domenica, 19 novembre 2017
Facebook Spazio Twitter Spazio RSS Spazio
Opinioni e commenti
 

Crisi economica
e riformismo istituzionale
Pubblicato il 13-01-2015


La crisi economica che ha colpito gran parte delle economie del mondo alla fine del decennio scorso ha rappresentato per alcuni Paesi, come ad esempio l’Italia, un potente fattore di mutamento politico-istituzionale. Sull’argomento, Giovanni Pitruzzella ha pubblicato sul n. 1/2014 dei “Quaderni Costituzionali” l’interessante articolo “Crisi economica e decisioni di governo”.
Nell’articolo Pitruzzella sostiene che gli anni di crisi hanno caratterizzato l’allargamento delle funzioni della Presidenza della Repubblica, al punto che da custode dell’unità nazionale si è trasformata in un organo rispondente all’”insopprimibile esigenza di prestazioni di unità in un sistema frammentato, disperso, debole, inconcludente”, assumendo decisioni che difficilmente “possono essere circoscritte nell’alveo delle funzioni di garanzia” previste dalla Costituzione.

Ciò è avvenuto perché, secondo Pitruzzella, la crisi “ha disvelato, nel modo più drammatico, la debolezza del sistema politico e istituzionale”; ma le cause della debolezza, che il presidente dell’”Autorità garante della concorrenza e del mercato” individua nella destrutturazione dei partiti, nel deficit di legittimazione che ha rafforzato i gruppi politici antisistema, nella delegittimazione del Parlamento causata dal particolare sistema elettorale vigente, nell’assenza di strumenti sufficienti a consentire al Governo di adottare politiche efficaci per affrontare la crisi e in tanti altri punti di criticità, non sono che gli effetti di cause che devono essere trovate, in realtà, nelle procedure decisionali consolidatesi nel corso della Prima Repubblica. Per rendersi conto di ciò, occorre considerare in termini più compiuti il discorso complessivo di Pitruzzella.

All’inizio della crisi, l’Italia che, come alcuni altri Paesi dell’Unione europea, aveva dovuto indebitarsi per il mantenimento del livello di benessere raggiunto, ha subito gli effetti dirompenti del peggioramento del suo indebitamento, a seguito del quale “il delicato equilibrio tra democrazia, mercato e coesione sociale è stato reso sempre più precario”, per via dei deficit politico-istituzionali ereditati dal passato; tutti questi effetti negativi hanno trasformato in profondità la logica del processo decisionale politico del Paese.

In queste condizioni, l’Italia è diventata uno “Stato debitore”, nel senso che gran parte delle risorse delle quali ha avuto bisogno non le ha ottenute mediante il prelievo fiscale, ma attraverso il riscorso ai mercati finanziari, il cui “pubblico”, esterno ai confini nazionali, era garantito solo dai contratti sottostanti ai crediti ottenuti. L’Italia, perciò, per continuare ad avere accesso ai mercati finanziari, ha dovuto impegnarsi a garantire l’adempimento delle obbligazioni assunte, attraverso l’adozione di politiche pubbliche interne idonee a rendere prevedibile la sua capacità di onorarle alle scadenze previste. A tal fine, il Paese ha dovuto ricorrere al consolidamento dei conti pubblici, per garantire l’equilibrio di bilancio e per riordinare la struttura della spesa pubblica.

Il consolidamento dei conti pubblici, in condizioni di sicurezza rispetto all’accesso al credito, ha comportato la necessità che realizzasse una politica di austerità, da realizzarsi dal lato delle entrate, attraverso un aumento della pressione fiscale, e da quello delle uscite, attraverso la riduzione della spesa pubblica. L’impossibilità di assumere decisioni conseguenti ha costituito lo scoglio che il Paese non è stato in grado di superare razionalmente, sia per quanto riguarda le politiche pubbliche che dovevano essere attuate, che per quanto riguarda le riforme strutturali utili al superamento della crisi; tutto ciò, a causa dei deficit politico-istituzionali ai quali si è fatto cenno precedentemente.

Riguardo alle politiche pubbliche si è consolidato un disaccordo tra coloro che intendevano realizzare un’austerità molto rigorosa, strumentale al rilancio della crescita dell’economia, con il consolidamento dei conti pubblici, da realizzarsi con un aumento della pressione fiscale e con tagli della spesa pubblica; altri, invece, sostenevano che una politica di bilancio permissiva avrebbe, comportando un “alleggerimento” del peso esercitato dai conti pubblici sull’economia, poteva dare spazio ai privati e aiutare la fuoriuscita dell’economia dalla crisi. In sostanza, i primi sostenevano che con l’austerità il “moltiplicatore fiscale” di keynesiana memoria, stimato maggiore di uno, avrebbe fatto aumentare, anziché diminuire, il rapporto debito pubblico/Pil; mentre i secondi, facendo riferimento all’esperienza di alcuni Paesi che avevano adottato un politica di bilancio permissiva e a studi del Fondo Monetario internazionale, sostenevano che una politica di bilancio meno severa avrebbe assicurato migliori esiti e, dunque, una diminuzione del rapporto debito pubblico/pil.

