrutture: ci sono molte aree del Paese che ancora non possono fruire della banda larga, moltissime non raggiunte dalla rete ferroviaria, da un metanodotto, da una strada a scorrimento veloce. Come si può pensare che esse possano svilupparsi? Inoltre quanti posti di lavoro potrebbero crearsi se si ricominciasse a scommettere sull’ammodernamento dell’Italia?
Per non parlare della scuola e dell’università, che sono vissute da qualcuno come un peso, mentre esse sono l’unica speranza che ci rimane per uscire da questo pantano.

Infine la burocrazia. Non è accettabile che anche per radersi al mattino si debba affogare in un mare di timbri e ceralacca. Sembra quasi che vogliamo farci del male da soli. Non si capisce che, con tutti questi lacci e lacciuoli, il cittadino si scoraggia e rinuncia ad un progetto che magari, invece, avrebbe portato un beneficio anche all’intera collettività. Per non parlare dei tempi biblici della giustizia civile…
Le questioni aperte sono veramente tante, per questo mi meraviglio di come si possa pensare che l’abolizione dell’articolo 18 fosse la priorità per l’Italia. In questi ultimi vent’anni abbiamo accumulato tanti e gravi ritardi, ma non è aprendo la strada allo schiavismo che si può pensare di migliorare le condizioni del nostro Paese. Si affrontino con coraggio i nodi veri del Paese e questo può farlo solo uno Stato forte, capace di farsi rispettare dentro e fuori dai suoi confini.

Sandro D’Agostino

Scrive Adalberto Andreani:
L’Avanti!, una palestra politica

TANTI AUGURI DI BUON 2015. In questo 2014, l’avanti on line è  una importante palestra per noi tutti che amiamo scrivere ed occuparci di cultura sociale e politica. Il DIRETTORE ed i RESPONSABILI dell’avanti on line, mi sembra abbiano dato spazio a tutti, compagni e non , e così deve essere per evitare gli errori culturali del centralismo burocratico e democratico e non sopprimere la fantasia e l’originalità nel dibattito politico.
Io al pari di altri abbiamo scritto prevalentemente di SOCIALISMO CRISTIANO, ed abbiamo riflettuto circa l’opera di questo grande PAPA BERGOGLIO ITALO-ARGENTINO.
Un buon 2015, a tutti con l’invito rivolto anche a me stesso di sostenere anche economicamente l’avanti on line.
Adalberto Andreani

La Bella e La Bestia:
la favola secondo Rai 1,
tra pericolo e mistero

La Bella e la BestiaIl 28 e 29 dicembre, su Rai 1, è andata in onda la fiction intitolata “La Bella e la Bestia”, liberamente tratta dalla celebre favola che ha fatto sognare milioni di lettori di tutto il mondo, e di cui si presuppone che le origini risalgano addirittura dall’autore dell’antica Grecia Apuleio, e poi rivisitata nel corso dei secoli da vari scrittori europei e, per ultimo, dalla società di film d’animazione americana Disney nel 1991.

La fiction, che vede come interpreti protagonisti della nostra storia, il talentuoso attore Alessandro Preziosi (nel ruolo di Leon, la “Bestia”) e l’attrice spagnola Blanca Suarez (che ricopre il ruolo di Bella), è prodotta dalla Lux Vide – casa di produzione di Luca e Matilde Bernabei – in collaborazione con Mediaset España, la quale ha rilasciato le puntate per la rete spagnola “Telecinco”.

Nella versione presentata da Rai 1, la favola è avvolta continuamente da fascino, suspense, pericolo e mistero ed è ambientata in Francia, nella fine del Settecento. In un castello viveva un principe, Leon DalVille, un uomo che aveva tutto ciò che all’epoca si poteva desiderare dalla vita: amore, bellezza, gioventù, ma in una notte terribile perse ogni cosa, compresa l’amatissima moglie Juliette , venuta a mancare a causa dell’incendio che bruciò un’ala del castello dove si trovavano le stanze della donna, e Leon, rimase solo e sfigurato da una cicatrice spaventosa, diventa un uomo temuto e odiato, crudele, selvaggio e senza cuore. La Bestia decide di celarsi una parte del volto da una maschera d’argento per incutere paura e ricordare a tutti di non aspettarsi nessuna pietà.

