martedì, 22 agosto 2017
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Opinioni e commenti
 

Scandalo da mille miliardi e il cinismo della politica
Pubblicato il 29-01-2015


Federconsorzi-1Negli anni ’50 la forza della Democrazia Cristiana era prevalentemente nelle campagne. Alla fine della guerra, dei 48 milioni degli abitanti dell’Italia 27 milioni vivevano di agricoltura. C’era stata una silenziosa spartizione di ruolo fra i partiti maggiori. La DC aveva preso sotto tutela i coltivatori diretti, la grande maggioranza, gente che aveva magari appena due o tre ettari di terra e faticava per mangiare.

I comunisti si erano presi i mezzadri, con continui mutamenti della ripartizione, sempre maggiori oneri per i proprietari e mutui all’1 per cento quando i borghesi che vivevano in città di fronte all’esaurimento delle rendite decidevano di liberarsi della proprietà. “Un mezzadro? Se tocchi una pera di un tuo albero rischi una fucilata”. Così dicevano in Romagna. Ai socialisti erano rimasti i braccianti del Mezzogiorno, i poveri contadini senza terra che gli avvocati socialisti avevano difeso in tutti i tribunali del sud dalle angherie dei proprietari terrieri e dei loro caporali.

Nelle campagne bianche dominava la Federconsorzi, l’organizzazione unitaria dei consorzi agrari. I consorzi agrari, associazioni locali di agricoltori, sorti alla fine dell’‘800, erano già potenti prima dell’avvento del fascismo. Avevano un milione di soci e per avvantaggiare le coltivazioni si erano addirittura dotati di piroscafi che acquistavano fertilizzanti a buon mercato sui mercati d’oltremare. Per la diffusione delle più moderne tecniche di coltivazione avevano istituito le “cattedre ambulanti dell’agricoltura”. Il fascismo trasformò i liberi consorzi in enti morali e li inquadrò nell’organizzazione corporativa. Nel dopoguerra i consorzi furono restituiti ai soci, ma restarono sotto la tutela del Ministero dell’Agricoltura e della sua longa manus, appunto la Federconsorzi dove la faceva da padrone un dinamico deputato DC, Paolo Bonomi. La Federconsorzi spendeva nelle campagne e lo Stato pagava tremilasettecento agenzie, una robusta struttura industriale – concimi, mangimi, macchine agricole, produzione di sementi selezionate, vivai, stabilimenti lattiero-caseari, ecc. – tutto legato allo scudo crociato.

Economisti seri, come il meridionalista Manlio Rossi Doria calcolarono che lo Stato aveva indebitamente finanziato e praticamente regalato alla Federconsorzi mille miliardi. Di qui un grande scandalo che le sinistre tentavano ripetutamente, ma inutilmente, di portare a galla fin quando non fu trovato il soggetto adatto: il deputato monarchico Ettore Viola.

Ettore Viola era una medaglia d’oro al valor militare, Presidente dell’associazione Nazionale Combattenti. Non ricordo come mai avesse accettato l’ingrato compito di portare in Parlamento lo scandalo. Lo ricordo invece benissimo, una mattinata di luglio, mentre ritto in piedi al suo banco, leggeva i trenta fogli che aveva in mano.

Viola era un pessimo oratore e leggeva anche peggio, senza rispetto della punteggiatura e incespicando a ogni parola. I democristiani facevano un baccano infernale interrompendolo e apostrofandolo ogni minuto. Il chiasso era tale che noi, in tribuna stampa, potevamo urlare quanto volevamo e prendere parte alla rissa. Era una lotta impari tra la verità e la giustizia e la prepotenza della forza.

D’un tratto a Viola caddero di mano i fogli che si sparsero sul pavimento. Gli sberleffi raddoppiarono, Viola ebbe uno scatto d’orgoglio: “Invece di urlare aiutatemi a raccogliere questi fogli e vergognatevi di quello che c’è scritto”.

La rissa durò l’intera mattinata. Parlarono socialisti e comunisti, poi Gronchi, che allora presiedeva la Camera, mise ai voti la mozione che fu naturalmente respinta.

A fine seduta Nenni mi chiese di salire con lui fino al gruppo socialista. Io ero turbato, congestionato. In ascensore sbottai: “Però Gronchi poteva chiudere in altro modo”. Nenni mi guardò meravigliato: “E che vuoi che facesse? Gli dobbiamo dire grazie. Poteva chiudere la seduta in un quarto d’ora, uno a favore, uno contro e poi il voto. Invece ci ha lasciato parlare per un’intera mattinata. Domani i giornali scriveranno solo di noi”.

Uscì da Montecitorio ancora turbato, rosso in viso, gonfio di rabbia. Quello che non avevano fatto le parole di Nenni lo fece lo spettacolo che mi accolse. Il sole faceva d’oro il selciato di Montecitorio e di piazza Colonna. Intorno all’obelisco quattro vetturini sonnecchiavano sotto i mantici delle carrozze in attesa di clienti. Dalla galleria un’orchestrina mandava musiche da caffè concerto. Ragazze sbracciate passavano per il Corso guardandosi intorno. E Singer, il delizioso Caffè Singer, all’angolo di piazza Colonna con la sua saletta riservata per gli appuntamenti e la grande vetrina sempre piena di violette di zucchero …

Dov’era la verità, in quell’emozione, in quel dolore che ancora mi percuoteva il petto o in questo paganesimo che mi circondava e mi attirava? Confesso che a tutt’oggi non ho trovato risposta a questo interrogativo.

Franco Gerardi

 Questo è il penultimo di dieci brevi scritti lasciati per la pubblicazione da Franco Gerardi, già direttore dell’Avanti!, e affidati alla figlia Karen, nostra collaboratrice.
Già pubblicati:
1 – La politica ‘svelata’: Il water di Dossetti
2 – Il PSI e gli anni dei rubli. Una difficile autonomia
3 – Il PSI, De Mita <br> e la sinistra ‘str…a’
4 – La giustizia italiana e l’albero tagliato
5 – Il primo centrosinistra grazie a Moro e Nenni
6 – Nenni, umanità e tanta intelligenza politica
7 – Quidam de plebe, e la ‘legge truffa’
8 – La scuola di giornalismo dentro Montecitorio  

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