martedì, 17 ottobre 2017
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Opinioni e commenti
 

Nencini: Craxi ebbe
il coraggio dell’eresia
Pubblicato il 19-01-2015


Craxi_Bettino_microfoni 960x350Riccardo Nencini aveva solo 16 anni quando Craxi, nel luglio del 1976, divenne segretario nazionale del Psi dopo la sconfitta demartiniana alle elezioni del mese prima. Aveva solo 34 anni quando Craxi scelse l’espatrio a seguito dell’indagine del pool ‘Mani pulite’. Dunque parliamo con lui come si parla di vicende seguite in parte indirettamente e in parte invece vissute in prima persona.

Cominciamo dall’inizio, e cioè dalla prima fase della leadership di Craxi sul Psi. Dalla fase che va dal 1976 al 1983. La fase dell’attacco, della ripresa dell’iniziativa autonoma socialista, degli anni più creativi che ci fornirono i congressi di Torino, di Palermo, la conferenza di Rimini, gli affondi su Proudhon e sulla grande riforma. Tu come li hai vissuti, Riccardo?

Mi sono iscritto al Psi nel 1978 anche a seguito della posizione che Craxi aveva tenuto sul caso Moro. Ne parlavo al Liceo Classico e mi consideravano uno che cantava fuori dal coro. D’altronde non avevo una famiglia politicamente omogenea. Mia madre era comunista, mia nonna era invece socialista turatiana, come mio padre che lo era più superficialmente. Ero stato impressionato anche dal saggio su Proudhon, che contestava il marxismo-leninismo. Lo sentivo come uno strappo interessante, innovativo, necessario per una sinistra troppo comunista, dunque conservatrice.

Questo per un giovane toscano, come d’altronde per un giovane emiliano, era particolarmente complicato. Eravamo mosche bianche in una giovane generazione allora infatuata dai miti rivoluzionari e in parte anche da assurde deduzioni che portavano alla lotta violenta. Andare poi contro il Pci in quel momento era come combattere un mostro sacro. A Reggio Emilia come a Firenze.

Pensa che nel mio paese, Barberino del Mugello, il Pci aveva circa il 70 per cento e il il Psi il 9. Il conflitto era pura temerarietà, ma il Psi di Craxi aveva il coraggio dell’eresia, quello di contestare l’egemonia del Pci nella sinistra italiana. Si trattava di un’intenzione di certo ardita. Devo dire che nello stesso paese, nel 1990, noi arrivammo al 20 per cento e il Pci sotto il 50. A volte il coraggio, anzi la follia, premia.

Tuttavia oggi la nostra storia, che è storia anche della nostra generazione di socialisti, viene quasi negata. Si parte da Gramsci, che ha fondato l’Unità, ma anche il Pcdi, si arriva a Togliatti, collaboratore di Stalin, poi a Berlinguer, che pare aver inventato il Pd.

La storia alla fine verrà rimessa a posto. Oggi è ancora raccontata dai vincitori, anche se rispetto a vent’anni fa i giudizi sono cambiati. Si stanno riconsiderando perfino le crociate.

Speriamo di non dovere aspettare mille anni.

No di certo. Penso che quasi tutte le nostre intuizioni siano oggi recuperate. La ‘Grande Riforma’ delle Istituzioni che Craxi lanciò nel 1979, allora accusata di essere proposta sovrastrutturale, oggi è diventato il leitmotiv di tutti. E la Rimini dei ‘meriti’ e dei ‘bisogni’, con le sue intuizioni anche sul patto sociale e sul made in Italy, è diventato programma di molti. Sai cosa Craxi sapeva essere e oggi nessuno lo è? Autonomo dal potere economico e finanziario. Voleva portare al centro di tutto, e sopra tutto, la politica.

Dal 1983 si può parlare di una seconda fase, quella della presidenza del Consiglio. Craxi arriva a guidare il governo, con Pertini presidente della Repubblica. E guida l’Italia fino al 1987, quasi alla vigilia delle elezioni che sanciscono il più grande successo del Psi, dopo quello del 1946. I socialisti arrivano al 14.3%.

