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Opinioni e commenti
 

Ciao Nenni, trentacinque anni dopo
Pubblicato il 04-01-2015


Pietro Nenni ci lasciò all’alba degli anni ottanta. Ne aveva pronosticato l’esito con l’alternativa del “rinnovarsi o perire”, uno di quegli slogan tipici della suo modo di fare politica. Nenni è stato a lungo il leader del PSI. A cominciare da quel congresso del 1924 quando sconfisse Serrati, che voleva “una liquidazione sottocosto del partito”, per aderire all’Internazionale comunista e al Pcdi. Anche Nenni, che in gioventù era stato repubblicano, apparteneva alla corrente massimalista. Ma la sua leadership venne sancita da una scelta autonomista. A Parigi, nel 1930, compì la seconda scelta politica di respiro autonomo, cioè la riunificazione col Psu riformista di Turati. A quell’operazione significativo fu il contributo di Giuseppe Saragat che nel 1922 aveva aderito al partito di Turati, Treves, Matteotti e Prampolini. A quell’unificazione si sottrassero invece i massimalisti che facevano capo ad Angelica Balabanoff, che poi saprà ravvedersi e aderirà, nel gennaio del 1947, alla scissione di Saragat.

Nenni fu poi il principale promotore del patto di unità d’azione tra socialisti e comunisti, che seguiva, nel 1934, quello sottoscritto dai due partiti francesi. Questo soprattuto in funzione antifascista. Nella guerra di Spagna partì volontario, come Rosselli, a difesa della repubblica, e comprese l’importanza, come lo stesso Saragat, dell’appoggio sovietico, mentre le democrazie occidentali, Inghilterra e Francia, stavano con le mani in mano. Seppe condannare però i processi staliniani del 1938, ma l’anno dopo rimase sconcertato dal patto Ribbentrop-Molotov e venne messo sotto dall’ala autonomista di Tasca e Saragat, che ruppero il patto coi comunisti, che avevano naturalmente appoggiato l’alleanza sovietico-nazista. L’operazione Barbarossa lo resuscitò come leader politico. Riprese le redini del Psi in Francia, poi, dopo la caduta del fascismo, tornò in Italia. Fu confinato a Ponza, dopo l’invasione tedesca rischiò anche di essere deportato in Germania, ma pare che in sua difesa sia sceso in campo lo stesso Mussolini, poi, dopo la liberazione, rilanciò il partito che si chiamò Psiup, perché univa al tradizionale Psi anche il Mup di Lelio Basso.

Nell’aprile del 1946 il Psiup conquistò il 20,6 per cento dei voti, più del Pci, che si fermò poco oltre il 18. E fu una piacevole sorpresa. Poi la cacciata dei comunisti dal governo e l’inizio della guerra fredda convinsero lui e Morandi a stringere ancora di più i legami col Pci. Nel gennaio del 1947, dopo un dilaniante congresso, Saragat e gli autonomisti lasciarono il Psiup, che poi si chiamerà ancora Psi, e fondarono il Psli, che nel 1952 acquisirà il nome di Psdi. Nacque, più per volontà sua che di Togliatti, il Fronte popolare che nel 1948 andò incontro a una sconfitta clamorosa e dentro il fronte ancor più clamorosa fu la sconfitta dei candidati socialisti. Nenni cambiò idea nel 1956 dopo il XX congresso del Pcus e le denunce dei crimini dello stalinismo e aprì gli occhi con l’invasione dell’Ungheria dell’autunno di quello stesso anno. Togliatti invece preferì tenerli chiusi. Si aprì la fase dell’autonomia socialista col congresso di Venezia del 1957. Nenni voleva subito la riunificazione con Saragat, ma la sinistra filocomunista glielo impedì. La riunificazione socialista avverrà solo dieci anni dopo, nel 1966, e andrà incontro a una nuova sconfitta con le elezioni del 1968.

Intanto la maggioranza autonomista di Nenni aveva aperto il dialogo coi cattolici e con la stessa Dc, che produrrà prima il governo delle convergenze parallele dopo la nefasta esperienza tambroniana del 1960, poi la maggioranza fanfaniana di centro sinistra, infine il governo organico, presieduto da Moro nel dicembre del 1963. Per questo la sinistra di Vecchietti e Valori se ne andò, nel gennaio del 1964, formando il Psiup, con finanziamenti sovietici. Dopo la nuova scissione socialista del 1968, Nenni si ritirò a Formia, ma non per molto. Fu ancora presidente del Psi dopo il congresso di Genova del 1972 con De Martino segretario e Craxi vice, che rilanciò il governo di centro sinistra, dopo i due anni del governo Andreotti-Malagoli. Poi appoggiò il suo delfino Bettino Craxi alla segreteria del partito fino alla morte.

A suoi funerali, nel gennaio del 1980, ove si affollarono decine di migliaia di socialisti convenuti d’ogni parte d’Italia, Craxi volle commemorarlo con un “Ciao Nenni”, che era il saluto di un compagno durante la guerra di Spagna. Nenni fu a lungo anche direttore dell’Avanti. Seppe comunicare come pochi, con una prosa semplice, diretta, efficace. Grande giornalista, dotato della rara dote della sintesi, sapeva trasmettere la politica con slogan che anticipavano l’azione. Dalla Costituente o il caos, all’ora dei socialisti, al dialogo coi cattolici, a quel “Tutta Varsavia sapeva e nessuno parlava” a proposito dello stalinismo. Fino all’alternativa democratica e alla stanza dei bottoni. In fondo non c’è scelta politica italiana che non abbia risentito delle scelte di Nenni e delle sue parole d’ordine. A volte sbagliate. Più spesso giuste e anticipatrici di scelte altrui, troppo spesso per anni contestate e anche vilipese. Per poi essere riscoperte, rivalutate e rilanciate con decenni di ritardo.

