martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Dopo Craxi, per l’Italia
un incurabile vuoto politico
Pubblicato il 16-01-2015


Craxi_BettinoIl 19 gennaio 2015 ricorre il 15° anniversario della morte di Bettino Craxi. Proverei a proporre ai compagni un ricordo fuori dai canoni, ripercorrendo due avvenimenti culturali svoltisi nell’anno appena trascorso nel mio Trentino.

All’auditorium Melotti di Rovereto nel marzo 2014 è stata presentata “Una notte in Tunisia”, un’ opera teatrale dedicata agli ultimi anni di Bettino Craxi. Scritta da Vitaliano Trevisan (Einaudi 2011), è stata portata in scena dal regista A.R. Shammah. Il 10 dicembre scorso ad Ala – per iniziativa dell’associazione Memores e del suo presidente Massimiliano Baroni- si è svolto un dibattito, moderato dal giornalista de “l’Adige” Fabrizio Franchi, sul libro di Craxi   “Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet” (Mondadori, 2014) con l’intervento di Stefania Craxi. Le due iniziative hanno un tratto d’unione di cui qui racconto.

Trevisan spiega precisamente il punto di vista di Craxi e gli dà le sue ragioni. Craxi dal 1994 è in ‘esilio’, ciò che altri chiamano ‘latitanza’; la politica è finita, non era questa l’Italia che sognavamo, mentre si prospetta un ventennio post – ‘Mani pulite’ rovinoso sul piano etico ed economico, nonostante o – piuttosto – grazie a quella che l’esponente socialista considera la «falsa rivoluzione morale»: che in effetti – aggiungiamo noi – accompagnerà il Paese in una progressiva recessione dopo che nel quarantennio precedente, secondo la testimonianza dell’economista internazionale Carlo M. Cipolla, «dal 1950 al 1990 il reddito nazionale era cresciuto di circa cinque volte collocando l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo»; mentre sul piano propriamente etico sarà il giurista Michele Ainis a ricordare con plastica efficacia che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Trasparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; nel 2011 siamo precipitati alla 69.a posizione».

Inevitabilmente nel Paese si è creato un incurabile vuoto politico, mentre chi poteva fare molto si trova nella condizione di non poter far nulla: ma la natura ha orrore del vuoto, e più il vuoto si fa strada – racconta l’autore – più essa lo riempie, «magari di merda». E allora «la libertà capitola e il potere degradato non ottiene nessuna pietà». Il destino di Craxi non solo è segnato, ma è ‘cercato’. Trevisan si è fatto questa idea: che «l’uomo non si sia piegato a un compromesso – farsi processare, magari fare dei nomi, e tacerne degli altri – che gli avrebbe guadagnato, molto probabilmente, una vita più comoda. È una cosa – continua Trevisan – che mi chiedo spesso quando penso ai cosiddetti “pentiti”… In ogni caso Craxi rifiuta di farsi umiliare pubblicamente. È un rifiuto che viene dal carattere più che da considerazioni di ordine politico, o di strategia difensiva; anche se Craxi è sicuramente consapevole delle inevitabili implicazioni politiche, non meno che delle ricadute private-familiari che detto rifiuto comporta». Un destino appunto ‘prescelto’, scomodo, ma comunque ormai «a vivere c’è più male che bene»: la commedia umana diventa tragedia.

Ma c’è un seguito inaspettato, e qui viene il collegamento col libro presentato ad Ala. La pièce si conclude teatralmente con uno svolìo di carte che scompaiono nel vuoto. Erano il frutto dei pensieri di Craxi, di quel bisogno di scrivere che è connaturato ai politici intelligenti e – segnatamente –   a quel rifugiato che ripete «le proprie idee fino a sfiancarsi, perché è il solo modo per difendere la propria libertà». «È un lavoro fondamentale» raccomanda Craxi. Nell’opera teatrale finisce nel vento, resta come un sogno. Ma nella realtà quel «lavoro» ritorna. Ecco appunto che un giovane storico ha raccolto per davvero quelle carte e le ha commentate e pubblicate sotto il titolo citato “Io parlo e continuerò a parlare”. Il libro è curato da Andrea Spiri, un giovane storico che per professione e vocazione è impegnato «nell’analisi dei processi di delegittimazione dell’avversario nelle culture politiche italiane». Se arriveranno altri studiosi, nuovi storici liberi da legami con le versioni del circuito mediatico-giudiziario di ‘Tangentopoli’, la storia di Craxi e dell’Italia repubblicana non finirà confinata sotto le macerie di ‘Mani pulite’. Ci sarà anche tempo per discutere – come ha fatto il giornalista Fabrizio Franchi – la collocazione di Craxi come uomo di sinistra, riscattandolo giustamente agli occhi dell’opinione pubblica progressista. Ci aveva già provato Piero Fassino, esponente ex Pci e ora dirigente Pd sindaco di Torino, con una franca autocritica nel suo libro “Per Passione” (Rizzoli, 2003): «Craxi è uomo profondamente di sinistra. Autonomista, anche all’epoca del Fronte popolare, ha uno spiccato senso dell’identità socialista rispetto all’area maggioritaria della sinistra italiana, quella comunista… che non appare capace, negli anni ’80, di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Ecco, anche la discussione di Ala ha portato un contributo in questa direzione, come l’opera teatrale di Trevisan ha svelato gli aspetti più umani e personali della parabola di Craxi: nel 15° anniversario della sua scomparsa, sarebbe giusto che altre occasioni analoghe venissero, aiutandoci a capire meglio il passato per pensare un futuro più ragionevole e mite per tutti.

Nicola Zoller


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Commenti all'articolo
  1. Come era prevedibile, molti dei beneficiati da Craxi (es. Tempestini e quelli come lui), invece di difendere la storia socialista e i suoi protagonisti, andarono nel campo nemico. Meno male che il PCI-PDS-DS-PD, prima li accolse e poi li ha distrutti. Ultimo in ordine di tempo è Cofferati. Io sono rimasto al mio posto, nonostante le sirene, e sono orgoglioso.

  2. Tutto ok
    Manca solo la riflessione sui carnefici, lucidi assassini allo scopo di riavere quello spazio politico che la loro pseudocultura aveva evaporato (dopo ampio e personale sfruttamento)

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