Sennonché, il prolungarsi del dibattito sulla qualità della politica da adottarsi, ha contribuito a far passare in secondo ordine la necessità che il sistema politico-istituzionale fosse dotato dell’autonomia e dell’autorevolezza necessarie per resistere alle pressioni ed ai veti di coloro che temevano che i loro interessi potessero essere “toccati” dalle politiche di austerità che occorreva inaugurare; è accaduto così che le politiche pubbliche attuate abbiano oscillato tra “la logica dell’emergenza finanziaria e quella di ricuperare la lealtà dei cittadini. Con il dato paradossale di non riuscire a dare stabilità né alla fiducia dei mercati finanziari, né alla lealtà civica”.

La conseguenza è stata che l’attuazione di una rigorosa politica di bilancio restrittiva ha proceduto di pari passo con l’aggravarsi della recessione e con il rafforzamento delle istituzioni con funzioni di garanzia previste dalla Costituzione; a queste si è aggiunta la formazione di nuovi soggetti politici che spesso hanno svolto un ruolo di contestazione ai limiti delle regole democratiche. Sia le istituzioni garantiste che i nuovi soggetti, pur condizionando l’azione pubblica, non hanno però potuto supplire alla mancata adozione di stabili ed univoche politiche pubbliche e alla mancata attuazione delle necessarie riforme strutturali; essi hanno dato visibilità solo a “tendenze che si svolgono all’interno di un quadro istituzionale e costituzionale immutato, che non offre al governo adeguate risorse per imporre il suo indirizzo sugli interessi settoriali, per mantenere politiche pubbliche dalla ‘vista lunga’, per realizzare le riforme strutturali”, senza le quali il Pese è condannato a conservarsi in una sostanziale situazione di declino. In tal modo, – conclude Pitruzzella – il Paese è costretto a vivere sospeso tra spinte verso un “nuovo assetto politico-istituzionale” e “dissoluzione della Repubblica”, tra “superamento della crisi” e “permanenza del declino”.

Il discorso complessivo di Pitruzzella è nella sostanza condivisibile; si deve però osservare che le cause dell’”immobilismo” del Paese da lui individuate (destrutturazione dei partiti, deficit di legittimazione del Parlamento, formazione di gruppi politici antisistema e così via) hanno caratterizzato la vita politico-istituzionale anche di altri Paesi, anch’essi colpiti dalla crisi del 2007/2008, senza per questo subire le conseguenze narrate da Pitruzzella.

Dove sta allora la “madre di tutte le cause” dello “stallo” politico-istituzionale che affligge l’Italia? Se si considera che uno dei motivi di questo “stallo” è l’impossibilità per le diverse parti politiche di trovare un accordo sulla legge elettorale, è impossibile non andare col pensiero all’origine della Repubblica. Questa è sorta in presenza di partiti caratterizzati da una forte connotazione ideologica che li portava a non accettarsi reciprocamente; ciò ha influito non poco sulla stesura di una Costituzione che, per quanto possa essere considerata la “più bella del mondo” sul piano dei principi fondamentali in essa statuiti, è stata concepita in modo tale da tradursi in una Costituzione materiale fondata sul plebiscitarismo; ovvero sulla condivisione di procedure decisionali che hanno comportato che le istituzioni di governo e quelle relative alla formazione delle leggi potessero funzionare solo su basi consociative. In altre parole, in termini di un unanimismo che nel tempo gli stessi partiti che avevano concorso a renderlo necessario sono giunti a trovarsi nell’impossibilità di correggerlo e ad esserne suoi “prigionieri”.

E’ questo il motivo per cui non è stato possibile esprimere allora, così come oggi, organi di governo in grado di assumere decisioni univoche e rapide, rispondenti alla gravità dei problemi da risolvere; è ancora questo il motivo per cui, allora come oggi, occorrono governi delle “larghe intese” all’interno dei quali tutti siano rappresentati; è, infine, ancora questo il motivo per cui i governi delle larghe intese, per definizione espressi da forze con interessi diametralmente opposti, anziché assumere decisioni consone alla gravità della situazione, creano solo condizioni compatibili con la conservazione del permanente declino, rendendo reale il pericolo della dissoluzione della Repubblica.

Gianfranco Sabattini

 

 

Angela Merkel bce Berlusconi bersani camera CGIL crisi Enrico Buemi europa Forza Italia Francia Germania governo Grecia Inps ISTAT italia italicum lavoro Lega legge elettorale M5S Marco Di Lello Matteo Renzi Nencini Onu Oreste Pastorelli Paolo Gentiloni pd pensioni Pia Locatelli pil psi Renzi Riccardo Nencini roma Russia Sel senato Silvio Berlusconi Spagna UE UIL Unione europea USA



Lascia un commento