Nel villaggio che apparteneva al principe Leon, viveva una fanciulla di nome Belle, che sognava di avventure per mare alla scoperta di mondi nuovi insieme al padre Maurice, mercante, il quale era in debito con Leon dopo aver perso il carico della nave. La Bestia, non avendo pietà per nessuno, per far saldare il debito a Maurice fino all’ultima moneta, decide di mettere il mercante davanti a una scelta impossibile: o consegna a Leon la sua nave o manda una delle sue figlie a servizio del principe fino all’estinzione del debito. Maurice è pronto a rinunciare alla sua imbarcazione quando bella lo anticipa, senza dire niente a nessuno, e di nascosto si presenta al castello al cospetto di Leon. Il principe, colto dal coraggio della ragazza, accetta.

Per Bella, comincia un periodo di prostrazione, ma grazie alla sua tenacia, purezza e forza d’animo, suscita curiosità e interesse in Leon e nella cugina di lui, Hélène, che spera di sottrarsi a un matrimonio combinato dal cugino per lei dal cugino, e lancia una scommessa con quest’ultimo: è sicura che Leon non sarà in grado di sedurre la giovane serva. La Bestia accetta la sfida della cugina e se non riuscirà ad avere Bella entro due settimane, dovrà sposare la cugina, la quale altrimenti, dovrà sposarsi il pretendente scelto da lui.

Fiction RaiUnoNel frattempo, sono tante le conoscenze in cui si imbatte Bella nel castello: la rigida governante Albertine, il valletto pauroso del principe, Florian e una piccola “visitatrice abusiva” di nome Zazie, una bimba del villaggio che viene di nascosto al castello, appositamente per rubare un po’ di pane per sfamare la sua povera famiglia di contadini. Ma la conoscenza che più di tutti colpisce Bella, è lo zio Armand, zio di Leon e padre di Hélène, appassionato di essenze e profumi e che vive nel suo laboratorio custodendo inoltre i segreti del passato del principe.

Nello scorrere delle due settimane, sono varie le vicissitudini che faranno cambiare a Bella, le idee che lei ha riguardo Leon. Curiosa di capire cosa sono i suoni e i lamenti che sente durante la notte, e che gli abitanti del castello attribuiscono al fantasma della moglie del principe, Bella lo coglie solo e sofferente e mentre cerca di consolarlo, tra i due scocca la scintilla. Inconsapevolmente vengono indagati da una gelosa e furiosa Hélène, che decide di intervenire per contrastare il sentimento tra i due.

Dopo misteri e pericoli, amori, intrighi e inganni, grazie alla fanciulla Belle, la verità viene a galla per far tornare la pace e la serenità al castello e al villaggio. Leon, vince la scommessa con la cugina, dopo aver rivelato i suoi segreti alla ragazza, che accetta di sposarlo. Una storia, regalataci questa volta da Rai 1, sull’eterna lotta tra il bene e il bene, che riguarda ognuno di noi per far capire a tutti che, affinchè una persona sia amabile, bisogna prima di tutto amarla.

 Federica Marazza

 

 

Aumenta la domanda interna, ma sale la disoccupazione

Istat-giovani-disoccupazione recordL’Istat registra un aumento della domanda interna e al contempo sale la disoccupazione. Il mercato del lavoro è in stallo ma l’Istituto vede “ la fase di contrazione dell’economia italiana arrestarsi”. C’è una sostanziale stazionarietà della crescita per l’ultimo trimestre del 2014. Inoltre, nessun vantaggio è derivato dalla caduta del prezzo del petrolio. Nella nota mensile di dicembre, l’Istat conferma che il crollo delle quotazioni del greggio non ha avuto alcun riscontro nella crescita della produzione industriale.

Anzi. “La caduta del prezzo del petrolio produrrebbe un limitato effetto espansivo”. Per l’Eurozona l’effetto di un minor costo del greggio sarebbe stimato a 0,1 e 0,3 decimi di punto rispettivamente nel 2015 e 2016. Il calo dei prezzi dei prodotti energetici accentuerebbe le spinte deflazionistiche. In questo modo i paesi maggiormente indebitati, tra cui Italia, Spagna e Grecia, vedrebbero aumentato il costo reale del debito.