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Commenti all'articolo
  1. Caro Mauro, sono diventato nenniano solo nel 1959, dopo che al congresso di Venezia Nenni rottamò i carristi e ruppe con gli stalinisti, e quindi con Togliatti. Lo sono diventato dopo essermi dimesso dal giornale socialdemocratico, nel momento in cui Saragat ordinò al direttore Flavio Orlandi di censurare i miei articoli di fondo sul ravvedimento di Nenni e il suo avvio definitivo verso una scelta socialdemocratica. Rientrai con Matteo Matteotti, Zagari e Vigorelli nel PSI e detti una mano, all’interno della redazione dell’Avanti! diretto da Giovanni Pieraccini, a costruire per la prima volta il centro-sinistra in Italia. Era troppo tardi. Nenni ha le sue responsabilità. Prese in mano il secondo partito d’Italia (nel 1946 avevamo un milione di voti più dei comunisti) e lo portò alla disfatta del Fronte popolare del 1948. Da allora non ci siamo più ripresi. Personalismi, lombardismi, demartinianismi, neo saragattismi, nuove scissioni, hanno portato alla situazione di oggi. La storia non porta rispetto per nessuno, tanto meno per coloro che non ne capiscono l’evoluzione. Ma un merito a Nenni bisogna riconoscerlo: quello di avere creato il primo centro-sinistra, in alternativa ai governi centristi, di centro-destra e ai nostalgici del fascismo. Basta citare il governo Tambroni, pur sostenuto da un cattolico di sinistra come Gronchi. Dopo mezzo secolo siamo ancora lì. Se Renzi esiste, se i cattolici si sono convertiti a una politica più moderna lo si deve anche a Pietro Nenni.
    Se poi il giovane segretario del PD (di origini democristiane) ha voluto inserire nel contrassegno elettorale del suo partito la sigla del PSE e se, quando va a Bruxelles, frequenta il gruppo socialista (un tempo i democristiani frequentavano esclusivamente il gruppo del Partito popolare europeo) qualcosa vorrà pur dire.

  2. La Politica è attività di governo della Società tesa a realizzare il bene comune
    Nenni, agendo con questa visione, ci ricordava di non rinunciare mai ad affermare il Primato della Politica gestendola come l’arte del possibile, del bene da preferire al meglio e che la Politica “ non si fa né con i sentimenti né con i risentimenti ”.
    Sappiamo che ancora oggi, quest’ultima affermazione è l’indicazione più difficile da realizzarsi nella Sinistra italiana, ma se pensiamo che l’Alternativa socialista debba diventare il nostro principale obiettivo dobbiamo impegnarci a raccogliere e mettere in pratica il motto di Nenni. Il sentimento che lo ha accompagnato per tutta la vita, nell’evitare le divisioni della classe operaia, fu la causa del crollo del voto socialista a vantaggio di quello comunista con la scelta del Fronte popolare del 1948.
    Purtroppo la mancanza di analoghi sentimenti di generosità non hanno guidato i comunisti a sostegno dell’impegno riformista dei socialisti nei governi di centrosinistra di Nenni, di quello del governo a presidenza socialista di Craxi e nella fase di demonizzazione dei socialisti nell’era di “mani pulite”.
    È da queste vicende che è nato e permane ancora nell’animo di tanti socialisti il risentimento.
    Nenni però, anche dopo quell’amara delusione del Fronte popolare, ci ha suggerito di operare affinché il risentimento non si sostituisca o prevalga sul sentimento rappresentato dall’aspirazione all’unità che non lo ha mai abbandonato. Ora questa aspirazione deve essere anche la nostra in quanto la nostra base sociale è la stessa di quella del PD.
    A mio parere per il futuro occorre continuare a perseguire la realizzazione del Suo grande obiettivo dell’Alternativa socialista italiana, dando vita col Pd ad un solo Partito con un nuovo nome ed un nuovo simbolo. Ciò sarà possibile soltanto quando il PD si libererà di alcuni personaggi dall’antisocialismo viscerale e maturerà la scelta definitiva di assumere nel suo Statuto i valori prevalenti della cultura liberalsocialista di matrice europea.
    Nicola Olanda

  3. C’ero anch’io in Piazza Augusto Imperatore, a dare l’ultimo saluto al Compagno Pietro Nenni. Ricordo bene quel “Ciao Nenni” e la commozione di tutti i compagni presenti. Eravamo veramente in tanti.
    La sua morte, interruppe una Festa Socialista, nella notte fra il 31 Dicembre e il 1 Gennaio.
    Ero Segretario della Sezione Socialista e per noi Socialisti ortonovesi. era diventata consuetudine festeggiare l’evento, con cenone e ballo in un ristorante di proprietà di un nostro simpatizzante. Piombò il gelo fra i Compagni.
    Per noi Nenni era il Partito, per l’Italia è stato colui che dalla stanza dei Bottoni, avviò le Grandi Riforme.

  4. Direttore fa bene a ricordare un grande Socialista come Nenni dispiace purtroppo che ciò non avviene da parte delle istituzioni e dalla politica nazionale così com’è avvenuto per uomini credo meno importanti di lui. Nei confronti dei Socialisti c’è ostracismo anche in questo purtroppo.

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