martedì, 21 novembre 2017
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Opinioni e commenti
 

Francis Fukuyama
e la democrazia a rischio
Pubblicato il 30-01-2015


Francis_FukuyamaFrancis Fukuyama, noto politologo statunitense, si è imposto all’attenzione del mondo alla fine della Guerra Fredda, per aver pubblicato il libro “La fine della storia e l’ultimo uomo”; Fukuyama celebrava la vittoria del capitalismo e il prevalere dei valori della cultura del mondo occidentale. La sua previsione gli è valsa numerose critiche da destra e da sinistra; egli però, sebbene le sue tesi non fossero esposte con toni così trionfalistici come la lettura del suo libro all’indomani del crollo dell’URSS sembrava suggerire, si chiedeva se l’Occidente sarebbe riuscito a conservare la primazia valoriale conquistata dopo il crollo del comunismo.

Oggi, lo studioso nippoamericano, smentito dalla storia successiva a quel crollo, ha cessato di esprimersi, come risulta dal suo ultimo lavoro Political Order and Political Decay: from the Industrial Revolution to the Globalization of Democracy, nei termini della quasi-certezza di allora circa la supposta superiorità dei valori politici occidentali. Fukuyama, infatti, ora riconosce che la democrazia come sistema di governo, fiore all’occhiello dell’Occidente, sta presentando segni preoccupanti di decadimento, quali ad esempio gli “ingorghi” decisionali cui il suo funzionamento va incontro o il sorgere di partiti estremisti propensi solo ad esercitare una aprioristica opposizione.

Sebbene la sicurezza espositiva non sia più quella trionfalistica del libro “La fine della storia”, il “messaggio” che Fukuyama lancia al mondo occidentale è il medesimo di un quarto di secolo fa, in quanto convinto, come lo era allora, che la democrazia sia il solo sistema di governo destinato a prevalere in futuro; e, per quanto l’Occidente possa risultare “ridimensionato” sul piano del potere economico e militare, il sistema politico democratico in esso prevalente rimarrà il traguardo di ogni Paese che voglia modernizzarsi.

Fukuyama-Political orderFukuyama considera lo sviluppo politico l’esito di un processo evolutivo; ma ciò che determina questo processo non è specificato, né è spiegato perché l’evoluzione porta a una particolare configurazione delle istituzioni, né perché il processo comporta una convergenza di tali istituzioni; dalla sua analisi risulta solo l’idea secondo cui il punto finale dello sviluppo politico è l’adozione della democrazia, giudicata il miglior sistema politico fra quelli possibili.

Il merito di Fukuyama, tuttavia, è quello di sostenere che il funzionamento di un sistema politico democratico è impossibile in assenza di un’organizzazione moderna dello Stato, come dimostra il fatto che una funzionante democrazia è del tutto impossibile in quelle parti del mondo dove esistono organizzazione statuali fallimentari e dove centinaia di milioni di persone vivono in assenza di un prevedibile futuro democratico. Si tratta, però, di una considerazione che è difficile ricondurre al suo discorso sulla possibilità che la democrazia si diffonda, con la globalizzazione, attraverso l’integrazione di tutti i Paesi del mondo nel mercato internazionale. Al riguardo, non va trascurato il fatto che la globalizzazione, in assenza di una sua regolamentazione planetaria, origina solo l’approfondimento delle disuguaglianze tra gli Stati e, all’interno di questi, tra i diversi gruppi sociali. Tutto ciò non farà altro che favorire la diffusione della crisi della rappresentanza politica che sta provocando una sempre più larga sfiducia dei cittadini nella politica.

Pur essendo ottimista sul futuro della democrazia, Fukuyama osserva che l’allontanamento dei cittadini dalla politica può riservare conseguenze negative anche negli Stati di più antica tradizione democratica. Ciò accade, quando questi ultimi vedono decadere il loro sistema politico o in una “vetocrazia”, dove troppi attori politici hanno acquisito il potere di opporre un veto, oppure quando questi attori riescono ad impedire la formazione di maggioranze governative stabili e omogenee sul piano delle soluzioni da adottare per risolvere i problemi più impellenti, quali il risanamento del bilancio pubblico, l’ammodernamento delle principali infrastrutture sociali, il reperimento delle risorse per coprire la spesa pubblica rivolta alla soddisfazione di servizi sociali più urgenti e così via.

Secondo Fukuyama, né la destra, né la sinistra hanno soluzioni valide per rimuovere la paralisi delle antiche democrazie. La destra ha il suo limite nella vetocrazia, mentre la sinistra lo ha nel fatto che, spesso, impedendo pregiudizialmente la formazione di maggioranze governative coese e stabili, sostiene l’adozione di misure contraddittorie prive di copertura finanziaria, provocando in tal modo il calo della fiducia dell’opinione pubblica nella capacità dello Stato di soddisfare in modo equo ed efficiente gli stati di bisogno dei cittadini.

Di fronte ai pericoli che gravano attualmente sui sistemi politici democratici, a causa della crisi economica che da tempo li affligge, Fukuyama è ottimisticamente risoluto nel sottolineare la necessità che la maggioranza dei cittadini degli Stati democratici, politicamente oltre che economicamente in crisi, chieda la realizzazione di uno Stato efficiente, per ostacolare l’ulteriore decadimento del metodo di governo democratico. Ciò che di negativo vi è nell’analisi di Fukuyama è che egli non valuta realisticamente gli ostacoli da superare, mancando in particolare di indicare come un leader politico possa riuscire a mettere insieme una coalizione di interessi e di cittadini forte abbastanza da riuscire a strappare il potere di veto a chi lo esercita, o a sconfiggere l’opposizione preconcetta degli attori politici anti-sistema.

In sostanza, Fukuyama non suggerisce valide “vie di fuga” dalla crisi in cui si dibattono le democrazie attuali e tanto meno dalle condizioni dei sistemi politici non democratici in cui sono costretti ancora a vivere i cittadini di molti Stati; tutta la sua analisi, perciò, si riduce, come osserva il politologo canadese Michael Ignatieff su “la Repubblica” dei giorni scorsi, a suggerire a chiunque abbia a cuore le sorti della democrazia, intesa come Winston Churchill ha una volta affermato “la peggior forma di governo ad eccezione di tutte le altre forme che sono state sperimentate di volta in volta”, che farebbe bene a cominciare a leggersi il suo ultimo libro.

Vien fatto di pensare che le tesi dell’ultimo libro di Fukuyana gli italiani le abbiano già lette, sperimentando sulla propria pelle gli effetti della crisi della politica e dell’economica, a fronte della quale destra e sinistra mostrano un’assoluta incapacità d’azione e di proposta fuori dall’orizzonte dei problemi correnti . Se la lettura del libro di Fukuyama servisse realmente a suggerire una qualche strategia di successo, si dovrebbe “urlare” a un vero miracolo, considerato che l’effetto che la lettura delle tesi di Fukuyama su una classe politica avvezza a pensare di poter risolvere la crisi del Paese all’insegna del “tanto peggio, tanto meglio” sarebbe praticamente nullo.

Gianfranco Sabattini

 

 

 

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