I successi del governo Craxi vengono ancora ricordati. La politica estera, con la posizione assunta nei confronti degli americani: un’alleanza, mai una subalternità. Disse no ai bombardamenti su Tripoli e Bengasi, negando le basi agli americani. Aveva accettato l’installazione dei missili Cruise a Comiso d’accordo con l’Spd tedesca. Ma a Sigonella fece capire agli Usa che in Italia comandavano gli italiani. Poi la grande battaglia sulla scala mobile, con un referendum che proponeva qualche punto in meno e dunque meno soldi in tasca in cambio di una promessa di minor inflazione, dunque di un recupero del potere d’acquisto. Gli italiani gli diedero fiducia e l’inflazione, che era a due cifre, passò al 4%.

Poi l’ultima fase, quella che inizia col ritorno di Craxi al partito e finisce con Tangentopoli. Quella meno felice, meno creativa, quella in cui il Psi, che era stato il partito delle riforme e della novità, apparve come partito della conservazione, a fronte di un mondo che proprio in quegli anni cambiò radicalmente.

Certo. L’errore politico, hai ragione, fu quello. Cadde il comunismo e con esso il muro di Berlino, finiva il Pci che diventava prima la “cosa”, poi il Pds, chiedendo l’adesione all’Internazionale socialista. Craxi diede l’impressione di stare in difesa, forse solo preoccupato di tornare alla presidenza del Consiglio dopo il quinquennio democristiano. Magari per pilotare l’ingresso del Pds al governo.

Esattamente. Me lo disse. Mi disse proprio che pensava ad un processo di avvicinamento degli ex comunisti al governo, simile a quello che aveva assunto il Psi. Ma con la fine del Pci non c’era più la conventio ad excludendum. Il Pds non aveva bisogno di lasciapassare.

Crollò l’intero sistema politico italiano per errori di valutazione, e poi a causa dell’iniziativa giudiziaria. Mi ricordo che nel 1992 – prima che si entrasse nella bufera di Tangentpoli – Craxi mi chiamò assieme a Caldoro e a Garesio, e ci disse che il partito era morto e che bisognava pensare a un nuovo Midas. Era cosciente della natura di un partito non più motivato alla politica.

Tangentopoli fece il resto con un’indagine di stampo politico che aveva obiettivi politici con lo scopo di colpire alcuni e non altri. Questo però non assolve il Psi.

Non lo assolve perché non si è mai visto un partito che sparisce in sei mesi. Dalle elezioni del 1992, quando ottenemmo il 13,7 per cento, all’autunno di quell’anno quando alle amministrative parziali eravamo ridotti a una percentuale stile Pri. Poi c’è stato il fuggi-fuggi. Ognuno ha pensato a sé e questo ci ha costretto a ripartire con enorme fatica.

Pare a volte che siamo noi stessi a continuare a porci dei veti. Ferrara, che è stato un dirigente del Psi, sostiene che Amato difficilmente farà il presidente della Repubblica perché ha un handicap, cioè è stato un dirigente socialista. Stefania dichiara che Amato non può farlo perché è stato il vice di suo padre e fino a che non sarà rivalutato Bettino nemmeno Amato potrà assumere quel ruolo …

A Ferrara vorrei rispondere che la sua valutazione non è solo ingenerosa, ma anche banale e da lui non me l’aspettavo. A Stefania rispondo con le parole di Nenni: non si fa politica col rancore.

Mauro Del Bue

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Commenti all'articolo
  1. Era e rimane storicamente un grande uomo di progresso che si è dovuto misurare e scontrare contro dei grandi blocchi conservatori sia in campo ideologico che su quelli economico e sociale.
    Rappresentando la spinta e l’interprete del cambiamento doveva essere eliminato dal Sistema. Al di fuori di una ristretta cerchia di famigliari e di vecchi compagni, chi ne conosce i meriti non ha però il coraggio di portarli alla luce, e chi, per non perdere degli interessi acquisiti, continua nella sua strategia d’infamia.
    Con grande tristezza ho avvertito, anche in ambienti socialisti, atteggiamenti e dichiarazioni di chi in tal modo voleva estraniarsi da un coinvolgimento nella storia e nelle vicende che con Craxi avevano condiviso.
    Craxi li ha chiamati extraterrestri, la Storia li definisce i voltagabbana.
    Dal 9 all’11 di gennaio 2015 si è svolto a Ravenna il Congresso Nazionale della FGS. In quest’occasione ho avuto l’opportunità di avvicinare Bobo Craxi e, in ricordo del padre, ho voluto dedicargli un parallelo tra la figura di Ugo Foscolo in esilio a Londra e quella di Craxi in esilio ad Hammamet. Entrambi avevano dedicato la loro vita per l’affermazione dei valori della Libertà e facendola entrambi coincidere con la vita, diventava per loro un bene irrinunciabile. Questo accostamento lo completavo con il finale della poesia
    “ In morte del fratello Giovanni ”. Immaginando Craxi sulla spiaggia di Hammamet che volge lo sguardo oltre l’orizzonte pensando all’Italia, lo faccio esprimere con la stessa invocazione del poeta : (….ma io deluse a voi le palme tendo, e se da lungi i miei tetti saluto, sento gli avversi numi e le secrete cure che al viver tuo furon tempesta, e prego anch’io nel tuo porto quiete. Questo di tanta speme oggi mi resta ! Straniere genti, l’ossa mia rendete allora al petto della madre mesta. ). La Madre mesta è l’Italia : la Sua e la nostra Patria.
    Un nodo alla gola mi accompagnò a questa conclusione, e un velo di tristezza appannò le lenti di Bobo.
    Questo è il mio saluto “ In morte del compagno Benedetto, detto Bettino”.
    Fraternamente da Nicola Olanda