Tuttavia l’indice di fiducia delle imprese italiane rimane stabile: 87,6%. Un clima di maggiore fiducia delle imprese migliorerebbe il settore manifatturiero e il commercio al dettaglio. Il settore edilizio e quello dei servizi di mercato confermano invece la loro crisi. Il Centro studi di Confindustria rileva una variazione della produzione industriale di +0,1% in dicembre rispetto a novembre. Ciononostante nel quarto trimestre 2014 l’industria italiana registra un calo congiunturale dello 0,5%. Confindustria stima per il primo trimestre 2015 un aumento dello 0,1%. Il nostro Paese è in completa stagnazione economica.

Il governo Renzi ha ancora molto lavoro da fare. Il Jobs Act è in dirittura d’arrivo con le modifiche del caso. Incomprensibile è la differenza che si applica tra gli statali e gli altri lavoratori. Infatti, come per la Legge Biagi, il Jobs Act non sarà esteso al pubblico impiego. Una differenziazione che suscita numerose critiche da più parti, in particolare dai sindacati. Non ci sono lavoratori di “serie A” e “serie B”. Si attendono, per febbraio e marzo, le decisioni dell’Unione Europea e del Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker per quanto riguarda lo stanziamento di fondi europei. L’Italia, e i Paesi dell’Eurozona, aspettano miliardi di euro utili a far ripartire la locomotiva del vecchio continente.

Manuele Franzoso  

Rogo Norman Atlantic, 11 vittime e 98 dispersi

NormanSono 11 le vittime accertate (di cui almeno tre italiani), 38 i naufraghi sbarcati al porto di Taranto dal mercantile “Aby Jeannette” e 98 le persone di cui non si hanno notizie in seguito al naufragio nei pressi di Brindisi del traghetto Norman Atlantic, lo scorso 28 dicembre. Nel frattempo, la motonave – stamane – è stata agganciata stamane dai rimorchiatori nominati dalla magistratura barese e resta attualmente a ridosso della baia di Valona, alla quale si sta avvicinando, poichè “non ci sono le condizioni meteo marine per partire” ha spiegato Giuseppe Barretta, uno dei soci della ditta di rimorchiatori brindisina, custode giudiziale e si sta occupando del recupero del Norman Atlantic. Il comandante del traghetto, Argilio Giacomazzi – dopo lo sbarco ieri sera a Brindisi – è stato interrogato nella notte per oltre cinque ore negli e ha risposto a tutte le domande del pm Ettore Cardinali, chiarendo di aver “rispettato tutte le procedure di sicurezza”.

IL PROCURATORE: 390 PERSONE MESSE IN SALVO – “Il bilancio definitivo sui dispersi – chiarisce – potremo farlo solo quando verificheremo se a bordo del relitto ci sono vittime” ha reso noto il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe. Stando, infatti, ai numeri in possesso della Procura, sulla motonave c’erano 499 persone, compresi tre clandestini. Undici le vittime accertate, 390 quelle messe in salvo sulle coste pugliesi e greche su navi militari, motovedette della Guardia costiera, elicotteri e pescherecci. Dopo i 212 naufraghi sbarcati ieri a Brindisi, altri 38 sono arrivati oggi a Taranto e 80 in Grecia (sette su un elicottero e 73 su un peschereccio). “Non abbiamo notizie del secondo peschereccio diretto sulle coste greche su cui potrebbero esserci altri naufraghi” ha detto Volpe.

LA DESTINAZIONE DEL RELITTO RESTA IL PORTO DI BRINDISI – “La destinazione finale del traghetto Norman Atlantic resta il porto di Brindisi, come deciso dall’autorità giudiziaria, ma al momento non ci sono le condizioni meteo marine per partire e la nave resta a ridosso della baia di Valona, alla quale si sta avvicinando”. A renderlo noto è stato Giuseppe Barretta, uno dei soci della ditta di rimorchiatori brindisina

Redazione Avanti!