  2. Ritengo che Craxi si onora, anziché con le discussioni da bar con l’impegno politico, che rivaluti il PSI e faccia la “guerra” a questo pd che è un’accozzaglia di catto-fascisti-comunisti che sta distruggendo il paese. Dimostrare di essere un partito Socialista Democratico che fa gli interessi del paese e del popolo italiano è il miglior modo per onorare Craxi e tutti quelli che ci hanno preceduto. Non si onorano i nostri compagni votando il “jobs-act”, l’italicum e questo schifo di riforma del Senato.

  3. Ricordare Craxi deve essere un motivo di orgoglio per i Socialisti per riconoscergli la capacità di Statista e nell’impegno autunomo e Riformista proprio della migliore tradizione Socialista. Non confondiamo le Riforme Istituzionali e Costituzionali ipotizzate da Craxi con quelle di Renzi, che si qualificava per un più forte ruoòo decisionale e democratico dei cittadini e mai verso norme di “nominati” come previsto per la legge elettorale. Evitiamo posizioni confuse e ripensiamo ad un ruolo visibile e coerente dei Socialisti nella scena politica del nostro paese, oggi scomparsa.

  4. Talvolta il “rancore” di natura politica – che è cosa ben diversa e lontana dal “rancore” personale, il quale ultimo appartiene invece a ideologie che devono sempre inventare e additare un “nemico” verso cui scagliarsi – aiuta a non ammainare la bandiera, quella politica s’intende, pur in mezzo a continue difficoltà.

    Questo tipo di “rancore” non impedisce di far politica, cioè di interloquire anche con il soggetto politico destinatario del “rancore”, ma avendo sempre presente con chi si ha a che fare, beninteso se il “rancore” ha ragioni di fondatezza e non è una mera invenzione del “rancoroso”.

    Paolo B. 19.01.2015

  5. Penso che l’elezione di Giuliano Amato alla Presidenza della Repubblica, potrebbe essere la “pietra d’angolo” su cui il movimento socialista potrebbe costruire la propria rinascita, strettamente legata alla rivalutazione dell’operato dello statista Bettino Craxi.

  6. Bettino fu un gigante. Guidò il primo Governo della Repubblica che riuscì a svincolarsi dai condizionamenti di quella finanza che uccise Olivetti e Mattei, che condannò Felice Ippolito ad occuparsi di Antartide invece che di nucleare. C’era da aspettarsi una reazione violenta che arrivò con tangentopoli. Nessuno poteva resistere, nemmeno mantenere una perfetta lucidità. Sono sicuro che se il Partito Socialista rinascerà, potrà farlo solo nel nome di Bettino.

  7. Dico solo questo. E’ un pezzo di storia: Il 6 novembre 1992, Bettino Craxi offre a Giuliano Amato di fare il segretario nazionale del Psi. Giuliano Amato gli risponde: Io faccio volentieri il Presidente del Consiglio, insomma mica il bidello, non mi sento adatto a ricostruire il Partito, e più nelle tue corde. Pietro Nenni ha anche detto: Non si vende un partito come un fondaco da mercante.

  8. Non sono mai stato Craxiano soprattutto per quel suo carattere scorbutico, autoritario forse anche un po prepotente, ma gli ho sempre riconosciuto il coraggio e la chiarezza del progetto da perseguire. Al PSI adesso purtroppo manca un leder.

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