Scrive Alessio Andrej Caperna:
Il PSI è il socialismo di domani

Nel momento attuale di passaggio, transizione (istituzionale e non solo) anche del nuovo anno, il 2015, anno cruciale, per questa nostra amata Italia, per mille ragioni, la presenza socialista sarà come sempre (…da almeno 123 anni a questa parte) di fondamentale importanza. Difatti la nostra presenza ha radici solide di libertà-laicità, di solidarietà e di reale e sostanziale democrazia(art. 3 della Costituzione).

L’ottimo lavoro che il gruppo socialista porta avanti alla Camera, al Senato e al Governo, sui temi nostri che sono i diritti civili ed il lavoro (tra l’altro strettamente ed intrinsecamente correlati), porteranno certamente al rafforzamento del nostro partito, che deve svilupparsi sempre più, pure e particolarmente quale laboratorio politico, come un vero e proprio pensatoio del riformismo illuminato italiano, per gettare le basi, le fondamenta del socialismo di domani e conseguentemente di una Nuova Italia che finalmente torni a respirare a pieni polmoni, proprio adesso ahimè, che si pre-avvertono rigurgiti di nazionalismo fascioidentitaristico, teocratico e neo-guelfo ed anche neo golpista.

Un laboratorio fucina culturale che prenda in seria considerazione il tema della cogestione operaia dell’impresa, quale superamento della miope visione lottaclassista di certo sindacalismo italiano, intessendo un proficuo e collaborativo rapporto con i settori del sindacalismo italiano più avanzato, d’ispirazione riformista presente sia nella Uil che nella Cgil, per passare dalla fase vecchia della sinistra parolaia giacobina e gattopardesca dei NO, alla sinistra del SÍ alla cogestione controllo operaio dell’impresa da parte dei lavoratori, magari facendo nascere un originale modello italiano di questa modalità gestionaria all’altezza dei tempi.

Insomma una sinistra adulta e matura e di Governo, che divenga, mi si passi la battuta, ministerialista pure nella fase gestionaria della impresa, superando la attuale fase neoluddistica e lottaclassista, del tutto vecchia e distruttiva e soprattutto non più aderente alla ontologica realtà attuale.

Ed è proprio da questa bellissima ed entusiasmate linea prospettica di una sinistra ereticamente costruens, la sinistra del SÍ, che può trarre scaturigine la sinistra dell’avvenire dei lavoratori per un graduale superamento dell’assetto neo-capitalistico, la sinistra che vuole e riesce a coniugare i meriti ed i bisogni, l’eguaglianza con il merito, specificando sempre che l’eguaglianza non è affatto l’egualitarismo livellante tutti verso il basso, ma proprio il suo esatto contrario, ovvero la esaltazione delle differenziazioni individuali e delle specifiche peculiarità che rendono ognuno di noi unico ed irripetibile, che sono prodromiche alla possibilità dell’essere di poter liberamente decidere del proprio futuro nelle libertà tutte liberamente autogestite, dal matrimonio tra persone dello stesso sesso, al superamento dello istituto matrimoniale, al fine vita, dall’intraprendere un’impresa in modo più agevole, al poter studiare e viaggiare.

Per costruire-edificare la società della fiducia, si sente il cogente bisogno di una nuova conferenza programmatica del nostro Partito,una nuova Rimini 2.0, che appunto sia d’unione di quella Italia della laicità, della libertà di fare (anche impresa non è un tabù), di quella Italia riformista, solidamente democratico-repubblicana, liberale, radicale, libertaria, socialista, pluralista, solidale ma anche metodologicamente e sanamente individualistica, che poi sono proprio le radici stesse e la ragion di essere della sinistra (eclettica come l’origine del socialismo italiano), da Garibaldi a Mazzini, da Turati ad Anna Kulisciov, da Ghisleri a Morelli, da Gnocchi Viani a Prampolini, da Giuseppe Saragat a Ignazio Silone (il nostro George Orwell italiano). Il Psi quale progetto politico-programmatico di infuturazione, che non può essere sconfitto perché è un progetto di cultura alta, fulgida, di cultura politica di cui è permeata tutta la più bella e la più pura storia italiana, che può essere sintetizzata con i versi di Dante:“Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”.
Auguri Italia.
Auguri Socialismo di domani.

Alessio Andrej Caperna